Fine anni Settanta, fine anni Ottanta, fine anni Novanta: il caso ha voluto che le mie prime tre permanenze praghesi abbiano coinciso con tre passaggi-chiave della recente storia di questa straordinaria città. Vale a dire: il periodo della più buia normalizzazione repressiva, che faceva seguito al tentativo di democratizzazione apertosi nella primavera del '68; l'incontenibile gioia per la fine dell'incubo comunista, spazzato via dalla "rivoluzione di velluto" dell'89; e da ultimo il trionfo inarrestabile del turismo di massa in una Praga secondo molti irrimediabilmente involgarita e comunque definitivamente occidentalizzata (soltanto gli americani residenti sono tra i venti e i trentamila!).
Orbene, i guasti prodotti dal dilagare dell'homo turisticus sono a tutti ben noti, e mi sembra assolutamente inutile tornarci sopra per l'ennesima volta. Così come troverei agghiacciante rimpiangere la Praga "misteriosa" e "autentica" del tempo che fu, visto che quel tempo coincise con l'orrore del potere totalitario comunista. E allora? Ritengo forse gradevole finire nel bel mezzo dei greggi turistici (in primis, di italiani) lungo il più canonico dei percorsi + dalla piazza Vecchia a Ponte Carlo - col serissimo rischio di non vedere alcunchè? Ovvio che no: la cosa mi urta, e non poco.
Allo stesso modo in cui urta qualunque persona dabbene vedere i centri storici di Venezia o Firenze sommersi sotto montagne di terrificanti chincaglierie. Ma tant'è: qui siamo e qui viviamo e siccome Praga (alla stregua di Venezia e Firenze) merita comunque di essere visitata, bisogna studiare delle opportune contromisure. Tanto per cominciare evitiamo accuratamente di venire quaggiù nel periodo delle feste comandate (Natale, Capodanno e Pasqua) o peggio ancora durante l'estate. Dopodiché, quale che sia la stagione prescelta, cerchiamo di avviarci verso i luoghi-cartolina solo e soltanto quando il gregge o mangia o è a nanna (ottenendo tra l'altro un doppio risultato: tanto per fare un esempio, la visione del celebre Castello sulla collina al di là della Moldava non ha eguali se optiamo per l'alba o per la notte fonda).
Il Castello, per l'appunto:ovvero la quintessenza del potere politico (Palazzo Reale) e religioso (cattedrale di San Vito)....mirabilmente interpretato da Kafka. Anche lui, poverino, è rimasto stritolato dalla massificazione dell'industria turistica. Nell'ennesimo bar che porta del tutto impropriamente il suo nome (non avendo nulla da spartire con la toponomastica cittadina inerente a Franz e parentado, peraltro ricchissima), la sua faccia smunta è finita addirittura sulle bustine del caffé. Ma non bisogna meravigliarsene più che tanto, visto che ci troviamo in una città intrisa di letteratura quante altre mai.
Ovunque, comunque: in ogni sua chiesa, ponte, palazzo e birreria. Fu così nel passato (come si evince da quell'irripetibile baedeker culturale - ahimé più citato che letto - scritto dal nostro Angelo Maria Repellino: Praga magica) e malgrado tutto è così anche oggi: in fin dei conti quale altra capitale europea ha scelto come suo leader politico un intellettuale puro come lo scrittore e drammaturgo Vàclav Havel? Datemi retta, se volete provare ad accostare il genius loci di questa città, non c'è niente di meglio che farvi accompagnare dalle pagine di un grande scrittore praghese...
E neanche a dirlo il primo che viene alla mente è nuovamente lui, Franz Kafka, che dopo avervi fulminato con la sua strepitosa descrizione del già citato Castello ("Quando K lo osservava, gli pareva a volte di contemplare una persona tranquillamente seduta, con lo sguardo rivolto davanti a sè, non già assorta nei suoi pensieri e quindi isolata da tutti, ma libera e indifferente, come se fosse sola e inosservata; e tuttavia s'avvedesse di essere osservata, ma questo non turbasse minimamente la sua calma").
Dopo avervi introdotto al Castello, dicevo, Kafka incarna anche l'ideale viatico lungo i tragitti reali e fantastici della Praga ebraica: dal celeberrimo cimitero (il più grande e toccante d'Europa) ai mutamenti urbanistici prodotti giust'appunto dallo smantellamento dell'antico ghetto (l'elegante strada che porta per nome Parizka, corrispettivo dei nostri Fori Imperiali, funzionò da vero e proprio volano per l'esplosione di qquell'originalissimo liberty che avrebbe massimamente caratterizzato l'architettura primonovecentesca della città boema).
Ma giusto a proposito di cimitero ebraico: all'entrata è esposto un cartello coi prezzi, e dal momento che gli stranieri pagano un biglietto sette volte più caro dei praghesi, hanno pensato bene di mascherare il tutto scrivendo il valore del primo in cifre e del secondo in lettere. Ecco quando Kafka non può tornarci utile: quando di Praga vogliamo conoscere lo sconquasso degli anni più recenti. E l'anfitrione ideale -a questo punto - diventa allora un altro scrittore, molto meno noto, ma sicuramente di razza.
Parlo di Bohumil Hrabal, un ometto atticciato che se ne andò da questa terra un pò di anni fa (e fece anche questo a modo suo, buttandosi da una finestra mentre dava da mangiare a dei piccioni). Credetemi: non c'è angolo di Praga, famoso o totalmente anonimo, che sia rimasto fuori dalle pagine dei suoi irresistibili romanzi. Se prima di arrivara a Mala Strana (con la sua fascinosa processione di palazzi barocchi affacciati su Nerudova e vie adiacenti) avete deciso di sostare un momento nella più remota isola di kampa, e mentre siete lì guardate verso l'alto, eccolo pronto a donarvi l'istantanea giusta:" il Ponte Carlo da Kampa sembra una vasca lunga, dove i passanti scorrono col sedere su ordigni a rotelle".
Dopodiché, se verificate con crescente stupore che alle celebri statue di quello stesso ponte vanno aggiunte via via le mille altre incontrate a ogni crocicchio, in ogni parco, sulla facciata di ogni chiesa barocca, e annichiliti da questa proliferazione senza fine non riuscite a operare la benché minima distinzione, ecco di nuovo Hrabal pronto ad aiutarvi: "E' strano come quasi tutte le statue dei grnadi della nostra letteratura stanno sedute, paralizzate...mentre le statue cattoliche sono piene di movimento, come atleti, come se avessero appena corso i cento, o avessero lanciato lontano il disco con un movimento di rotazione vorticosa, sempre con lo sguardo in alto, come se stessero prendendo a due braccia uno smash di Dio stesso".
Presumo che vi saranno bastate queste due brevi citazioni per intuire quale febbricitante fantasia animi la prosa hrabaliana. Il frutto di un prodigioso talento? Certo che sì. Ma lui per primo sosteneva che il suo motore creativo, per accendersi, aveva assoluto bisogno di una benzina molto speciale, la birra. E aggiungeva che soltanto lì, in birreria, potevano nascere i suoi rocamboleschi romanzi. Ora, a qualcuno magari potrà suonare anche strano che tra i must di un viaggio praghese si suggeriscano il consumo di pilsen e la frequentazione di vecchie birrerie.
Eppure è proprio così: potrete verificare da voi la ragione di questo ardente invito facendo un salto a U zlateho tygra , in Husova 17, là dove da mane a sera stazionava Bohumil: "e così, seduto a U zlateho tygra, riflettevo come sempre: se gli dèi mi volessero bene tirerei le cuoia davanti a un bicchiere di birra". Hrabal, che bevendo innumerevoli boccali e al contempo rubando storie su storie di suoi compagni di sbronze ha scritto pagine tra le più belle della letteratura contemporanea, giustamente si lamentava del fatto che quei luoghi sacri, que veri e propri tabernacoli del genius loci cittadino, venissero progressivamente smantellati.
Sostituiti da anonimi bar, fast-food, pizzere. E sempre per la solita ragione, per venire incontro all'homo turisticus planetario.
Se però il tour birresco fa davvero al caso vostro, allora non datevi per vinti: malgrado tutto esistono ancora mille buoni indirizzi di locali veraci, ruspanti. Potrete trovarne una lista iperdettagliata nella guida Clup su Praga scritta da Claudio Canal, altro fedele seguace del verbo hrabaliano dal cui testo saccheggio l'ennesima citazione del Nostro: "A Vladimir e a Bondy e a me piaceva così tanto la birra, che appena portarono al tavolo il primo boccale, tutti e tre facemmo inorridire l'intera birreria. Raccoglievamo la schiuma con le mani, ce la spalmavamo sulla faccia e ci mettevamo la schiuma nei capelli...Quell'esibizione spassosa era l'espressione della passione per la birra e l'espressione della passione pe la giovinezza. Eravamo dei ganzi birreschi". Amen
Orbene, i guasti prodotti dal dilagare dell'homo turisticus sono a tutti ben noti, e mi sembra assolutamente inutile tornarci sopra per l'ennesima volta. Così come troverei agghiacciante rimpiangere la Praga "misteriosa" e "autentica" del tempo che fu, visto che quel tempo coincise con l'orrore del potere totalitario comunista. E allora? Ritengo forse gradevole finire nel bel mezzo dei greggi turistici (in primis, di italiani) lungo il più canonico dei percorsi + dalla piazza Vecchia a Ponte Carlo - col serissimo rischio di non vedere alcunchè? Ovvio che no: la cosa mi urta, e non poco.
Allo stesso modo in cui urta qualunque persona dabbene vedere i centri storici di Venezia o Firenze sommersi sotto montagne di terrificanti chincaglierie. Ma tant'è: qui siamo e qui viviamo e siccome Praga (alla stregua di Venezia e Firenze) merita comunque di essere visitata, bisogna studiare delle opportune contromisure. Tanto per cominciare evitiamo accuratamente di venire quaggiù nel periodo delle feste comandate (Natale, Capodanno e Pasqua) o peggio ancora durante l'estate. Dopodiché, quale che sia la stagione prescelta, cerchiamo di avviarci verso i luoghi-cartolina solo e soltanto quando il gregge o mangia o è a nanna (ottenendo tra l'altro un doppio risultato: tanto per fare un esempio, la visione del celebre Castello sulla collina al di là della Moldava non ha eguali se optiamo per l'alba o per la notte fonda).
Il Castello, per l'appunto:ovvero la quintessenza del potere politico (Palazzo Reale) e religioso (cattedrale di San Vito)....mirabilmente interpretato da Kafka. Anche lui, poverino, è rimasto stritolato dalla massificazione dell'industria turistica. Nell'ennesimo bar che porta del tutto impropriamente il suo nome (non avendo nulla da spartire con la toponomastica cittadina inerente a Franz e parentado, peraltro ricchissima), la sua faccia smunta è finita addirittura sulle bustine del caffé. Ma non bisogna meravigliarsene più che tanto, visto che ci troviamo in una città intrisa di letteratura quante altre mai.
Ovunque, comunque: in ogni sua chiesa, ponte, palazzo e birreria. Fu così nel passato (come si evince da quell'irripetibile baedeker culturale - ahimé più citato che letto - scritto dal nostro Angelo Maria Repellino: Praga magica) e malgrado tutto è così anche oggi: in fin dei conti quale altra capitale europea ha scelto come suo leader politico un intellettuale puro come lo scrittore e drammaturgo Vàclav Havel? Datemi retta, se volete provare ad accostare il genius loci di questa città, non c'è niente di meglio che farvi accompagnare dalle pagine di un grande scrittore praghese...
E neanche a dirlo il primo che viene alla mente è nuovamente lui, Franz Kafka, che dopo avervi fulminato con la sua strepitosa descrizione del già citato Castello ("Quando K lo osservava, gli pareva a volte di contemplare una persona tranquillamente seduta, con lo sguardo rivolto davanti a sè, non già assorta nei suoi pensieri e quindi isolata da tutti, ma libera e indifferente, come se fosse sola e inosservata; e tuttavia s'avvedesse di essere osservata, ma questo non turbasse minimamente la sua calma").
Dopo avervi introdotto al Castello, dicevo, Kafka incarna anche l'ideale viatico lungo i tragitti reali e fantastici della Praga ebraica: dal celeberrimo cimitero (il più grande e toccante d'Europa) ai mutamenti urbanistici prodotti giust'appunto dallo smantellamento dell'antico ghetto (l'elegante strada che porta per nome Parizka, corrispettivo dei nostri Fori Imperiali, funzionò da vero e proprio volano per l'esplosione di qquell'originalissimo liberty che avrebbe massimamente caratterizzato l'architettura primonovecentesca della città boema).
Ma giusto a proposito di cimitero ebraico: all'entrata è esposto un cartello coi prezzi, e dal momento che gli stranieri pagano un biglietto sette volte più caro dei praghesi, hanno pensato bene di mascherare il tutto scrivendo il valore del primo in cifre e del secondo in lettere. Ecco quando Kafka non può tornarci utile: quando di Praga vogliamo conoscere lo sconquasso degli anni più recenti. E l'anfitrione ideale -a questo punto - diventa allora un altro scrittore, molto meno noto, ma sicuramente di razza.
Parlo di Bohumil Hrabal, un ometto atticciato che se ne andò da questa terra un pò di anni fa (e fece anche questo a modo suo, buttandosi da una finestra mentre dava da mangiare a dei piccioni). Credetemi: non c'è angolo di Praga, famoso o totalmente anonimo, che sia rimasto fuori dalle pagine dei suoi irresistibili romanzi. Se prima di arrivara a Mala Strana (con la sua fascinosa processione di palazzi barocchi affacciati su Nerudova e vie adiacenti) avete deciso di sostare un momento nella più remota isola di kampa, e mentre siete lì guardate verso l'alto, eccolo pronto a donarvi l'istantanea giusta:" il Ponte Carlo da Kampa sembra una vasca lunga, dove i passanti scorrono col sedere su ordigni a rotelle".
Dopodiché, se verificate con crescente stupore che alle celebri statue di quello stesso ponte vanno aggiunte via via le mille altre incontrate a ogni crocicchio, in ogni parco, sulla facciata di ogni chiesa barocca, e annichiliti da questa proliferazione senza fine non riuscite a operare la benché minima distinzione, ecco di nuovo Hrabal pronto ad aiutarvi: "E' strano come quasi tutte le statue dei grnadi della nostra letteratura stanno sedute, paralizzate...mentre le statue cattoliche sono piene di movimento, come atleti, come se avessero appena corso i cento, o avessero lanciato lontano il disco con un movimento di rotazione vorticosa, sempre con lo sguardo in alto, come se stessero prendendo a due braccia uno smash di Dio stesso".
Presumo che vi saranno bastate queste due brevi citazioni per intuire quale febbricitante fantasia animi la prosa hrabaliana. Il frutto di un prodigioso talento? Certo che sì. Ma lui per primo sosteneva che il suo motore creativo, per accendersi, aveva assoluto bisogno di una benzina molto speciale, la birra. E aggiungeva che soltanto lì, in birreria, potevano nascere i suoi rocamboleschi romanzi. Ora, a qualcuno magari potrà suonare anche strano che tra i must di un viaggio praghese si suggeriscano il consumo di pilsen e la frequentazione di vecchie birrerie.
Eppure è proprio così: potrete verificare da voi la ragione di questo ardente invito facendo un salto a U zlateho tygra , in Husova 17, là dove da mane a sera stazionava Bohumil: "e così, seduto a U zlateho tygra, riflettevo come sempre: se gli dèi mi volessero bene tirerei le cuoia davanti a un bicchiere di birra". Hrabal, che bevendo innumerevoli boccali e al contempo rubando storie su storie di suoi compagni di sbronze ha scritto pagine tra le più belle della letteratura contemporanea, giustamente si lamentava del fatto che quei luoghi sacri, que veri e propri tabernacoli del genius loci cittadino, venissero progressivamente smantellati.
Sostituiti da anonimi bar, fast-food, pizzere. E sempre per la solita ragione, per venire incontro all'homo turisticus planetario.
Se però il tour birresco fa davvero al caso vostro, allora non datevi per vinti: malgrado tutto esistono ancora mille buoni indirizzi di locali veraci, ruspanti. Potrete trovarne una lista iperdettagliata nella guida Clup su Praga scritta da Claudio Canal, altro fedele seguace del verbo hrabaliano dal cui testo saccheggio l'ennesima citazione del Nostro: "A Vladimir e a Bondy e a me piaceva così tanto la birra, che appena portarono al tavolo il primo boccale, tutti e tre facemmo inorridire l'intera birreria. Raccoglievamo la schiuma con le mani, ce la spalmavamo sulla faccia e ci mettevamo la schiuma nei capelli...Quell'esibizione spassosa era l'espressione della passione per la birra e l'espressione della passione pe la giovinezza. Eravamo dei ganzi birreschi". Amen