Bello, con gli occhi scuri e i capelli neri, veloce e sanguigno, passionale e imprevedibile. È questa l'impressione che si ha di Michelangelo Merisi, il divino Caravaggio, ammirando quel ritratto su carta che intorno al 1621, perciò dopo la sua morte, fece Ottavio Leoni; quello stesso ritratto che per anni ci siamo passati di mano in mano, riprodotto com'era sulle banconote da 100 mila lire.
In quell'immagine gli occhi un po' gonfi, i baffi e la barba alla D'Artagnan, il colletto bianco alto dietro il collo, danno l'idea perfetta della sua leggenda.
Morto giovane, a soli 39 anni, osannato in vita, per lo più dimenticato tra Sette e Ottocento, diventato un mito negli ultimi venti anni, il Caravaggio sparì dalle scene mondane e artistiche di Roma dopo un delitto: il 28 maggio 1606, infatti, uccise Ranuccio Tomassoni sul campo della pallacorda: già le cronache dell'epoca indicavano le cause di questa morte in una disputa cui, forse suo malgrado, Caravaggio era stato coinvolto dal giovane Ranuccio, che pare fosse piuttosto impulsivo e svelto di spada, appartenente a una importante famiglia romana che aveva avuto un ruolo di primo piano nell'esercito pontificio e che aveva, in un fratello di Ranuccio, il "caporione" del quartiere di Campo Marzio.
Per alcuni storici quella notte Caravaggio fuggì da Roma; per altri si nascose in città e nascosto rimase per tutta l'estate fino a che partì alla volta di Napoli, dove si fermò nove mesi.
Se ne andò a Malta, vi rimase un anno, ne fuggì dopo altri guai giudiziari, si spostò in Sicilia e infine, nell'ottobre del 1609, tornò nuovamente a Napoli. Vi rimase fino al luglio del 1610 quando si imbarcò con il sogno di tornare a Roma.
In quegli anni realizzò tredici pale d'altare e oltre dieci tele. Tra queste, preludio alla sua stessa morte, un'opera sconvolgente, modernissima, il Davide con la testa di Golia, tenuta per i capelli dal ragazzo, di un realismo sorprendente, che dà la sgradevole sensazione, a chi la guarda, di essere appena stata spiccata; ma non è certo questo il motivo per cui l'immagine colpisce, considerando anche il fatto che la storia dell'arte è piena dell'immagine del Davide e Golia o della Giuditta e Oloferne.
Il motivo per cui colpisce tanto quel volto è un altro; ed è il fatto, sconcertante, che si tratti del volto del pittore stesso: che gli artisti inserissero ritratti di loro stessi o di contemporanei in scene storiche, bibliche o mitologiche, in quei secoli era pieno, basta pensare a un Perugino o a un Raffaello.
Ma qui Caravaggio, il pittore che deborda dal Barocco e irrompe nella modernità, non si ritrae nei panni di un eroe, di un dio, di un vincente; ma, in un episodio biblico, nei panni del cattivo; il suo volto non è riflesso nella pelle di un San Bartolomeo martirizzato, come fece del suo volto Michelangelo nella Cappella Sistina. Ma si ritrae con gli occhi vitrei, con la bocca aperta che lascia intravedere dei denti anneriti e distanti l'uno dall'altro e con la fronte segnata dal sangue.
La sensazione che se ne trae è quella di trovarsi di fronte all'anima di Caravaggio, imprigionata nell'esilio e appesantita dalla condanna per omicidio. Diversa e lontana, quest'immagine, da quella eseguita sedici anni prima, che ritrae un Caravaggio, allora ventiduenne, come un giovane Bacco: fresca immagine e molto più classica della prima, anche se il Bacchino malato di questo dipinto è pallido e ha la pelle giallognola.
Nato probabilmente a Milano nel 1571, Michelangelo Merisi deve il soprannome con cui è diventato noto in tutto il mondo ed è diventato uno stile, al paese d'origine della famiglia del padre, Caravaggio appunto, che si trova a una quarantina di chilometri da Milano.
Cresce dunque nella capitale lombarda; ma è a Roma che raggiunse la sua piena maturità; Roma, la città della madre, Costanza Colonna, figlia di Marcatonio Colonna, dove si trasferì a ventuno anni, ormai orfano, nel maggio del 1592.
Qui si forma, prende corpo ed esplode la potente forza innovativa del pittore: in quei chiari scuri, in quella luce che erompe improvvisa, sciabolando parte della scena, sottolineandola, mostrandola in tutta la sua drammatica verità. La verità di uomini e donne che, dietro e oltre la cornice biblica, mitologica, raccontano la loro storia di esseri umani, con un vissuto emotivo, psicologico, sentimentale, quotidiano.