Una fila di bicchieri si leva con discrezione da un banco di bar a salutare, quasi un sommesso urrà, il primo cittadino Furio Honsell che spunta inatteso in via Pracchiuso .”E’ un piacere averla nella nostra strada signor sindaco”. La strada di Udine dove è passata la storia del novecento, perché qui è nata Assuntina Adelaide Luigia Modotti prima di diventare dall’altra parte del mondo la favolosa Tina, fotografa e rivoluzionaria. Si spiega anche così la fierezza degli abitanti di appartenere a questo antico e tuttora vivissimo, borgo udinese.
Tina Modotti, Borgo Pracchiuso, 16 o 17 agosto 1896. Sulla facciata del numero 89, ex 113, si scorge il bel profilo di una donna; i versi di Pablo Neruda sono quelli incisi sulla tomba nel Pantheon de Dolores di Città del Messico che il poeta scrisse per l’amica e sorella scomparsa il 6 gennaio 1942.“Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade/ polverose, qualcosa si mormora e passa./qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo/qualcosa si desta e canta”.
Sono le strade polverose dei ricordi di Tina,che conosceva quattro lingue ma non smetteva mai, nei villaggi messicani o tra i fuochi della guerra di Spagna, ovunque la portasse il suo spirito libero, di parlare il friulano e di cantare a compagni, amici, amanti le villotte dell’infanzia udinese. La polvere negli occhi il giorno di San Valentino quando la strada si riempiva di bancarelle, calpestata dalle mandrie di bovini diretti al Giardino Grande per la sagra. E poi la polvere, quanta polvere quel maggio 1906, quando l’America, l’America del mito, si manifesta nella persona di Buffalo Bill, proprio lui, a Udine per uno spettacolo eccezionale. Tina corre infervorata verso Porta Pracchiuso: passa il corteo di carri e cavalli che dalla stazione attraversa viale Trieste per insediarsi là fuori nei campi. Neanche otto anni, dalla stazione di Udine Tina raggiungerà la nave Moltke alla volta del nuovo mondo.
In laico raccoglimento davanti alla targa della superba concittadina confessa un po’ di orgoglio
acquisito, e infatti è nato a Genova, il sindaco Honsell, cui pare una felice coincidenza il fatto che la casa natale della Modotti sia oggi sede di un asilo notturno: a Tina, paladina dei derelitti e degli oppressi, la destinazione sarebbe piaciuta.
Seguendo il dinamico Honsell, cicerone per un’ora prima di presiedere un consiglio comunale, scendiamo verso il Giardino Grande dove il socialista Giuseppe Modotti portava la figlia sulle spalle per la sfilata del primo maggio (oggi la piazza si chiama Primo maggio) con sosta alla Basilica delle Grazie, supremo incanto per i bambini udinesi di una volta. E chissà se anche la piccola Tina entrava per spaventarsi davanti alla maschera del diavolo, ex voto di leggenda quattrocentesca che incombeva sinistro sui fedeli da una parete dell’ingresso.
Noto al pubblico della tv per le sue acrobazie matematiche nel programma“Che tempo che fa”e sindaco di Udine da un anno esatto, Furio Honsell non smette di rallegrarsi delle delizie della città, una città che non vuole mettersi in mostra: è il suo limite, dice.
Udine città del Tiepolo (visitate la Cappella della Purità in piazza del Duomo, alzate gli occhi al soffitto del Museo Diocesano di Palazzo Arcivescovile..); una città di grandi architetti, da Raimondo D’Aronco il cui ultimo progetto udinese fu il Palazzo Municipale dove sono le stanze del sindaco- Honsell le esibisce fin nei dettagli con legittimo entusiasmo- fino all’eclettico Marcello D’Olivo. Udine città del liberty: peccato per gli edifici demoliti in anni sciagurati, altri notevoli rimangono e il Cimitero Monumentale è un trionfo di art nouveau. Le osterie storiche. Cortili che proteggono alberi secolari. Una città fiorita, piena di rogge dall’acqua preziosa che alimentava le segherie, i battiferro, i mulini. La casa del sindaco è affacciata a una roggia: “è bello sentire l’acqua che scorre sotto”. Una città privilegiata anche nelle distanze: “forse solo in California gli studenti nei fine settimana di primavera possono andare a sciare la mattina e vedere il tramonto sul mare”.
Furio Honsell arriva nella Udine del dopo terremoto come docente della neonata università, che per non competere con Padova propone corsi di laurea diversi, Informatica, Tecnologia Alimentare e l’allora inedito Conservazione dei Beni Culturali. In seguito ne diventa Magnifico Rettore; è colpito dalla qualità degli studenti, sorprendentemente preparati e motivati ”e dire che allora ce n’erano tanti i cui genitori non avevano fatto neanche le medie. Gli udinesi sono gente curiosa, inclini ad un viaggio cognitivo più aperto e più ampio, impareggiabili nel saper valorizzare il provincialismo e farlo diventare eccellenza: Tina Modotti ne è esempio più luminoso”.
I Modotti madre e figli raggiungono il capofamiglia che in Austria ha trovato un lavoro da meccanico quando Tina ha due anni; al rientro in via Pracchiuso nel 1905 la bambina parla solo il friulano e il dialetto carinziano. Iscritta in terza elementare alla Dante viene retrocessa in seconda: non conosce l’italiano, dice la maestra; recupera presto, ma in casa ci sono molte bocche da sfamare e a dodici anni Tina lascia la scuola per lavorare in filanda.
Per i racconti di Gianfranco Ellero,illustre studioso del Friuli (suo l’ indispensabile per i cultori del mito“Tina Modotti in Carinzia e in Friuli”edizioni Cinemazero), che ci accompagna per un tratto, adesso sembra proprio di vederla :Tina che in Giardino Grande gioca coi pesci della fontana, Tina che avvolta in uno scialle percorre in fretta i pochi passi che separano la casa dalla Premiata Fabbrica di tessuti Raiser, Tina che va in città (via Carducci, l’edificio è ancora in piedi) per dare una mano nel negozio dello zio fotografo Pietro da cui apprende i primi rudimenti dell’arte che la destinerà al mito. “Un mese prima della partenza riceve la cresima nella chiesa di Sant’Antonio. Poi, probabilmente il 22 giugno 1913, una domenica, l’accompagnano alla stazione la madre e i fratelli in lacrime: a chi emigrava in America si diceva addio, non arrivederci. Sul treno Venezia-Milano-Genova sale una splendida ragazza di diciassette anni, con una valigia in mano e cento dollari in tasca”. Il treno si porta via la ragazza di Udine, il professor Ellero saluta e riprende la passeggiata solitaria inseguendo fantasmi di storico, forse intento a rifinire un nuova edizione del suo studio sulle radici modottiane.
E’l’antico Mercato del pesce, oggi sede di mostre fotografiche intitolata a Tina Modotti, la meta del sindaco Honsell. Il matematico è irresistibilmente attratto dall’urbanistica di Udine che sfida qualunque geometria:” non c’è una via dritta, è tutto un intrecciarsi di strade curvilinee che facilmente disorientano il nuovo arrivato”; e così, da piazza Primo Maggio, che i lavori in corso stanno riportando all’originaria ellisse napoleonica, anziché Porta Manin, via naturale per il cuore di Udine, il sindaco imbocca la tortuosa salita del Castello. Il turista gliene renderà merito: sotto le ali dell’angelo che domina la città si distende la serena terra del Friuli.
Ma lei non lo rivedrà, l’angelo che salutava ogni mattina andando a scuola. Tinissima- solo Tinissima per la madre Assunta- che dai teatrini di San Francisco e dai palcoscenici del muto diventerà un’icona della fotografia e della militanza politica, la pericolosa sovversiva che il regime fascista tramite le sue spie non ha mai perso d’occhio, non potrà più tornare in Italia. Non rivedrà la fontana coi pesci del Giardino, i cortili di via Pracchiuso, la maschera del diavolo della Madonna delle Grazie; che del resto è stata tirata giù dalla parete, restaurata, chiusa in una teca, è alta un metro e metro e mezzo e ai bambini non fa più paura.
Tina Modotti, Borgo Pracchiuso, 16 o 17 agosto 1896. Sulla facciata del numero 89, ex 113, si scorge il bel profilo di una donna; i versi di Pablo Neruda sono quelli incisi sulla tomba nel Pantheon de Dolores di Città del Messico che il poeta scrisse per l’amica e sorella scomparsa il 6 gennaio 1942.“Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade/ polverose, qualcosa si mormora e passa./qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo/qualcosa si desta e canta”.
Sono le strade polverose dei ricordi di Tina,che conosceva quattro lingue ma non smetteva mai, nei villaggi messicani o tra i fuochi della guerra di Spagna, ovunque la portasse il suo spirito libero, di parlare il friulano e di cantare a compagni, amici, amanti le villotte dell’infanzia udinese. La polvere negli occhi il giorno di San Valentino quando la strada si riempiva di bancarelle, calpestata dalle mandrie di bovini diretti al Giardino Grande per la sagra. E poi la polvere, quanta polvere quel maggio 1906, quando l’America, l’America del mito, si manifesta nella persona di Buffalo Bill, proprio lui, a Udine per uno spettacolo eccezionale. Tina corre infervorata verso Porta Pracchiuso: passa il corteo di carri e cavalli che dalla stazione attraversa viale Trieste per insediarsi là fuori nei campi. Neanche otto anni, dalla stazione di Udine Tina raggiungerà la nave Moltke alla volta del nuovo mondo.
In laico raccoglimento davanti alla targa della superba concittadina confessa un po’ di orgoglio
acquisito, e infatti è nato a Genova, il sindaco Honsell, cui pare una felice coincidenza il fatto che la casa natale della Modotti sia oggi sede di un asilo notturno: a Tina, paladina dei derelitti e degli oppressi, la destinazione sarebbe piaciuta.
Seguendo il dinamico Honsell, cicerone per un’ora prima di presiedere un consiglio comunale, scendiamo verso il Giardino Grande dove il socialista Giuseppe Modotti portava la figlia sulle spalle per la sfilata del primo maggio (oggi la piazza si chiama Primo maggio) con sosta alla Basilica delle Grazie, supremo incanto per i bambini udinesi di una volta. E chissà se anche la piccola Tina entrava per spaventarsi davanti alla maschera del diavolo, ex voto di leggenda quattrocentesca che incombeva sinistro sui fedeli da una parete dell’ingresso.
Noto al pubblico della tv per le sue acrobazie matematiche nel programma“Che tempo che fa”e sindaco di Udine da un anno esatto, Furio Honsell non smette di rallegrarsi delle delizie della città, una città che non vuole mettersi in mostra: è il suo limite, dice.
Udine città del Tiepolo (visitate la Cappella della Purità in piazza del Duomo, alzate gli occhi al soffitto del Museo Diocesano di Palazzo Arcivescovile..); una città di grandi architetti, da Raimondo D’Aronco il cui ultimo progetto udinese fu il Palazzo Municipale dove sono le stanze del sindaco- Honsell le esibisce fin nei dettagli con legittimo entusiasmo- fino all’eclettico Marcello D’Olivo. Udine città del liberty: peccato per gli edifici demoliti in anni sciagurati, altri notevoli rimangono e il Cimitero Monumentale è un trionfo di art nouveau. Le osterie storiche. Cortili che proteggono alberi secolari. Una città fiorita, piena di rogge dall’acqua preziosa che alimentava le segherie, i battiferro, i mulini. La casa del sindaco è affacciata a una roggia: “è bello sentire l’acqua che scorre sotto”. Una città privilegiata anche nelle distanze: “forse solo in California gli studenti nei fine settimana di primavera possono andare a sciare la mattina e vedere il tramonto sul mare”.
Furio Honsell arriva nella Udine del dopo terremoto come docente della neonata università, che per non competere con Padova propone corsi di laurea diversi, Informatica, Tecnologia Alimentare e l’allora inedito Conservazione dei Beni Culturali. In seguito ne diventa Magnifico Rettore; è colpito dalla qualità degli studenti, sorprendentemente preparati e motivati ”e dire che allora ce n’erano tanti i cui genitori non avevano fatto neanche le medie. Gli udinesi sono gente curiosa, inclini ad un viaggio cognitivo più aperto e più ampio, impareggiabili nel saper valorizzare il provincialismo e farlo diventare eccellenza: Tina Modotti ne è esempio più luminoso”.
I Modotti madre e figli raggiungono il capofamiglia che in Austria ha trovato un lavoro da meccanico quando Tina ha due anni; al rientro in via Pracchiuso nel 1905 la bambina parla solo il friulano e il dialetto carinziano. Iscritta in terza elementare alla Dante viene retrocessa in seconda: non conosce l’italiano, dice la maestra; recupera presto, ma in casa ci sono molte bocche da sfamare e a dodici anni Tina lascia la scuola per lavorare in filanda.
Per i racconti di Gianfranco Ellero,illustre studioso del Friuli (suo l’ indispensabile per i cultori del mito“Tina Modotti in Carinzia e in Friuli”edizioni Cinemazero), che ci accompagna per un tratto, adesso sembra proprio di vederla :Tina che in Giardino Grande gioca coi pesci della fontana, Tina che avvolta in uno scialle percorre in fretta i pochi passi che separano la casa dalla Premiata Fabbrica di tessuti Raiser, Tina che va in città (via Carducci, l’edificio è ancora in piedi) per dare una mano nel negozio dello zio fotografo Pietro da cui apprende i primi rudimenti dell’arte che la destinerà al mito. “Un mese prima della partenza riceve la cresima nella chiesa di Sant’Antonio. Poi, probabilmente il 22 giugno 1913, una domenica, l’accompagnano alla stazione la madre e i fratelli in lacrime: a chi emigrava in America si diceva addio, non arrivederci. Sul treno Venezia-Milano-Genova sale una splendida ragazza di diciassette anni, con una valigia in mano e cento dollari in tasca”. Il treno si porta via la ragazza di Udine, il professor Ellero saluta e riprende la passeggiata solitaria inseguendo fantasmi di storico, forse intento a rifinire un nuova edizione del suo studio sulle radici modottiane.
E’l’antico Mercato del pesce, oggi sede di mostre fotografiche intitolata a Tina Modotti, la meta del sindaco Honsell. Il matematico è irresistibilmente attratto dall’urbanistica di Udine che sfida qualunque geometria:” non c’è una via dritta, è tutto un intrecciarsi di strade curvilinee che facilmente disorientano il nuovo arrivato”; e così, da piazza Primo Maggio, che i lavori in corso stanno riportando all’originaria ellisse napoleonica, anziché Porta Manin, via naturale per il cuore di Udine, il sindaco imbocca la tortuosa salita del Castello. Il turista gliene renderà merito: sotto le ali dell’angelo che domina la città si distende la serena terra del Friuli.
Ma lei non lo rivedrà, l’angelo che salutava ogni mattina andando a scuola. Tinissima- solo Tinissima per la madre Assunta- che dai teatrini di San Francisco e dai palcoscenici del muto diventerà un’icona della fotografia e della militanza politica, la pericolosa sovversiva che il regime fascista tramite le sue spie non ha mai perso d’occhio, non potrà più tornare in Italia. Non rivedrà la fontana coi pesci del Giardino, i cortili di via Pracchiuso, la maschera del diavolo della Madonna delle Grazie; che del resto è stata tirata giù dalla parete, restaurata, chiusa in una teca, è alta un metro e metro e mezzo e ai bambini non fa più paura.