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Velázquez a Siviglia

Trenta dipinti del maestro spagnolo ne ripercorrono la carriera artistica. Dai primi passi a Siviglia, dove era nato, alle grandi commissioni della corte di Madrid, fino ai viaggi in Italia e nella capitale partenopea, dove si fermò due volte

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Cavalli imbizzarriti, dritti sulle zampe posteriori che sembra di udir nitrire nelle sale dei musei dove invece regna, ingombrante, il silenzio. I cavalieri, seduti là sopra, dritti sul posteriore del cavallo, con le redini in una mano e un qualche simbolo del loro potere nell'altra, l'espressione rilassata nonostante la posa. Bambine strette in corsetti e corpetti, in abiti alla moda del Seicento, i capelli biondi che scendono ai lati del volto.

 

I ritratti di molti cardinali e di papa Innocenzo X in un'immagine che ha lanciato semi che continueranno, si suppone, a germinare per l'eternità nel mondo dell'arte come hanno fatto con Bacon che ne fu talmente colpito da averne dipinti, d'aprés Velázquez, copie su copie.

O quel Las meniñas che sembra uno scrigno di simboli e immagini: ne vedi una e ne cogli un'altra, ne hai vista un'altra ma ne rimane un'altra ancora: con il pittore stesso in mezzo alla tela, la coppia reale riflessa nello specchio, la nana in primo piano, le damigelle, il cane, l'infanta, il quadro che spunta da una parte, si riflette dall'altra, il soggetto che sembra la coppia reale, ma poi è un altro, è qualcosa che non si dimentica tanto facilmente.

O i nobili con i loro volti che sembra dicano guarda come sono ricco, come sono potente, come sono unico, ma poi li osservi bene e, no, non stanno affatto dicendo questo, in realtà a chi sa vederlo dicono di quanto effimera è la gloria, di quanto come cera il potere ti si può sciogliere tra le mani.

O forse sapeva solo rendere il loro aspetto umano, spogliandoli di tutti gli orpelli e le falsità di cui li rivestivano tutti gli altri pittori. Sia come sia Velázquez non smette di parlare, di dire, di significare; non smette di essere un artista oltre e fuori del tempo, dello spazio e delle convenzioni. Non smette di essere vero, genuino.

E questa mostra napoletana, allestita, dopo quella sul Caravaggio, in quelle stesse sale del Museo di Capodimonte, lo dimostra, con i suoi trenta e passa dipinti che ripercorrono l'intera carriera del pintor di Siviglia, come in un viaggio dentro la sua arte e anche nei luoghi che lo videro crescere, affermarsi, diventare un maestro, un esempio, un faro da seguire, una luce laggiù, oltre il buio, come in una tela di Caravaggio.

Non a caso proprio Caravaggio fu tra gli artisti che Velázquez amò di più. Un'amore evidente - così come quello per Ribera - nelle tele con cui si apre l'esposizione di Capodimonte: la Vecchia che frigge le uova, L'acquaiolo di Siviglia, l'Adorazione dei Magi, la Cena in Emmaus, il Geografo, l'Immacolata Concezione e il San Giovanni in Patmos, tutte tele non a caso realizzate a Siviglia proprio negli anni in cui vi passava anche il lombardo Michelangelo Merisi.

Si era alla fine degli anni Dieci del Seicento, e il figlio del portoghese Juan Rodríguez de Silva e dell'andalusa Jerónima Velázquez, di cui il pittore adotterà il nome, non aveva ancora vent'anni. Era entrato infatti a dodici anni nella bottega di Francisco Pacheco, divenendo ben presto il suo allievo preferito: non era difficile, vista l'indubbia capacità del giovane Diego, che infatti nel 1617 superò l'esame di maestro pittore, l'anno seguente sposò la figlia di Pacheco, ebbe due figlie e visse morbidamente sdraiato nella felicità familiare, a differenza di quanto accadde all'inquieto e tenebroso Caravaggio, che sussultò per tutta la vita sui tavolacci di legno della sua avventurosa esuberanza.

(31 mar 2005)