È sempre più diffusa la consapevolezza che viaggiare “responsabilmente” non vuol dire finire coinvolti in campi di lavoro e missioni umanitarie, con annessi seminari di riflessione, all’inizio e alla fine. Al contrario, il viaggiatore che sceglie un itinerario ispirato al rispetto di principi etici e che desideri soprattutto avvicinarsi il più possibile al cuore del paese che sta visitando, si accorge invece di realizzare un percorso semplicemente diverso e, forse per questo, sicuramente più piacevole e gioioso di altri. Ecco alcuni stralci tratti dal capitolo dedicato al Senegal e al Gambia de “Il viaggiatore responsabile - Un altro turismo in Africa, AsiaMedio Oriente e America Latina” , di Roberto Dati. Nella collana Grandangolo di Infinito Edizioni - pagine 208, 14 euro.
Si sa, il Senegal è destinazione assai popolare tra i turisti italiani, che siano desiderosi di puro svago, oppure sulle tracce di quella spiritualità eterogenea che fonde l'Islam con riti ancestrali, che siano animati da slancio solidaristico verso i diseredati di Dakar, o incuriositi da musicisti rastafari...
Il Paese portato all'indipendenza nel 1960 dallo statista-poeta Leopold Sedar Senghor è, tra quelli africani, uno dei maggiori destinatari delle attenzioni occidentali (non sempre disinteressate), vuoi per la politica di apertura e collaborazione con l'Europa adottata dalla classe dirigente locale, vuoi per gli storici e consistenti flussi migratori verso i Paesi del Mediterraneo settentrionale.
In Italia, “vù cumprà” (espressione che ormai gli stessi immigrati usano per definirsi) ha avuto origine proprio dall'onomatopeica attività commerciale svolta da centinaia di ragazzi senegalesi che percorrevano incessantemente le spiagge italiane con borsoni a tracolla colmi di mercanzia non esattamente di marca. Altri, invece, faticano 10-12 ore al giorno a raccogliere pomodori nei campi rosolati dal sole e tormentati dalle varie mafie che ammorbano un altro Sud, quello d'Italia.
I TRASPORTI - I rapporti tra il nostro Paese e il Senegal, indubbiamente uno dei più vivaci e interessanti dell'Africa nera, sono piuttosto intensi, facilitati anche da una discreta organizzazione generale (almeno a confronto con il resto del continente) e da una relativa semplicità nel viaggiare anche da soli: i collegamenti tra i centri principali sono assicurati dalla rete dei trasporti privati su gomma, che si avvale di “7-places” - vecchie Peugeot 505 famigliari, a 7 posti appunto, che costituiscono l'ossatura del sistema dei trasporti del Senegal.
Ci sono anche minibus e grandi autobus, che però sono i peggiori, più lenti e affollati. Anzi, spostarsi ed entrare in relazione con gli autoctoni, fa parte del divertimento: un viaggio in compagnia di una famiglia senegalese a bordo di uno dei mezzi sopra menzionati può rivelarsi un'esperienza indimenticabile.
ALLOGGI - Fertile terreno hanno quindi trovato gli attori della cooperazione internazionale, impegnati qui nella realizzazione di diversi progetti di sviluppo. Da questa attività capillare e ormai pluridecennale sono scaturiti vari itinerari di turismo responsabile, come quello di un tour operator di Torino, la cui caratteristica principale è il cosiddetto turismo integrato: l'alloggio dei turisti, per una buona parte dei pernottamenti, avviene presso famiglie appartenenti ai Groupement d'Intérèt Economique (organismi parasocietari il cui scopo statutario è il miglioramento delle condizioni di vita e lo sviluppo culturale, sociale ed economico del proprio territorio) con cui collaborano alcune ong italiane.
Il ruolo delle comunità locali nel rapporto con i turisti non si limita a pasti e pernottamenti: viene organizzato un fitto programma di attività culturali (stage di percussioni, serate di danze e canti tradizionali, escursioni in piroga), condivise con membri della famiglia di accoglienza.
I PROGETTI - Tra i progetti visitati nei tour organizzati da Viaggi Solidali vi è l'iniziariva di CPS (ong di Castellammare di Stabia) che, a M'bour e nella comunità di Sokone, mira a fare del turismo uno strumento di incontro e motore per uno sviluppo locale integrato: i Groupements locali fanno accoglienza di piccoli gruppi di turisti, nonché attività ambientali e generatrici di reddito.
Segnaliamo anche il progetto Microcrediti alle donne del CISV di Torino che opera nella regione settentrionale di Louga, una delle più povere e aride del Paese. Le famiglie coinvolte vengono appositamente selezionate e formate dai Groupement locali che gestiscono i guadagni derivanti dall'attività, promuovendo interventi di interesse comunitario.
Con un po' di spirito di adattamento, viaggiare in questo modo fornisce l'occasione per immergersi a fondo nella realtà senegalese; inoltre, come sempre nei circuiti di turismo responsabile, c'è l'incontro con la vivace realtà locale che si completa con gli aspetti storici e naturalistici dell'itinerario:
Saint Louis, fascinosa città coloniale; il delta del fiume Sine-Saloum; la capitale e la Pétite Còte; i parchi nazionali di Djoudj e di Niokolo Koba; la Casamance.
DAKAR - Come vivere a Dakar ed essere felici. La porta d'ingresso obbligata per il lembo occidentale del continente africano è questo grande agglomerato urbano, la cui prima impressione per il visitatore è quella di uno sviluppo caotico e disordinato, associato a una vibrante umanità. Kara Koite parla italiano; ci siamo sentiti al telefono un paio di volte prima di partire ed eccolo materializzarsi all'aeroporto di Dakar, dove non ci sono pericoli ma è comunque preferibile avere una persona fidata che ti aspetta se il tuo volo arriva in piena notte.
Kara è sulla quarantina, è alto ed elegante, sembra una persona seria e rigorosa: è disciplinato nell'osservanza religiosa (quando è l'ora, ovunque si trovi, estrae dal bagagliaio un tappetino - o se lo fa prestare se lo ha scordato - e si mette a pregare) ed è determinato nel perseguimento dei suoi obiettivi: bisogna fare sempre un po' di più perché i soldi non bastano mai, «bisogna andare sempre avanti», dice.
Il culto del lavoro e del successo si riflette nella frase ricorrente con cui, durante il giro in auto, commenta ogni opera pubblica che vediamo, anche incompiuta o palesemente fallimentare: «II Presidente ha un progetto...»
ISOLA DI GOREE - Lasciato Kara al meritato riposo, la prima meta è l'isola di Gorée, raggiungibile in chaloupé': è senza dubbio un luogo affascinante, anche se - a parte il museo dedicato alla tratta degli schiavi - non c'è molto da fare, salvo girovagare per i vicoli di sabbia, le case basse dai colori pastello, le piante e i rampicanti che ne decorano i muri.
Un viale porta al Costei: proseguendo lungo il crinale, tra recinti deli- mitati da fichi d'india dove pascolano montoni, si giunge alla sommità, da dove si gode un bei panorama sulla baia di Dakar, tra bunker abbandonati e una miriade di artisti e artigiani di strada. Questi ultimi hanno scelto Gorée come una sorta di galleria naturale, esponendo tele, batik, collage di vario genere, pietre scolpite, statuette di legno lucido; le donne sono specializzate in collane e braccialetti, alcuni davvero pregevoli, realizzati utilizzando sia la pasta di vetro che pietre dure come Pagata e la corniola, oppure in bronzo, ambra, semi e altri materiali.
LA CORNICHE - Il giorno dopo, Kara Koite ci porta a fare il giro della Corniche, la strada panoramica che culmina nella punta sud della penisola di Cap Vert: lungo la strada tortuosa, si nascondono tra la vegetazione rigogliosa locali di lusso, centri sportivi, ambasciate e il palazzo presidenziale, davanti al quale sorge un enorme baobab con dipinti dedicati all'Africa.
Il Palais de Justice, invece, è più all'interno, in stato d'abbandono. Decine di giovanotti affrontano le pendenze e le curve della Comiche per fare jagging: l'attività sportiva è una vera passione dei senegalesi. Facciamo un salto alla stazione ferroviaria, sulla cui bella facciata liberty e ospitato il miglior treno senegalese: quello dipinto. Sembra infatti che il celebre convoglio che collegava Bamako, il cuore dell'Africa saheliana, con l'Oceano Atlantico non esista più.
L'addetto alla biglietteria, da dietro il vetro scrostato, non è stato in grado di dire in quale giorno sarebbe passato l'unico treno previsto settimanalmente. La tariffa, però, è precisamente 51.600 CFA (circa 80 euro).
LA PERIFERIA - Attraversiamo quindi la bolgia dei quartieri periferici di Dakar, tra cui Akine e lo storico Thiaroye (pronuncia ciarde, come il film, che Kara apprezza, del celebre cineasta Ousmane Sémbené, dedicato alla lotta per l'indipendenza del Senegal): lungo l'arteria della Route national decine e decine di minibus collettivi ostacolano l'altrimenti breve percorso di 40 chilometri fino al lago Retba, fermandosi in continuazione per consentire al ragazzo che, appeso al portellone posteriore, strilla a perdifiato la destinazione del mezzo, di raccogliere i passeggeri provenienti dagli sconfinati quartieri-dormitorio.
Giungiamo così al Lac Rose (cosi detto per il processo di ossidazione del ferro contenuto nelle acque), un po' una trappola per turisti: a dare il benvenuto, ecco spuntare un paio di pseudo-vigili con tanto di badge identificativo fasullo. Il luogo, pieno di baracchini straccimi di oggetti d'artigianale, è comunque piacevole; si può fare una gita in piroga, anche se il caldo torrido sull'acqua stagnante non è sopportabile a lungo.
Li vicino, sulla riva opposta al piccolo imbarcadero turistico, si svolge quotidianamente la dura fatica delle donne e degli uomini che estraggono il sale dal lago e lo ammonticchiano in piramidi che poi saranno caricate sui camion a fine giornata. Ci sono anche alcune casupole, che offrono ai lavoratori stagionali (non ai pescatori, vista la peculiare biologia del lago) un limitato riparo dalla canicola.
LA MEDINA - «Una mano tesa verso i giovani di tutti i ghetti»: è lo slogan di Africa Creation, progetto di N'Diasse Cissé, un giovane e talentuoso artista che da Dakar è sbarcato prima a Bari e poi a Roma, con l'intento di portare all'attenzione del pubblico italiano la sua opera per la valorizzazione e la promozione dei prodotti culturali africani.
Sorta nel 1993 nel cuore del dinamico e popolare quartiere della Medina (non distante dal centro di Dakar), Africa Creation è tante cose insieme: un laboratorio di moda e design, ma anche una struttura sociale con ampi obiettivi che vanno dalla formazione socio-professionale verso gli adolescenti al sostegno a bambini in situazione di disagio, fino all'educazione in ambito sanitario, ambientale, alimentare, spirituale.
Nei primi anni, molti giovani della zona hanno potuto specializzarsi in diversi settori (sartoria, pittura, tinteggiatura, calzaturificio), trovando opportunità di lavoro. Ora c'è Ousmane, fratello minore e principale collaboratore di N'Diasse, che, in sua assenza, fa da collegamento tra i vari "pezzi" dclY atelier, i quali forniscono i materiali semilavorati inviati a N'Diasse, che integra e completa le collezioni.
In effetti, la partenza del suo fondatore ha compromesso la possibilità di continuare a Dakar il progetto, che stenta ad andare avanti: prima, Africa Creation disponeva di una grande struttura, mentre ora ci sono solo quattro persone. Il laboratorio è collocato nella casa di Ousmane, nello stile delle abitazio- ni africane, centrate sul cortile comune su cui si affacciano gli appartamenti dei mèmbri della famiglia allargata.
La sua stanza è molto piccola: è chiaro che tutto lo spazio è dedicato al laboratorio; una scala conduce a un terrazzo dove ci sono i bidoni per la tintura, mentre il taglio e la preparazione dei vestiti sono fatti in altri locali al piano terra. La rete dei partner di Africa Creation è vasta: alcuni manufatti in cotone provengono da un villaggio della regione di Djerbel; la maggior parte dei collaboratori è però in zona, come l'atelier di Abdou Sock, che realizza bellissimi oggetti di cuoio (borse, scarpe) in uno spazio minuscolo, o quello del tintore, nell'adiacente quartiere di Fass: si tratta di Joe Senghor, un effervescente creativo che ha lavorato a New York e fa bei vestiti, tableaux a muro, copriletto, tovaglie (prezzi a partire da 15.000 CFA, circa 22 euro).
Andiamo in giro nella Medina con Ousmane come guida: è il quartiere popolare più antico di Dakar e le relazioni tra i suoi abitanti si nutrono di tornei di calcio inter-rionali, feste di piazza, teatro, ma anche giornate di sensibilizzazione sulla malaria e servizi collettivi di consulenza medica. C'è insomma una forte solidarietà di quartiere e - grazie anche alle scuole islamiche, ben inserite nel tessuto sociale - una scolarità piuttosto elevata. Notevole anche la realtà della Association des Femmes de la Medina, che vanta ben 500 iscritte: sorta (anch'essa nel 1993) per riunire e sviluppare alcune esperienze associative femminili già esistenti nel quartiere, ha come obiettivo quello di costituire un punto di riferimento per le singole donne e per le loro comunità, presentandosi come interlocutore con le istituzioni sia municipali che tradizionali.
Le sue azioni mirano ad alfabetizzare 100 donne l'anno e, più in generale, promuovere la leadership femminile in una società centrata sulla famiglia, di cui la donna è - come ovunque - l'architrave. Lasciamo Dakar con la positiva sensazione di una comunità locale che, pur tra grandi difficoltà, è viva e va avanti, lavorando per il proprio sviluppo
Si sa, il Senegal è destinazione assai popolare tra i turisti italiani, che siano desiderosi di puro svago, oppure sulle tracce di quella spiritualità eterogenea che fonde l'Islam con riti ancestrali, che siano animati da slancio solidaristico verso i diseredati di Dakar, o incuriositi da musicisti rastafari...
Il Paese portato all'indipendenza nel 1960 dallo statista-poeta Leopold Sedar Senghor è, tra quelli africani, uno dei maggiori destinatari delle attenzioni occidentali (non sempre disinteressate), vuoi per la politica di apertura e collaborazione con l'Europa adottata dalla classe dirigente locale, vuoi per gli storici e consistenti flussi migratori verso i Paesi del Mediterraneo settentrionale.
In Italia, “vù cumprà” (espressione che ormai gli stessi immigrati usano per definirsi) ha avuto origine proprio dall'onomatopeica attività commerciale svolta da centinaia di ragazzi senegalesi che percorrevano incessantemente le spiagge italiane con borsoni a tracolla colmi di mercanzia non esattamente di marca. Altri, invece, faticano 10-12 ore al giorno a raccogliere pomodori nei campi rosolati dal sole e tormentati dalle varie mafie che ammorbano un altro Sud, quello d'Italia.
I TRASPORTI - I rapporti tra il nostro Paese e il Senegal, indubbiamente uno dei più vivaci e interessanti dell'Africa nera, sono piuttosto intensi, facilitati anche da una discreta organizzazione generale (almeno a confronto con il resto del continente) e da una relativa semplicità nel viaggiare anche da soli: i collegamenti tra i centri principali sono assicurati dalla rete dei trasporti privati su gomma, che si avvale di “7-places” - vecchie Peugeot 505 famigliari, a 7 posti appunto, che costituiscono l'ossatura del sistema dei trasporti del Senegal.
Ci sono anche minibus e grandi autobus, che però sono i peggiori, più lenti e affollati. Anzi, spostarsi ed entrare in relazione con gli autoctoni, fa parte del divertimento: un viaggio in compagnia di una famiglia senegalese a bordo di uno dei mezzi sopra menzionati può rivelarsi un'esperienza indimenticabile.
ALLOGGI - Fertile terreno hanno quindi trovato gli attori della cooperazione internazionale, impegnati qui nella realizzazione di diversi progetti di sviluppo. Da questa attività capillare e ormai pluridecennale sono scaturiti vari itinerari di turismo responsabile, come quello di un tour operator di Torino, la cui caratteristica principale è il cosiddetto turismo integrato: l'alloggio dei turisti, per una buona parte dei pernottamenti, avviene presso famiglie appartenenti ai Groupement d'Intérèt Economique (organismi parasocietari il cui scopo statutario è il miglioramento delle condizioni di vita e lo sviluppo culturale, sociale ed economico del proprio territorio) con cui collaborano alcune ong italiane.
Il ruolo delle comunità locali nel rapporto con i turisti non si limita a pasti e pernottamenti: viene organizzato un fitto programma di attività culturali (stage di percussioni, serate di danze e canti tradizionali, escursioni in piroga), condivise con membri della famiglia di accoglienza.
I PROGETTI - Tra i progetti visitati nei tour organizzati da Viaggi Solidali vi è l'iniziariva di CPS (ong di Castellammare di Stabia) che, a M'bour e nella comunità di Sokone, mira a fare del turismo uno strumento di incontro e motore per uno sviluppo locale integrato: i Groupements locali fanno accoglienza di piccoli gruppi di turisti, nonché attività ambientali e generatrici di reddito.
Segnaliamo anche il progetto Microcrediti alle donne del CISV di Torino che opera nella regione settentrionale di Louga, una delle più povere e aride del Paese. Le famiglie coinvolte vengono appositamente selezionate e formate dai Groupement locali che gestiscono i guadagni derivanti dall'attività, promuovendo interventi di interesse comunitario.
Con un po' di spirito di adattamento, viaggiare in questo modo fornisce l'occasione per immergersi a fondo nella realtà senegalese; inoltre, come sempre nei circuiti di turismo responsabile, c'è l'incontro con la vivace realtà locale che si completa con gli aspetti storici e naturalistici dell'itinerario:
Saint Louis, fascinosa città coloniale; il delta del fiume Sine-Saloum; la capitale e la Pétite Còte; i parchi nazionali di Djoudj e di Niokolo Koba; la Casamance.
DAKAR - Come vivere a Dakar ed essere felici. La porta d'ingresso obbligata per il lembo occidentale del continente africano è questo grande agglomerato urbano, la cui prima impressione per il visitatore è quella di uno sviluppo caotico e disordinato, associato a una vibrante umanità. Kara Koite parla italiano; ci siamo sentiti al telefono un paio di volte prima di partire ed eccolo materializzarsi all'aeroporto di Dakar, dove non ci sono pericoli ma è comunque preferibile avere una persona fidata che ti aspetta se il tuo volo arriva in piena notte.
Kara è sulla quarantina, è alto ed elegante, sembra una persona seria e rigorosa: è disciplinato nell'osservanza religiosa (quando è l'ora, ovunque si trovi, estrae dal bagagliaio un tappetino - o se lo fa prestare se lo ha scordato - e si mette a pregare) ed è determinato nel perseguimento dei suoi obiettivi: bisogna fare sempre un po' di più perché i soldi non bastano mai, «bisogna andare sempre avanti», dice.
Il culto del lavoro e del successo si riflette nella frase ricorrente con cui, durante il giro in auto, commenta ogni opera pubblica che vediamo, anche incompiuta o palesemente fallimentare: «II Presidente ha un progetto...»
ISOLA DI GOREE - Lasciato Kara al meritato riposo, la prima meta è l'isola di Gorée, raggiungibile in chaloupé': è senza dubbio un luogo affascinante, anche se - a parte il museo dedicato alla tratta degli schiavi - non c'è molto da fare, salvo girovagare per i vicoli di sabbia, le case basse dai colori pastello, le piante e i rampicanti che ne decorano i muri.
Un viale porta al Costei: proseguendo lungo il crinale, tra recinti deli- mitati da fichi d'india dove pascolano montoni, si giunge alla sommità, da dove si gode un bei panorama sulla baia di Dakar, tra bunker abbandonati e una miriade di artisti e artigiani di strada. Questi ultimi hanno scelto Gorée come una sorta di galleria naturale, esponendo tele, batik, collage di vario genere, pietre scolpite, statuette di legno lucido; le donne sono specializzate in collane e braccialetti, alcuni davvero pregevoli, realizzati utilizzando sia la pasta di vetro che pietre dure come Pagata e la corniola, oppure in bronzo, ambra, semi e altri materiali.
LA CORNICHE - Il giorno dopo, Kara Koite ci porta a fare il giro della Corniche, la strada panoramica che culmina nella punta sud della penisola di Cap Vert: lungo la strada tortuosa, si nascondono tra la vegetazione rigogliosa locali di lusso, centri sportivi, ambasciate e il palazzo presidenziale, davanti al quale sorge un enorme baobab con dipinti dedicati all'Africa.
Il Palais de Justice, invece, è più all'interno, in stato d'abbandono. Decine di giovanotti affrontano le pendenze e le curve della Comiche per fare jagging: l'attività sportiva è una vera passione dei senegalesi. Facciamo un salto alla stazione ferroviaria, sulla cui bella facciata liberty e ospitato il miglior treno senegalese: quello dipinto. Sembra infatti che il celebre convoglio che collegava Bamako, il cuore dell'Africa saheliana, con l'Oceano Atlantico non esista più.
L'addetto alla biglietteria, da dietro il vetro scrostato, non è stato in grado di dire in quale giorno sarebbe passato l'unico treno previsto settimanalmente. La tariffa, però, è precisamente 51.600 CFA (circa 80 euro).
LA PERIFERIA - Attraversiamo quindi la bolgia dei quartieri periferici di Dakar, tra cui Akine e lo storico Thiaroye (pronuncia ciarde, come il film, che Kara apprezza, del celebre cineasta Ousmane Sémbené, dedicato alla lotta per l'indipendenza del Senegal): lungo l'arteria della Route national decine e decine di minibus collettivi ostacolano l'altrimenti breve percorso di 40 chilometri fino al lago Retba, fermandosi in continuazione per consentire al ragazzo che, appeso al portellone posteriore, strilla a perdifiato la destinazione del mezzo, di raccogliere i passeggeri provenienti dagli sconfinati quartieri-dormitorio.
Giungiamo così al Lac Rose (cosi detto per il processo di ossidazione del ferro contenuto nelle acque), un po' una trappola per turisti: a dare il benvenuto, ecco spuntare un paio di pseudo-vigili con tanto di badge identificativo fasullo. Il luogo, pieno di baracchini straccimi di oggetti d'artigianale, è comunque piacevole; si può fare una gita in piroga, anche se il caldo torrido sull'acqua stagnante non è sopportabile a lungo.
Li vicino, sulla riva opposta al piccolo imbarcadero turistico, si svolge quotidianamente la dura fatica delle donne e degli uomini che estraggono il sale dal lago e lo ammonticchiano in piramidi che poi saranno caricate sui camion a fine giornata. Ci sono anche alcune casupole, che offrono ai lavoratori stagionali (non ai pescatori, vista la peculiare biologia del lago) un limitato riparo dalla canicola.
LA MEDINA - «Una mano tesa verso i giovani di tutti i ghetti»: è lo slogan di Africa Creation, progetto di N'Diasse Cissé, un giovane e talentuoso artista che da Dakar è sbarcato prima a Bari e poi a Roma, con l'intento di portare all'attenzione del pubblico italiano la sua opera per la valorizzazione e la promozione dei prodotti culturali africani.
Sorta nel 1993 nel cuore del dinamico e popolare quartiere della Medina (non distante dal centro di Dakar), Africa Creation è tante cose insieme: un laboratorio di moda e design, ma anche una struttura sociale con ampi obiettivi che vanno dalla formazione socio-professionale verso gli adolescenti al sostegno a bambini in situazione di disagio, fino all'educazione in ambito sanitario, ambientale, alimentare, spirituale.
Nei primi anni, molti giovani della zona hanno potuto specializzarsi in diversi settori (sartoria, pittura, tinteggiatura, calzaturificio), trovando opportunità di lavoro. Ora c'è Ousmane, fratello minore e principale collaboratore di N'Diasse, che, in sua assenza, fa da collegamento tra i vari "pezzi" dclY atelier, i quali forniscono i materiali semilavorati inviati a N'Diasse, che integra e completa le collezioni.
In effetti, la partenza del suo fondatore ha compromesso la possibilità di continuare a Dakar il progetto, che stenta ad andare avanti: prima, Africa Creation disponeva di una grande struttura, mentre ora ci sono solo quattro persone. Il laboratorio è collocato nella casa di Ousmane, nello stile delle abitazio- ni africane, centrate sul cortile comune su cui si affacciano gli appartamenti dei mèmbri della famiglia allargata.
La sua stanza è molto piccola: è chiaro che tutto lo spazio è dedicato al laboratorio; una scala conduce a un terrazzo dove ci sono i bidoni per la tintura, mentre il taglio e la preparazione dei vestiti sono fatti in altri locali al piano terra. La rete dei partner di Africa Creation è vasta: alcuni manufatti in cotone provengono da un villaggio della regione di Djerbel; la maggior parte dei collaboratori è però in zona, come l'atelier di Abdou Sock, che realizza bellissimi oggetti di cuoio (borse, scarpe) in uno spazio minuscolo, o quello del tintore, nell'adiacente quartiere di Fass: si tratta di Joe Senghor, un effervescente creativo che ha lavorato a New York e fa bei vestiti, tableaux a muro, copriletto, tovaglie (prezzi a partire da 15.000 CFA, circa 22 euro).
Andiamo in giro nella Medina con Ousmane come guida: è il quartiere popolare più antico di Dakar e le relazioni tra i suoi abitanti si nutrono di tornei di calcio inter-rionali, feste di piazza, teatro, ma anche giornate di sensibilizzazione sulla malaria e servizi collettivi di consulenza medica. C'è insomma una forte solidarietà di quartiere e - grazie anche alle scuole islamiche, ben inserite nel tessuto sociale - una scolarità piuttosto elevata. Notevole anche la realtà della Association des Femmes de la Medina, che vanta ben 500 iscritte: sorta (anch'essa nel 1993) per riunire e sviluppare alcune esperienze associative femminili già esistenti nel quartiere, ha come obiettivo quello di costituire un punto di riferimento per le singole donne e per le loro comunità, presentandosi come interlocutore con le istituzioni sia municipali che tradizionali.
Le sue azioni mirano ad alfabetizzare 100 donne l'anno e, più in generale, promuovere la leadership femminile in una società centrata sulla famiglia, di cui la donna è - come ovunque - l'architrave. Lasciamo Dakar con la positiva sensazione di una comunità locale che, pur tra grandi difficoltà, è viva e va avanti, lavorando per il proprio sviluppo