"In caso di necessità, le maschere a ossigeno usciranno automaticamente dai loro alloggiamenti..." Con poche varianti, è questa una delle frasi standard che chiunque abbia preso un aereo ha ascoltato poco prima che il volo avesse inizio, magari chiedendosi quali fossero queste senz'altro preoccupanti "necessità".
In realtà, le maschere a ossigeno servono in un solo caso: quello della perdita di pressurizzazione dell'aereo ad alta quota. In questa malaugurata ipotesi, un apposito sensore registra il brusco calo di pressione e fa aprire i contenitori, posti sul soffitto della cabina, proprio sopra la testa dei passeggeri. L'effettiva erogazione di ossigeno inizia solo quando si afferra la mascherina e la si porta alla bocca.
A partire da quel momento il flusso di ossigeno è garantito in modo continuo senza che il processo possa essere in alcun modo interrotto, perché all'altra estremità del tubicino di plastica non c'è una bombola che possa essere aperta e chiusa a piacimento, ma un marchingegno che, sfruttando una reazione chimica, produce ossigeno per un tempo non inferiore ai quindici minuti; ai piloti il compito di sfruttare questo quarto d'ora per portare l'aereo a quote dove la respirazione sia possibile: è quella che si chiama una "discesa di emergenza", ed è oggetto di continue esercitazioni al simulatore.
La soluzione "chimica" viene preferita alle classiche bombole essenzialmente per ragioni di peso (e quindi, al solito, di consumi), anche se a bordo qualche bombola c'è, destinata però a soccorrere eventuali passeggeri colti da malore. Ma, contrariamente a quanto molti credono, le mascherine che scendono automaticamente davanti alla faccia dei passeggeri, non possono essere assolutamente usate in caso di cabina invasa dal fumo.
Infatti, a parte le dense fumate che invadono a scopo scenografico il palco dei concerti rock, normalmente la presenza di fumo presuppone che ci sia, direttamente visibile o meno, anche un fuoco, e immettere ossigeno sulla scena di un probabile incendio esporrebbe al rischio di far saltare tutto per aria, il che non è esattamente il risultato che si vuole ottenere.
In realtà, le maschere a ossigeno servono in un solo caso: quello della perdita di pressurizzazione dell'aereo ad alta quota. In questa malaugurata ipotesi, un apposito sensore registra il brusco calo di pressione e fa aprire i contenitori, posti sul soffitto della cabina, proprio sopra la testa dei passeggeri. L'effettiva erogazione di ossigeno inizia solo quando si afferra la mascherina e la si porta alla bocca.
A partire da quel momento il flusso di ossigeno è garantito in modo continuo senza che il processo possa essere in alcun modo interrotto, perché all'altra estremità del tubicino di plastica non c'è una bombola che possa essere aperta e chiusa a piacimento, ma un marchingegno che, sfruttando una reazione chimica, produce ossigeno per un tempo non inferiore ai quindici minuti; ai piloti il compito di sfruttare questo quarto d'ora per portare l'aereo a quote dove la respirazione sia possibile: è quella che si chiama una "discesa di emergenza", ed è oggetto di continue esercitazioni al simulatore.
La soluzione "chimica" viene preferita alle classiche bombole essenzialmente per ragioni di peso (e quindi, al solito, di consumi), anche se a bordo qualche bombola c'è, destinata però a soccorrere eventuali passeggeri colti da malore. Ma, contrariamente a quanto molti credono, le mascherine che scendono automaticamente davanti alla faccia dei passeggeri, non possono essere assolutamente usate in caso di cabina invasa dal fumo.
Infatti, a parte le dense fumate che invadono a scopo scenografico il palco dei concerti rock, normalmente la presenza di fumo presuppone che ci sia, direttamente visibile o meno, anche un fuoco, e immettere ossigeno sulla scena di un probabile incendio esporrebbe al rischio di far saltare tutto per aria, il che non è esattamente il risultato che si vuole ottenere.