Viaggi

Scoprire la Croazia sulle due ruote

Un'itinerario insolito di cinque giorni tra le isole dell'Adriatico. Su strade sterrate alla scoperta di borghi incantati e spiagge incontaminate

5 minuti di lettura
Le isole della Croazia in bicicletta? Ma sì, mi disse un amica, con un po’ d’allenamento è un viaggio alla portata di tutti. Aveva in parte ragione, poiché lo è stato per un cinquantenne quasi sedentario, al quale trascorrere una vacanza pedalando non era davvero mai passato per la mente e che fino a pochi giorni prima della partenza, quando gli capitava di incrociare un ciclista stretto in una tutina dai colori sgargianti e grondante sudore, non poteva non vederlo come un martire di chissà quale misteriosa religione. Ma nella vita, scrisse un grande filosofo, soltanto i cretini non cambiano mai opinione. Quindi, dopo aver a mia volta sudato sangue e più volte maledetto il giorno che decisi di intraprendere questo viaggio, ecco i pochi, ma preziosi consigli che da neofita del ciclotouring mi sento di darvi.

Primo: non lasciarsi scoraggiare dalle salite, ma affrontarle con pazienza e rassegnazione. Secondo: le borse di bagagli devono essere leggere, anzi leggerissime: pesate anche il sapone che vi portate appresso. Terzo: la borraccia deve invece essere sempre piena d’acqua. Portatevi dietro barrette energetiche o, quantomeno, un paio di banane, ricche di potassio. Quarto: non dimenticate il casco, i guanti da bici e, soprattutto, la tutina, con tanto di calzoncini con fondello.

GUARDA LA MAPPA INTERATTIVA

PRIMO GIORNO
A Spalato, il traghetto da Ancona sbarca alle 7 del mattino. Arrivando a quell’ora, la città che fu di Diocleziano, antica e bianchissima, poiché interamente costruita in pietra d’Istria, sembra pulita come una farmacia. Dopo cappuccino e brioche sull’elegante lungomare, facciamo la spesa al mercato che sta a ridosso delle mura del palazzo dell’imperatore romano, all’altezza della porta meridionale. Compriamo pane, prosciutto affumicato delle montagne della Croazia, frutta e acqua. Alle 10:15 ci imbarchiamo sul traghetto della benemerita compagnia Jadrolinija per Lastovo, la più selvaggia delle isole della Dalmazia. Sbarchiamo a Ubli, porto di Lastovo, alle 15:45, dopo una splendida traversata.

Sui pendii rocciosi delle isole che costeggiamo sorprende la ricchezza della vegetazione e la scarsità delle costruzioni: pochissime i porticcioli nelle infinite baiette, altrettanto pochi i paesini arroccati nell’entroterra. Le case tutte bianche, con i tetti di tegole rosse, conferiscono al paesaggio una grande armonia architettonica. Molte strade sono ancora sterrate. La costa è frastagliata come quella di una Norvegia del Mediterraneo. In mare, nove barche su dieci navigano a vela.

Da Ubli parte un’unica strada che in dieci chilometri (i primi cinque in salita) conduce al paesino di Lastovo, nell’interno dell’omonima, fertilissima isola. Due particolarità: è l’unico villlaggio della Dalmazia che non affaccia sul mare, ma su una valle verde dove crescono fichi e vigneti; e i grandi comignoli delle sue case di pietra ocra scura sono a forma di minareto. Da vedere: la chiesetta di San Cosma e Damiano. Proseguiamo per altri sette chilometri, fino alla baia di Skrivena Luka, dove si fronteggiano due ristoranti con attracchi per barche a vela: il Porat e Porto Rosso. Scegliamo il primo, che offre anche delle camere dove passare la notte. Al tramonto, il padrone del Porat sale sul suo barchino e va a buttare le nasse per le aragoste a poche centinaia di metri dalla riva.
Aragoste che una volta pescate cucina ai clienti del suo ristorante, a prezzi tutt’altro che modici.

SECONDO GIORNO
Percorriamo i 17 km che separano Skrivema Luka da Ubli in una sola tratta (salvo un breve tappa a Lastovo per comprare acqua). Attenzione: due salite ripide ma non lunghissime, la prima all’uscita dalla baia (per gli esperti si tratta di un 9%), l’altra prima di entrare a Lastovo. Alle 11:30 da Ubli prendiamo il traghetto verso Velo Luka, sull’isola di Korcula, dove arriviamo alle 13. Partiamo allora in direzione di Blato, ma prima di raggiungere il paesino svoltiamo sulla sinistra verso la ciclabile della costa. Fino a Babina la strada attraversa lunghi tratti di macchia dove crescono ogni pianta e arbusto mediterranei, dal corbezzolo all’olivastro, dall’origano al rosmarino selvatico. Stupefacente la varietà e la quantità di farfalle. Una volta giunti a Babina vi suggeriamo di tornare verso l’interno, direzione Lara.

Oppure, se avete gambe di ferro o se siete davvero coraggiosi, come imprudentemente lo siamo stati noi, vi fate i 15 chilometri di una strada strada malamente sterrata fino a Racisce. Questo antico e fiabesco borghetto sul mare è preceduto da terrazzamenti costruiti nei secoli con pietra che somiglia all’ardesia. Ora, la superficie coltivata è di gran lunga inferiore a quella degli accumuli di sassi con cui sono stati fatti questi muretti, come se un tempo vi fosse stata una sorta di “fierezza del muretto”, un po’ come quella delle torri a San Gimignano. A Racisce ceniamo in un ristorante i cui tavoli sono stati inopinatamente disposti sul sagrato di un’antica chiesetta che affaccia sulla spiaggia del paesino. Dormiamo da Antonietta, per 15 euro a testa, a cinque metri cinque dal mare.
 
TERZO GIORNO
Da Racisce, percorrendo dodici chilometri di strada finalmente pianeggiante, arriviamo nella splendida e turistica Korkula, paesino ancora racchiuso nelle sue mura merlate e dove una costruzione su cinque è una chiesa. Questa cittadina in miniatura, con le sue stradine che finiscono a mare, i suoi palazzetti veneziani e le sue graziose boutique di souvenir merita una passeggiata. A piedi stavolta. Alle 13.30 risaliamo sul traghetto per Spalato, che costeggia prima la penisola di Peljesac, poi l’isola di Hvar, e infine Brac. Sul versante occidentale di Hvar vediamo solo pochi paesetti. Ce n’è in particolare che ci colpisce: arrampicato sugli scogli, a un centinaio di metri dal mare, è sovrastato dalle bocche di ampie grotte e da campi di grano che sembrano correre lungo la parete di roccia, quasi alla verticale sul mare.
 
Arriviamo a Spalato alle 7 di sera e, di fronte all’ex mausoleo di Diocleziano, oggi diventata cattedrale, scoviamo un bar senza tavolini, ma con cuscini posati sui gradini del monumento. Un’ultima passeggiata sul lungomare, dove sono coltivate vaste aiuole di lavanda, salvia e camomilla.

QUARTO GIORNO
Il ferry per Vis parte alle 9:30, facciamo quindi in tempo a visitare il mercato del pesce di Spalato, una costruzione ottocentesca, a un piano, nella città vecchia. Vendono ogni tipo di pesce, crostaceo o mollusco. Perfino le patelle. Il tonno fresco lo mettono all’equivalente di 10 euro al chilo. Come Lastovo, anche Vis è rimasta chiusa al turismo dal 1976 al 1989, per la sua importanza come avamposto militare. Neanche qui il turismo di massa ha ancora attecchito, e con un po’ di fortuna e di lungimiranza da parte dei suoi abitanti non attecchirà mai.

Arriviamo alle 11:30 e dopo aver trovato una caletta a pochi chilometri dal porto, sotto la fortezza di re Giorgio, decidiamo di buttarci in acqua.
Il mare è pulitissimo e pieno di pesciolini e sfrontati gamberetti che vengono a solleticarci i piedi. Alle 16 partiamo verso il paesino di Komisa, dall’altra parte dell’isola, quello che affaccia verso l’Adriatico. Se il porticciolo di Vis è stato per secoli abitato da agricoltori (sull’isola ancora si produce parecchio vino), quello di Komisa lo è stato da pescatori. Per raggiungere quest’ultimo dobbiamo arrampicarci per sette chilometri lungo una strada senza troppo interesse, se non per la quantità di arbusti di rosmarino selvatico. Si sale fino a 385 metri, dove un’antica chiesetta a pianta circolare annuncia le fine delle nostre pene.

Comincia allora una discesa ripida e piena di tornanti, che in pochi minuti ci porta a Komisa. Anche questo paesino è architettonicamente molto aggraziato: le case sono alte e strette, in pietra d’Istria, con le imposte azzurro cielo. Ceniamo sul porticciolo, dove ci servono “pane di Komisa”, una sorta di pizza ripiena di acciughe, cipolle e pomodoro, e patè di pesce, preparato con alici, capperi e olive. Dormiamo in una stanza dalle cui finestre si vede soltanto il blu del mare e del cielo.

QUINTO GIORNO
Per tornare a Vis da Komisa scegliamo la “strada del vino”, più lunga di quella percorsa all’andata, sul versante occidentale dell’isola. Sono complessivamente 20 chilometri, dei quali quattro o cinque in salita, ma mai con pendenze infernali. Si scavallano due promontori, il primo culmima a 300 metri, l’altro a 200. La prima parte della strada offre una bella vista panoramica della costa. Poi, il paesaggio cambia, e si attraversano quegli antiche vigneti che, come scrivono le guide, hanno reso celebre questo luogo per il suo vino. In salita ci troviamo a tratti controvento, ma con in altri con un meraviglioso vento di poppa. Impieghiamo un’ora e mezzo per fare ritorno al porto. E alle 13:30 ripartiamo verso Spalato e da lì, finalmente, verso l’Italia