"Alle dieci, il viale Salaverry era deserto, di tanto in tanto passava un tram fragoroso semivuoto....cercava di ricordarsi la piazza Bolognesi in fondo al viale...affollata, un brulichio di auto e di tram, la folla sui marciapiedi, i tetti delle auto simili a specchi che riflettevano annunci luminosi...Lima gli faceva paura. era molto grande, ci si poteva perdere e non ritrovare mai più la propria casa".
Così, anno 1962, l'allora ventiseienne Mario Vargas Llosa descriveva Lima nel suo primo capolavoro "La città e i cani". Quasi 50 anni dopo, abbandonati tram e auto specchiate, la metropoli ha ora 10 milioni di anime e un oceano di taxi legali e abusivi. Tutto il trasporto urbano è una colossale economia di mercato, tutto privato. Una miriade di decrepite minuscole Daewoo gialle e poi auto d'ogni tipo ed età che improvvisamente appaiono sormontate dalla fatidica scritta in rosso a sfondo bianco, pullmini Combi collettivi a linea unica da cui s'affacciano giovani urlanti per segnalare le direzioni e richiamare passeggeri dai quali incassano pochi soles.
E poi ancora vecchi autobus dal muso allungato che percorrono da Nord a Sud la città o antiquati modelli di pullman giapponesi riadattati con la guida invertita. Un'autovettura su sei, o forse ancor di più, è un taxi. Si parla di oltre centosessantamila auto adibite a trasporto urbano. Una sola cifra per fare paragoni: Roma ha oggi intorno agli otto mila taxi. E i turni a Lima sono liberi, anche 12 ore di guida continua. "Perché tanti taxi? E' il modo più veloce per fare soldi, è lavoro", dicono in coro "los taxistas".
Il doppio lavoro è adattare la propria macchina per il passaggio a pagamento: si alza una mano, l'auto si ferma e si contratta il prezzo. Legale, illegale? Non si sa, quelli con il numero di targa sulla fiancata dovrebbero essere legali, ma ormai chi controlla? Nelle concessionarie d'auto si vende e si pubblicizza il pacchetto completo, la vettura con l'autorizzazione. E ai semafori i ragazzini vendono l'adesivo con la fatidica scritta: TAXI.
Nella vasta area centrale, dal Barranco, il quartiere dei giovani e dei locali sul mare, dalle ricche e residenziali Miraflores e San Isidro con il Circuito de Playas in via di rifacimento, giù fino a Jesus Maria, Pueblo Libre, alla città vecchia che costeggia il Rimac, e lassù, a nord ovest, fino al municipio indipendente del Callao, dove sta l'aeroporto internazionale, dominano le auto.
Oltre quella soglia, è il regno dei taximoto, le tre ruote del sottosviluppo, là dove i popoli della Sierra e quello della Selva hanno occupato l'immensa periferia con baracche di cartone e tetti di bandone ondulato: a Nord verso Los Olivos e Indipendencia e a Sud, a Villa Maria del Triunfo, a Ciudad de Dios e San Juan de Miraflores.
E in quelli che vengono chiamati "asentamientos humanos", dove non esistono servizi igienici, l'acqua si trasporta con i secchi dai depositi, dove l'illuminazione fa fatica a rincorrere l'esplodere dei nuovi arrivi, si riproduce l'ambiente originario degli immigrati: s'inerpicano sulle pendici delle aride montagne i discendenti Inca delle Ande, mentre in basso, nella piana brulla e polverosa prolificano i figli della giungla d'Amazzonia.
Sud America peggio dell'Africa? "Sì, è peggio", racconta in Sorriso Africano Doris Lessing, premio Nobel per la Letteratura nel 2007, "Tanto per incominciare, ci sono grandi differenze fra ricchi e poveri". Peggio persino rispetto allo Zimbabwe, dove la Lessing è cresciuta: "Niente di altrettanto brutto o crudele...".
A vederla di notte, dalla misera collina di Nuova Esperanza, questa parte di Lima sembra un presepe: i lumini aggrappati alla montagna, sempre più in alto, fin dove si può arrivare, fioche luci testimoni della vita nelle casette super affollate immerse nel buio. E giù l'immensa piana occupata dai filari di baracche disposti lungo la miriade di strade parallele illuminate dai lampioni dalla luce giallastra.
Lima quaggiù non è per turisti; ma ci vengono, anche di notte, i volontari, peruviani e anche italiani, del Cesvi, l'organizzazione laica di cooperazione e sviluppo nata a Bergamo o la Ong peruviana Prisma con il progetto ISEAT, impegnata nella lotta contro povertà e tubercolosi, come tante altre.
Gocce nell'oceano, comunque. Ma il turista, di passaggio a Lima, vede un'altra città e contratta a suon di soles (un euro equivale a quattro soles) i passaggi nella Lima benestante. Una metropoli che val bene una sosta, sebbene l'inquinamento e il clima non inducano a lunghe permanenze, nonostante l'affaccio sul Pacifico. Le chiese e le madonne dagli abiti riccamente ricamati a forma di triangolo, simbolo della montagna, cara ai popoli della Sierra, i palazzi coloniali, i musei e le straordinarie raccolte delle ceramiche delle civiltà precolombiane, parlano di uno solo grande atto: la conquista di Francisco Pizarro (la cui tomba e le spoglie, da meno di 40 anni riconosciute autentiche, sono della Cattedrale di Plaza de Armas) e la "conversione" al cattolicesimo.
C'era un prima, l'impero Inca e i precedenti Chancay, Nasca, Chiribaya, Tiahuanaco, Huari; c'era una volta l'incredibile meraviglia di Machu Picchu e Ollantaytambo; poi, nel 1532, venne il tempo dei "conquistadores" spagnoli, la capitale Inca Cuzco, sulle Ande, venne sostituita da Lima con le sue belle case coloniali e le chiese. Entro Lima e appena fuori (Pachacamac) si possono visitare gli alti templi sacri (le huacas Huallamarca e Pucllana), veri complessi archeologici ora ben curati.
Valgono una visita le chiese piuttosto centrali di Santa Rosa de Lima (in Tacna: la santa più amata), di Santo Domingo (tra Camanà e Conde de Superunda), San Pedro (Ucayali), las Nazarenas (a Tacna), e i monasteri de Los Descalzos (in fondo all'omonima strada) e de San Francisco (Lampa: famoso per le catacombe).
Non si possono perdere alcune case coloniali, ora restaurate, in alcuni casi diventate museo (come Casa Belén, in Jr. de la Union, con le mostre imperdibili di ceramiche Chancay, di tessuti precolombiani e di minerali) o la residenza Settecentesca divenuta museo privato Rafael Larco Herrera (Bolivar, Pueblo Libre) forse la collezione di ceramiche più grande del mondo con meraviglie inaspettate dalle civiltà ante Cristo fino agli Inca, comprese due stanze dedicate alle ceramiche erotiche.
In alcuni casi, con una semplice mancia al custode, si possono visitare i palazzi (Casa de la Riva, Casa de Oquendo, Casa Pilatos): splendidi e visibili dall'esterno i balconi in legno scolpito. Dopo una visita alla centrale Plaza de Armas (aspettando il cambio della guardia del Palacio de Gobierno), a Plaza San Martin, al "gelido" ma interessante Museo della Naciòn (Javier Pardo Este) e costretti a saltare, in questo periodo, il Museo de Arte de Lima, chiuso per restauri, si potrebbe fare una visita al Museo de Oro del Peru (Alonso de Molina), se si riesce a digerire l'incertezza sull'autenticità dei preziosi in mostra.
Shopping a Miraflores e San Isidro, con pranzo o cena nel modernissimo centro commerciale LarcoMar che si affaccia con i suoi ristorantini sull'oceano, una lunga camminata per Avenida José Larco fino all'Ovalo e a Ricardo Palma dove, poco distante, c'è il grande mercato artigianale del Indios. Per ogni spostamento, ovviamente, taxi o combi. Trattare sempre sul prezzo
Così, anno 1962, l'allora ventiseienne Mario Vargas Llosa descriveva Lima nel suo primo capolavoro "La città e i cani". Quasi 50 anni dopo, abbandonati tram e auto specchiate, la metropoli ha ora 10 milioni di anime e un oceano di taxi legali e abusivi. Tutto il trasporto urbano è una colossale economia di mercato, tutto privato. Una miriade di decrepite minuscole Daewoo gialle e poi auto d'ogni tipo ed età che improvvisamente appaiono sormontate dalla fatidica scritta in rosso a sfondo bianco, pullmini Combi collettivi a linea unica da cui s'affacciano giovani urlanti per segnalare le direzioni e richiamare passeggeri dai quali incassano pochi soles.
E poi ancora vecchi autobus dal muso allungato che percorrono da Nord a Sud la città o antiquati modelli di pullman giapponesi riadattati con la guida invertita. Un'autovettura su sei, o forse ancor di più, è un taxi. Si parla di oltre centosessantamila auto adibite a trasporto urbano. Una sola cifra per fare paragoni: Roma ha oggi intorno agli otto mila taxi. E i turni a Lima sono liberi, anche 12 ore di guida continua. "Perché tanti taxi? E' il modo più veloce per fare soldi, è lavoro", dicono in coro "los taxistas".
Il doppio lavoro è adattare la propria macchina per il passaggio a pagamento: si alza una mano, l'auto si ferma e si contratta il prezzo. Legale, illegale? Non si sa, quelli con il numero di targa sulla fiancata dovrebbero essere legali, ma ormai chi controlla? Nelle concessionarie d'auto si vende e si pubblicizza il pacchetto completo, la vettura con l'autorizzazione. E ai semafori i ragazzini vendono l'adesivo con la fatidica scritta: TAXI.
Nella vasta area centrale, dal Barranco, il quartiere dei giovani e dei locali sul mare, dalle ricche e residenziali Miraflores e San Isidro con il Circuito de Playas in via di rifacimento, giù fino a Jesus Maria, Pueblo Libre, alla città vecchia che costeggia il Rimac, e lassù, a nord ovest, fino al municipio indipendente del Callao, dove sta l'aeroporto internazionale, dominano le auto.
Oltre quella soglia, è il regno dei taximoto, le tre ruote del sottosviluppo, là dove i popoli della Sierra e quello della Selva hanno occupato l'immensa periferia con baracche di cartone e tetti di bandone ondulato: a Nord verso Los Olivos e Indipendencia e a Sud, a Villa Maria del Triunfo, a Ciudad de Dios e San Juan de Miraflores.
E in quelli che vengono chiamati "asentamientos humanos", dove non esistono servizi igienici, l'acqua si trasporta con i secchi dai depositi, dove l'illuminazione fa fatica a rincorrere l'esplodere dei nuovi arrivi, si riproduce l'ambiente originario degli immigrati: s'inerpicano sulle pendici delle aride montagne i discendenti Inca delle Ande, mentre in basso, nella piana brulla e polverosa prolificano i figli della giungla d'Amazzonia.
Sud America peggio dell'Africa? "Sì, è peggio", racconta in Sorriso Africano Doris Lessing, premio Nobel per la Letteratura nel 2007, "Tanto per incominciare, ci sono grandi differenze fra ricchi e poveri". Peggio persino rispetto allo Zimbabwe, dove la Lessing è cresciuta: "Niente di altrettanto brutto o crudele...".
A vederla di notte, dalla misera collina di Nuova Esperanza, questa parte di Lima sembra un presepe: i lumini aggrappati alla montagna, sempre più in alto, fin dove si può arrivare, fioche luci testimoni della vita nelle casette super affollate immerse nel buio. E giù l'immensa piana occupata dai filari di baracche disposti lungo la miriade di strade parallele illuminate dai lampioni dalla luce giallastra.
Lima quaggiù non è per turisti; ma ci vengono, anche di notte, i volontari, peruviani e anche italiani, del Cesvi, l'organizzazione laica di cooperazione e sviluppo nata a Bergamo o la Ong peruviana Prisma con il progetto ISEAT, impegnata nella lotta contro povertà e tubercolosi, come tante altre.
Gocce nell'oceano, comunque. Ma il turista, di passaggio a Lima, vede un'altra città e contratta a suon di soles (un euro equivale a quattro soles) i passaggi nella Lima benestante. Una metropoli che val bene una sosta, sebbene l'inquinamento e il clima non inducano a lunghe permanenze, nonostante l'affaccio sul Pacifico. Le chiese e le madonne dagli abiti riccamente ricamati a forma di triangolo, simbolo della montagna, cara ai popoli della Sierra, i palazzi coloniali, i musei e le straordinarie raccolte delle ceramiche delle civiltà precolombiane, parlano di uno solo grande atto: la conquista di Francisco Pizarro (la cui tomba e le spoglie, da meno di 40 anni riconosciute autentiche, sono della Cattedrale di Plaza de Armas) e la "conversione" al cattolicesimo.
C'era un prima, l'impero Inca e i precedenti Chancay, Nasca, Chiribaya, Tiahuanaco, Huari; c'era una volta l'incredibile meraviglia di Machu Picchu e Ollantaytambo; poi, nel 1532, venne il tempo dei "conquistadores" spagnoli, la capitale Inca Cuzco, sulle Ande, venne sostituita da Lima con le sue belle case coloniali e le chiese. Entro Lima e appena fuori (Pachacamac) si possono visitare gli alti templi sacri (le huacas Huallamarca e Pucllana), veri complessi archeologici ora ben curati.
Valgono una visita le chiese piuttosto centrali di Santa Rosa de Lima (in Tacna: la santa più amata), di Santo Domingo (tra Camanà e Conde de Superunda), San Pedro (Ucayali), las Nazarenas (a Tacna), e i monasteri de Los Descalzos (in fondo all'omonima strada) e de San Francisco (Lampa: famoso per le catacombe).
Non si possono perdere alcune case coloniali, ora restaurate, in alcuni casi diventate museo (come Casa Belén, in Jr. de la Union, con le mostre imperdibili di ceramiche Chancay, di tessuti precolombiani e di minerali) o la residenza Settecentesca divenuta museo privato Rafael Larco Herrera (Bolivar, Pueblo Libre) forse la collezione di ceramiche più grande del mondo con meraviglie inaspettate dalle civiltà ante Cristo fino agli Inca, comprese due stanze dedicate alle ceramiche erotiche.
In alcuni casi, con una semplice mancia al custode, si possono visitare i palazzi (Casa de la Riva, Casa de Oquendo, Casa Pilatos): splendidi e visibili dall'esterno i balconi in legno scolpito. Dopo una visita alla centrale Plaza de Armas (aspettando il cambio della guardia del Palacio de Gobierno), a Plaza San Martin, al "gelido" ma interessante Museo della Naciòn (Javier Pardo Este) e costretti a saltare, in questo periodo, il Museo de Arte de Lima, chiuso per restauri, si potrebbe fare una visita al Museo de Oro del Peru (Alonso de Molina), se si riesce a digerire l'incertezza sull'autenticità dei preziosi in mostra.
Shopping a Miraflores e San Isidro, con pranzo o cena nel modernissimo centro commerciale LarcoMar che si affaccia con i suoi ristorantini sull'oceano, una lunga camminata per Avenida José Larco fino all'Ovalo e a Ricardo Palma dove, poco distante, c'è il grande mercato artigianale del Indios. Per ogni spostamento, ovviamente, taxi o combi. Trattare sempre sul prezzo