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New York oltre Central Park

Le gang di West Side Story. Il ristorante di Philip Roth. Il lusso dei nuovi ricchi. Da un grande scrittore una guida autobiografica al quartiere più alla moda di New York

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Lo spettacolo da me offerto a mio fratello quando entrò nella junior Suite dello Sheraton Center, nella quale bivaccavo oramai da una settimana, non fu dei più edificanti. Ero ingrassato, vivevo in un'inutilmente vasta camera in un albergo newyorchese che non avrei potuto permettermi. La temperatura della stanza era polare. Il volume del Tv troppo alto. L'accappatoio e gli asciugamani bianchi giacevano appallottolati accanto al letto.

Un carrello recava i maleodoranti resti di una cena supercalorica. Temo che lo stato derelitto in cui versava il mio organismo (che tra l'altro a quel tempo doveva ancora compiere sedici anni) fosse da addebitare alla balzana idea di mia madre di mettermi a disposizione per quel secondo viaggio americano la carta di credito di mio padre. Mia madre aveva violato uno dei comandamenti imposti dalla maternità: mai fidarsi dei bravi figli con gli occhiali!
 
Finché ero stato dall'altra parte del Paese, in California, da una mia prozia, avevo rigato dritto. Controllando le mie smanie. Poi avevo incontrato una ragazza nel parco-giochi di Magic Mountain. Con la quale avevo perso ogni freno inibitorio, che aveva messo a repentaglio la mia ingombrante verginità e che mi aveva insegnato come spendere i soldi di mio padre. La ragazza nel frattempo doveva aver trovato un altro pollo. E io mi leccavo le ferite dall'altra parte del Paese spendendo i quattrini dei miei genitori come lei mi aveva insegnato. Che potevo farci se con la carta mi sembrava tutto gratis?

Eppoi non è che tenessi il conto di quanto avevo già speso. Ogni nuovo acquisto mi sembrava il primo. E la mia ultima follia, una volta a New York, in attesa dell'arrivo di mio fratello, a sua volta proveniente dal Midwest, era stata quella di piazzarmi, come un famoso personaggio di Truman Capote, in un albergo di Manhattan e di ordinare al roomservice tutti i club sandwich e tutte le cheesecake necessari per dimenticare la ragazza. "Che ti succede? Ma ti sei visto? Sembri Elvis un mese prima di morire! Da quanto sei qua dentro?".

Questa era la voce di mio fratello che si sovrapponeva, con parole non dissimili, a quella della mia coscienza. Fui così felice di vederlo. Sapevo che mi stava per sottrarre a un incubo. La cura di mio fratello, per tirarmi fuori da una così dispendiosa depressione, risultò più morigerata di certo, ma non più virtuosa. Chiese al cugino di mio padre, il figlio della prozia da cui avevo dormito in California, di ospitarci nel suo appartamento almeno fino al giorno della partenza.

Eric (non è il suo vero nome naturalmente) viveva in un pulcioso bilocale al decimo piano di un immobile tra Columbus Avenue e la Novantesima, nell'Upper West Side. Sebbene oggi Eric si atteggi a stempiato rispettabile psicoterapeuta, allora interpretava a perfezione il ruolo del bohemien newyorchese: radicale, debosciato, nottambulo, sovrastato da un'enorme ricciuta capigliatura. Suonava in un gruppo di musica popolare irlandese con cui aveva inciso anche un paio di dischi di strepitoso insuccesso.

Tutte le mattine acquistava nella Deli sottocasa i bagel che, spalmati di burro di arachidi e marmellata, ci avrebbe servito per colazione, per pranzo e per cena. Tanto per capire il tipo, la prima cosa che Eric fece, quando io e mio fratello ci stabilimmo in quel settembre feroce nel suo cadente appartamento privo di condizionatore, fu di portarci in pellegrinaggio all'albero di Central Park sotto alle cui fronde per la prima volta si era fatto di acido. All'epoca l'Upper West Side non era il posto lindo, rispettabile, in un certo modo esclusivo di oggi.

A dire il vero l'intera Manhattan, a metà degli anni '80, era sporca, puzzolente, pericolosa. Molto più simile alla casba di "Taxi driver" che a quella città patinata di preziosi pastelli degli ultimi film di Woody Allen. Sentite un po' come la descrive la schifiltoso Saul Bellow, appena pochi anni prima il mio arrivo in città: "New York stava diventando peggio di Napoli o Salonicco. Era come una città asiatica, o africana sotto quel profilo. E neppure i quartieri opulenti della città ne erano immuni. Aprivi una porta tutta intarsiata e ti ritrovavi nella degradazione, da un ipercivilizzato lusso bizantino dritti dritti allo stato brado, con il mondo barbaro del colore che eruttava dal basso".

Sì, insomma una cosa del genere. L'Upper West Side era parte di questo tipo di Manhattan e, sebbene si stesse già trasformando, offriva alla città il suo contributo di sporcizia, brutalità, fatiscenza. Che un artistoide ebreo come mio cugino Eric l'avesse scelta come quartier generale della sua deboscia, beh non è poi così strano. La maggior parte dei grandi artisti ebrei che negli anni successivi avrei preso ad amare, abitavano o avevano abitato da quelle parti: da Isaac B. Singer (il principe dell'Upper West) a Malamud.

Oggi è il turno di Roth e di Englander. Vorrei far notare come si tratti di quattro scrittori ebrei ciascuno a suo modo ossessionati dall'ebraismo. Dev'essere l'aria dell'Upper West. E a proposito di ebrei, fu Eric a portarci da Zabar's, l'immenso supermarket che vende solo alimenti kosher di ascendenza askenazita. E soprattutto da Barney Greengrass, un locale mitico della zona. Costituito da due bugigattoli: il primo dei quali ospita una piccola drogheria dove puoi acquistare leccornie ebraiche, come per esempio il pallido storione affumicato; il secondo, adibito a tavola calda, serve le medesime leccornie con identica ruvidezza (Eric ci fece provare il bagel con frittata di salmone e storione, un'esplosione di calorie dannatamente gustosa).

Ma la cosa più interessante era l'aria che si respirava là dentro. Certe facce, certi atteggiamenti levantini, quell'odore di soldi fruscianti, il tintinnio dei registratori di cassa, l'obbligo di pagare in contanti. Contegni non tropo dissimili da quelli che avresti potuto ritrovare a Portico d'Ottavia, a Roma, in quella che gli ebrei romani chiamano "Piazza". Ora se c'è una cosa che ha sempre divertito me e mio fratello è scovare all'estero quel tipo di giudaiche somiglianze lì. "Guarda quella, sembra zia Vera". "E quell'altro è uguale a Memmo Sed" e via dicendo.

Quel posto straboccava di pittoreschi ebrei ad uso del nostro gioco delle somiglianze. Il tutto mi dava quella sensazione di delizioso riavvicinamento alla vita vera, di riappropriazione di sé e della propria origine, che, nella "Recherche", consente a Swann di liberarsi dal pensiero ossessivo di Odette. Una decina d'anni dopo aver consumato il mio primo pasto da Barney Greengrass, Philip Roth (a tutt'oggi un habitué di quel localino) ne avrebbe scritto in questi termini su un bellissimo libro intitolato "Operazione Shylock": "Un ristorantino ebraico di Amsterdam Avenue, specializzato in pesce affumicato, che serviva pranzi e colazioni in una sala adiacente al banco dei bagel and bialy e che dava l'impressione che quando, anni addietro, qualcuno aveva avuto l'idea di "ammodernarlo" il tentativo di cambiare l'arredamento fosse stato accortamente interrotto a metà strada.
 
Il locale mi ricordava gli umidi alloggi al livello stradale di alcuni dei miei amici d'infanzia, i cui genitori consumavano frettolosamente i pasti in uno sgabuzzino grande come un armadio dietro alla bottega per tenere d'occhio il registratore di cassa e la commessa". Mi pare che questo passo di Roth esprima a perfezione quel tipo di frontiera in cui da sempre si trova sospeso l'Upper West Side tra la Manhattan opulenta e quella più popolare e folcloristica. Non sarà mica un caso che lo spiazzo dove oggi sorge il Lincoln center (uno dei centri di intrattenimento culturale più importanti e attivi del pianeta) è lo stesso dove si sfidano le bande degli Jets e degli Sharks, nel famoso film tratto dal musical "West Side Story".

Il conflitto etnico, che oggi si è spostato altrove, soprattutto in New Jersey, all'epoca era all'ordine del giorno nell'Upper West Side. Era il sale di questo quartiere. Ma oggi? Oggi è tutto diverso. Gentrification, questo il termine usato per descrivere la rigenerazione urbana di un quartiere. Per alcuni radical si tratta di una forma soft di terrorismo, per altri di una palingenesi urbanistica.

Non molti anni fa uscì un filmetto leggero di Nora Ephron, che certo ricorderete, intitolato "You've got a mail" ("C'è posta per te"). Il quale metteva spiritosamente in scena questo conflitto tra gli alfieri del vecchio West Side e gli alfieri del nuovo. David Denby, a proposito del film, scrisse sul "New Tork Magazine": "Più che una storia d'amore tra Meg Ryan e Tom Hanks sembra la storia d'amore tra Nora Hephron e l'Upper West Side". E, in effetti, basta dare un'occhiata a qualche fotogramma del film, per vedere la trasformazione dell'Upper West Side in un quartiere residenziale elegante: ristoranti alla moda, ridanciani gruppetti di scolarette in divisa che camminano sui marciapiedi emettendo euforiche interiezioni, e soprattutto il parco.

Che non è più quello dove mio cugino si faceva di acido, ma una specie di piccolo Eden, allo stesso tempo intricato e pittoresco, ricco di scorci romantici e di sentieri incastonati tra fresche variopinte aiuole, ad uso di famiglie privilegiate che possono permettersi di vivere a Manhattan. È Central Park che separa l'Upper West dall'Upper East. Ufficialmente quest'ultimo è ancora lo spicchio di città più esclusivo. Ci sono interi condomini in cui è considerato inappropriato essere neri o ebrei. Un amico mi diceva che da quelle parti lo snobismo è ancora talmente in auge che lui, invitato a una cena da una bizzarra milionaria Wasp, nel di lei splendido attico sulla Quinta affacciato sul Parco, si sentì rivolgere questa domanda da un commensale dello stesso lignaggio della padrona di casa: "Dove abita lei?". "Nell'Upper West Side". "Ma, buon Dio", replica il tale, "non credevo che esistesse un quartiere oltre il Parco".

Ma, al di là dello spassoso elitismo del signore, dall'altra parte del Parco c'è un quartiere quasi irriconoscibile, in certa misura depurato rispetto a quello che vidi per la prima volta più di vent'anni fa. Negli anni ho potuto assistere a questa mirabolante metamorfosi. Per ragioni personali vado spesso a New York. Ho amici che vivono da quelle parti, vicino al parco, tra Columbus, Amsterdam, la Broadway.

Qualche tempo fa ho fatto una passeggiata fino alla Novantesima per vedere che ne era stato dell'immobile dove viveva il cugino Eric (per la cronaca, lui oggi è in Oregon e esercita con successo la professione di psicoterapeuta lievemente annacquata da qualche contaminazione cabalistica). Quel palazzo non esiste più. O meglio la ristrutturazione lo ha così trasfigurato da renderlo irriconoscibile. Un portiere nero e nerboruto vestito in livrea mi ha guardato come un barbone.

Vi giuro, avrei voluto sentirmi come il ragazzo della via Gluck. Indignato dal trionfo dell'artificio sullo stato brado, del luccichìo del sontuoso sulla naturale attitudine umana alla degradazione. E, invece, ero entusiasta. Una delle ragioni per cui amo alla follia New York - e per cui in fondo detesto Roma - è perché non c'è quartiere newyorchese, per quanto fetido possa essere, che non possa aspirare a una rinascita, seppur leziosa e artefatta.

Capitalismo? Speculazione edilizia? Chi se ne importa! Sì, lo so, è un trucco. Ma io adoro i prestigiatori