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Edward Hopper, poeta silenzioso del quotidiano

A Milano la prima grande mostra italiana dell’artista che, più di qualsiasi altro, ha saputo raccontare le eterne contraddizioni degli Stati Uniti. Come in un film

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EDWARD HOPPER è stato più di un pittore, è stato un poeta silenzioso che ha saputo trasportare la sua visione del mondo e della vita, nella tela, convinto che fosse quello il suo universo, il suo linguaggio. «Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo » spiegò con un aforisma, forse già sicuro che i suoi quadri avrebbero spiegato l’America e la vita americana molto più delle fotografie o di un saggio.

E, negli Stati Uniti, Hopper è ancora vivo. Siamo sempre nel Paese dei paesaggi sterminati, delle villette, delle pompe di benzina, dei cocktail Martini, delle troppe sigarette che rendono la lingua d’asfalto, dei cieli dagli azzurri, dei palazzetti délabré. Lo narrano uomini, donne, paesaggi dai monumentali silenzi che dal 15 ottobre al 24 gennaio arrivano nelle sale di Palazzo Reale a Milano, con una mostra che unisce il capoluogo lombardo e la capitale: sono centosessanta opere che dal 16 febbraio saranno trasferite a Roma alla Fondazione Roma Museo (fino al 13 giugno, il catalogo è Skira) e poi a Losanna.

La speranza di un grande successo di pubblico – la retrospettiva organizzata dalla Tate Modern di Londra nel 2004 attirò 420 mila visitatori – ha unito amministrazioni locali, fondazioni bancarie, Arthemisia e il Whitney Museum of American Art di New York, prestatore della maggior parte delle opere. Il museo ne ereditò infatti tremila nel 1968, alla morte di Josephine Verstille Nivison, la vivace pittrice che Hopper aveva sposato nel 1924. Un matrimonio burrascoso ma indissolubile: Jo diventò la modella di tutte le figure femminili di Hopper, oltre che la sua musa e portavoce, l’unica in grado di spalancare il portone della casa al numero 3 di Washington Square, nel Greenwich Village di New York, dove l’artista abitò dal 1913.

Hopper era nato il 22 luglio del 1882 a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson a una quarantina di chilometri a nord di New York, da una colta famiglia di commercianti di tessuti. Schivo e riservato – al suo funerale, il 16 maggio del 1967, erano presenti solo otto persone – Hopper fu da sempre legatissimo al Whitney, che ospitò varie sue mostre, dalla prima nel 1920, al Whitney Studio Club, a quelle memorabili nel museo, del 1960, 1964 e 1980. Mentre i dipinti di proprietà di collezionisti privati oggi sono pochissimi, altissime le valutazioni: nel 2005 Chair car fu aggiudicato per 14 milioni di dollari.

Suddivisa in sette sezioni, seguendo un ordine tematico e cronologico, l’esposizione italiana vuol ripercorrere tutta la produzione di Hopper, dalla formazione accademica agli anni in cui studiava a Parigi, fino al periodo «classico » e più noto degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, per concludere con le grandi e intense immagini degli ultimi tempi. Sessant’anni di un’arte austera, apparentemente insensibile alle avanguardie, inquieta e solitaria, carica di alienazione, malinconia, noia, rassegnazione, aperta a un indefinito numero di interpretazioni, visibili lungo un percorso che al contempo vuole prendere in esame tutte le tecniche predilette dall’artista: l’olio, l’acquerello e l’incisione, con particolare attenzione all’affascinante rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti.

Senza dimenticare capolavori divenuti ormai vere icone: Cape Cod Sunset (1934), Second Story Sunlight (1960) e A Woman in the Sun (1961). Tutto questo corredato da un importante apparato fotografico, biografico e storico, in cui viene rivista la storia americana dagli anni Venti agli anni Sessanta del Novecento: la grande crisi, il sogno dei Kennedy, il boom economico. Ed è così anche l’occasione per capire meglio anche la nuova crisi di oggi e l’America di Barack Obama attraverso dipinti che raccontano l’America come un film: le composizioni di Hopper sono sceneggiature dipinte, le loro, le nostre, storie raccontate in un solo fotogramma, carico di umbratili colori, di donne e uomini in attesa di un futuro che nessuno sembra in grado di pronosticare.