Per misurare la grandezza della civiltà khmer basta affacciarsi a Banteay Srei, la "fortezza delle donne" dedicata al dio indù Shiva, commissionata nel Decimo secolo da Yajnyavahara, grande studioso e consigliere del re Rajendravarman. Questo scrigno costruito in arenaria rossa, che si trova a trentacinque chilometri dalla famosa area di Angkor, racchiude in sé gli stilemi, l´armonia, la straordinaria sofisticazione dell´arte che nei secoli bui del nostro Medioevo fecero grande l´attuale Cambogia.
Qui, a differenza dell´abbagliante maestosità del più celebre Angkor Wat, gli edifici sono piccoli, in miniatura, come costruiti in scala: le colonne e le pareti interne presentano un numero incredibile di accuratissime decorazioni, dove ogni pietra è scolpita con squisiti motivi floreali e ogni bassorilievo racconta una storia, un mito, una battaglia. Banteay Srei andrebbe visitato nella stagione delle piogge, quando il fossato all´interno del terzo recinto di mura si riempie d´acqua, e riflette l´immagine delle colonne rossastre racchiuse dalla verde cornice della giungla.
Questo "tempietto" fu utilizzato fino al Quattordicesimo secolo, quando la costruzione di edifici troppo costosi e i conflitti interni alla famiglia reale segnarono la fine dell´impero. Banteay Srei fu riscoperto solo nel 1914, nascosto tra la verzura lussureggiante del Tropico. Per una decina d´anni fu meta di numerosi tombaroli, molti dei quali attraversavano gli oceani per trafugarvi una statua o persino un mattone.
Tra questi, lo scrittore francese André Malraux, che nel 1924 tentò di rimuovere un bassorilievo per rivenderlo a un collezionista: fu scoperto e condannato a tre anni di prigione. A salvare colui che sotto il generale De Gaulle sarebbe diventato ministro della Cultura, furono alcuni intellettuali parigini, tra i quali Louis Aragon, André Breton, François Mauriac e André Gide, che riuscirono a fargli ridurre la pena.
Forse perché lontana dal fragore delle masse che solitamente invadono gli altri templi di Angkor, la "fortezza delle donne" evoca ancora oggi la serenità dell´impero che fu. Basta arrivarvi al tramonto, quando sulle chiome degli alberi che circondano le rovine uccelli sconosciuti e vocianti tengono animatissimi comizi, e magari incontrare sul viale che porta al tempio una famigliola di contadini che da una risaia tira su nasse cariche di pesce.
Gli storici di quella che fu l´Indocina considerano la civiltà khmer alla pari di quella egiziana o quella di Roma. I templi di Angkor, disseminati in circa trecento chilometri quadrati di campagna tra i monti Kulen e il lago Tonle Sap, ne sono la prova. Tra questi "templi di stato", poiché costruiti per celebrare Dio e insieme il re, il più imponente tra tutti è l´Angkor Wat, con le sue magnifiche cinque torri a forma di pannocchia e il vasto complesso di gallerie scavate nella laterite.
Arrivandovi, stupisce la quantità d´acqua che circonda, affoga verrebbe da dire, la regione. Con il loro sistema di dighe e di irrigazione delle risaie, i khmer ottenevano anche quattro raccolti l´anno: di che nutrire gli abitanti di Angkor, che attorno al Decimo secolo raggiunse il milione di abitanti (Londra e Parigi ne contavano appena un decimo). All´epoca era la città più grande del pianeta, vasta come oggi è Los Angeles.
Nel Ventesimo secolo Angkor Wat richiese un notevole lavoro di restauro. Per riportarlo agli antichi splendori fu necessario rimuovere migliaia di tonnellate di terra ed estirpare radici di alberi centenari. I lavori furono interrotti durante il regime dei khmer rossi e nella guerra che segnò la loro sconfitta alcune statue furono danneggiate. Il tempio è diventato il simbolo della Cambogia: una sua rappresentazione stilizzata campeggia al centro della bandiera nazionale.
Qui, a differenza dell´abbagliante maestosità del più celebre Angkor Wat, gli edifici sono piccoli, in miniatura, come costruiti in scala: le colonne e le pareti interne presentano un numero incredibile di accuratissime decorazioni, dove ogni pietra è scolpita con squisiti motivi floreali e ogni bassorilievo racconta una storia, un mito, una battaglia. Banteay Srei andrebbe visitato nella stagione delle piogge, quando il fossato all´interno del terzo recinto di mura si riempie d´acqua, e riflette l´immagine delle colonne rossastre racchiuse dalla verde cornice della giungla.
Questo "tempietto" fu utilizzato fino al Quattordicesimo secolo, quando la costruzione di edifici troppo costosi e i conflitti interni alla famiglia reale segnarono la fine dell´impero. Banteay Srei fu riscoperto solo nel 1914, nascosto tra la verzura lussureggiante del Tropico. Per una decina d´anni fu meta di numerosi tombaroli, molti dei quali attraversavano gli oceani per trafugarvi una statua o persino un mattone.
Tra questi, lo scrittore francese André Malraux, che nel 1924 tentò di rimuovere un bassorilievo per rivenderlo a un collezionista: fu scoperto e condannato a tre anni di prigione. A salvare colui che sotto il generale De Gaulle sarebbe diventato ministro della Cultura, furono alcuni intellettuali parigini, tra i quali Louis Aragon, André Breton, François Mauriac e André Gide, che riuscirono a fargli ridurre la pena.
Forse perché lontana dal fragore delle masse che solitamente invadono gli altri templi di Angkor, la "fortezza delle donne" evoca ancora oggi la serenità dell´impero che fu. Basta arrivarvi al tramonto, quando sulle chiome degli alberi che circondano le rovine uccelli sconosciuti e vocianti tengono animatissimi comizi, e magari incontrare sul viale che porta al tempio una famigliola di contadini che da una risaia tira su nasse cariche di pesce.
Gli storici di quella che fu l´Indocina considerano la civiltà khmer alla pari di quella egiziana o quella di Roma. I templi di Angkor, disseminati in circa trecento chilometri quadrati di campagna tra i monti Kulen e il lago Tonle Sap, ne sono la prova. Tra questi "templi di stato", poiché costruiti per celebrare Dio e insieme il re, il più imponente tra tutti è l´Angkor Wat, con le sue magnifiche cinque torri a forma di pannocchia e il vasto complesso di gallerie scavate nella laterite.
Arrivandovi, stupisce la quantità d´acqua che circonda, affoga verrebbe da dire, la regione. Con il loro sistema di dighe e di irrigazione delle risaie, i khmer ottenevano anche quattro raccolti l´anno: di che nutrire gli abitanti di Angkor, che attorno al Decimo secolo raggiunse il milione di abitanti (Londra e Parigi ne contavano appena un decimo). All´epoca era la città più grande del pianeta, vasta come oggi è Los Angeles.
Nel Ventesimo secolo Angkor Wat richiese un notevole lavoro di restauro. Per riportarlo agli antichi splendori fu necessario rimuovere migliaia di tonnellate di terra ed estirpare radici di alberi centenari. I lavori furono interrotti durante il regime dei khmer rossi e nella guerra che segnò la loro sconfitta alcune statue furono danneggiate. Il tempio è diventato il simbolo della Cambogia: una sua rappresentazione stilizzata campeggia al centro della bandiera nazionale.