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ESTREMO

Tasmania, dolce fuga dalla realtà

Baie da sogno, fauna ovunque. E soprattutto, una foresta pluviale che copre la metà di un'isola grande due volte e mezzo la Sardegna. Un itinerario nell'ultimo paradiso del down under australiano

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Tasmania. Una bellezza scioccante quanto il paradosso storico che salta agli occhi, strada facendo, quando si incrociano i resti delle colonie penali dove gli Inglesi, nell'800, deportavano i loro condannati. Tanto più il luogo appare paradisiaco, tanto più l'annesso penitentiary trasuda di vicende penose e crudeli. Equazione - splendore uguale infamia - che si prospetta più volte, nel suo stridore assurdo.

Alla fine, però l'emozione visuale ha la meglio. Il viaggio nella Terra di Van Diemen è infatti uno di quelli che si bramano a lungo, e che, poi, nel loro inesorabile divenire, ti fanno assaporare l'amarezza di non poter fermare il tempo. Spettacolare con il sole, la Tasmania diventa impareggiabile quando diluvia e ci si rifugia nella foresta pluviale, una delle poche superstiti nelle aree temperate. Felci, conifere e quel substrato di microflora che trae e restituisce vita ai relitti del bosco che fu, con l'umido, si saturano fino a raggiungere sfumature di verde e giallo da far impallidire le colorazioni digitali dei film di Cameron o Jackson. Reflex (e cavalletto) alla mano, si passano le ore dentro la cerata, sospesi in un'aura irreale, il silenzio rotto qua e là dai pappagalli e dal fogliame sferzato dai Roaring Forties, i venti ruggenti del 40mo parallelo Sud.

Terra di contrasti. Ti fa gelare, in primavera inoltrata, mentre ti lusinga con sembianze tropicali. Il giorno dopo, ti lascia bagnare nelle acque di un Pacifico quieto e tiepido, dopo averti martellato di pioggia, vento e freddo fino a mezz'ora prima. Cerchi inutilmente il diavoletto nero, in compenso incroci a frotte canguri, wallaby, echidne e wombat di cui in Australia avevi visto solo le tracce. Sperone di roccia che le ha passate davvero tutte, e lo dà a vedere. Si staccò, ere geologiche addietro, dalla California, fluttuando verso i suoi antipodi via Antartide. Lo scopri nelle grotte di Mole Creek, dove ti mostrano ragni i cui unici parenti vivono in Cile. Ma quando chiedi: "Sono velenosi?", e ti ribattono il classico, "Se pungono, sì, mate", ti rendi conto che è proprio Australia. E ti ricordi che dal suo mainland, la Tasmania s'è separata per innalzamento del Pacifico solo 10mila anni fa, come sono lì a dimostrare proprio i canguri (troppi, i 250 km del Bass Strait), e il dedalo di istmi e isolotti della costa orientale. Se l'est è lo specchio della storia recente dell'isola, la rainforest occidentale è un ecosistema che rimanda a 200 milioni di anni e a tanto splendore addietro.
 
Da dove cominciare? Dal Freycinet national park, e dalla Wineglass Bay. "The best australian spot", diceva un turista di Sydney, ammirandola dalla terrazza che la sovrasta di 250 metri. E' il belvedere per tutti, la pista verde: si raggiunge dal parcheggio di Coles Bay, il villaggio dove si arriva, si alloggia, e non si va oltre, se non a piedi. Occorre un'ora e mezza di sentiero e gradoni. Già da lì, la baia stabilmente nelle 10 più belle al mondo, è da sogno. Se però hai già sbirciato qualche immagine di quel melange di blu e verde, che ruota intorno a un arco, perfetto, di sabbia bianchissima, non ti accontenti. E provi il Mount Amos, la pista nera, ammasso di pietre alto 450 metri, da conquistare. Vi si accede dalla stessa via che porta al lookout: si bypassa una segnaletica deterrente "...solo per trekker esperti e ben preparati...", confidando nello spirito protettivo degli Aussie. E dopo la piccola scalata - è comunque la parola giusta - si ha la certezza che solo dall'Amos, il BicchierediVino è... pieno a tappo. L'arco, che da là sembra disegnato da Michelangelo, è da un lato, a bilanciare, in una composizione perfetta, il versante opposto, un dedalo di canali, isole e istmi perennemente assaliti da un mare ubiquo, che avvolge il tutto fino a far smarrire quel po' di senso di orientamento recuperato dopo qualche giorno nel Down Under.

Difficile andarsene. Per fortuna, chi arriva lì sa che Wineglass Bay è solo un picco tra tanta bellezza diffusa. Chi proviene da Hobart, ad esempio, ha già visto almeno la penisola di Tasman, con omonimo parco e baia di Port Arthur. Canali, istmi, isolotti, foresta e... carceri. Un concentrato Tazzie in piena regola. Arrivati nel Tasman National Park (pernotto ideale a Eaglehawk Neck), si offrono due opzioni: scandagliare il parco attraverso sentieri di ogni difficoltà e durata  o costeggiarlo con veloci gommoni, scrutando dal basso una costiera alta, frastagliata, color rame. Foche e uccelli marini abbondano, neanche le balene fanno le difficili.

A pochi minuti d'auto dal Tasman National Park, c'è la baia di Port Arthur, con annesa prigione. Villaggio cupo, gotico, marchiato per l'eternità dalle durezze patite dai 12,500 deportati che vissero lì segregati dal 1830 al 1877, in condizioni proibitive. Trascorsi che l'intelaiatura residua della casa di pena, maestosa e spettrale, lascia percepire per intero. Ancor più denso di pathos il cimitero. La visita è occasione per conoscere singole vicende umane, spesso tristi, qualche volta a lieto fine, raccontate con passione da guide che dichiarano con fierezza la loro discendenza dai convicted.

Altri passaggi obbligati, nell'est, Maria Island e, più a nord, Binalong Bay. Maria è una minuscola (10 km per 5) isola-parco nazionale a pochi chilometri dalla costa. Si può arrivare solo con un ferry, che parte da Triabunna alle 9 e torna dall'isola alle 17. Su Maria non c'è abitato. Nessuna strada, né auto. L'offerta di alloggio, per chi sceglie i trekking più lunghi, si limita ai campeggi e alla sistemazione tipo ostello nell'immancabile ex colonia penale. Tra chi va e viene in giornata e chi pernotta, difficile che la popolazione dell'isola superi le 50 unità. Facile intuire anche il giorno secco,  su Maria, sia un incanto. Splendide, le falesie del Cape Boulanger, wallabies e canguri sono ovunque, poi d'improvviso vedi i delfini dalla terraferma. Ciliegina, i colorati Painted Ciffs, cavità rocciose che sembrano dipinte e si raggiungono da una spiaggia di sabbia bianca e fine come gesso.

Binalong Bay
è invece lo spot dell'estremo nord-est: altra spiaggia "top-class", bianca e infinita. Oltretutto, lì piove meno e la temperatura è più alta che altrove in Taz: la stagione balneare è lunga, insomma, l'apparenza tropicale è  per una volta rispettata, o quasi. Sul versante sud della baia, quello civilizzato,  dove arriva l'unica strada vera, c'è uno dei ristoranti più quotati dell'intera Taz, Angasi. Il versante nord della baia, e soprattutto il vicino Mt. William National Park offrono invece uno charme più ruvido. Sterrati, baie deserte dove i pellicani ti nuotano a un metro e boschi affollati di canguri e wallaby sono la norma.

Ma se l'est è ancora un luogo per famiglia, l'ovest è natura dura e pura. L'intero quarto sudoccidentale dell'isola è inaccessibile, eccettuate una strada che lo circumnaviga a nord e una seconda che ne taglia un pezzo circa a metà. Duecento chilometri, per 60-80, interamente racchiusi in un'unica, doppia egida di Parco nazionale e area World Heritage Unesco. Infinita foresta pluviale, che solo chi attraversa a piedi, su itinerari che si snodano per decine di chilometri e settimane, può dire di conoscere davvero. Al viaggiatore medio, non resta che godersi ciò che offre la via maestra, da dove qua e là ci si incammina nei sentieri da giorno singolo, già spettacolari. Da nord si susseguono, senza interruzione, i parchi nazionali delle Walls of Jerusalem, della Cradle Mountain e del Lake St. Clair, dei fiumi Franklin e Gordon e del Sud Ovest. Appendici "minori", le grotte del Mole Creek Karst, il parchi nazionali del Mount Field e delle Hartz Mountain. Le ultime due areee sono a poco più di un'ora da Hobart e si lasciano gustare anche con passeggiate brevi: mezz'ora e si è fuori dalla civiltà.

Dell'area World Heritage l'area più accessibile è il parco intestato alla Cradle Mountain. Vetta che ai primi coloni ricordò una culla, da cui il nome, è alta solo 1500 metri, ma ugualmente maestosa, nella sua verticalità di pura dolerite, e dura da conquistare persino per felci e i cipressi (pencil pine), che si fermano al suo cospetto, nonostante i 2900 mm di pioggia annua che divorano l'area. Alberghi e campeggi si trovano a Cradle Valley. L'ingresso del parco nazionale è subito oltre. Si arriva (meglio con il bus) al parcheggio del Dove Lake, sovrastato dalla Cradle Mountain. Lì, si può scegliere tra il Dove Circuit, camminata pianeggiante di 3 ore, che costeggia lo specchio d'acqua, e ascese più impegnative, fino alla scalata della Culla stessa. Chi si ferma 2 giorni, può dedicare la mattina del primo al Circuito, ritagliandosi il pomeriggio per le brevi e facili passeggiate che dai resort svelano scenari fluviali e di foresta. Nel secondo, salirà fino al Crater Lake, laghetto a forma circolare (il nome inganna: è glaciale) che sovrasta di 200 metri il Dove: ci si leva lo sfizio di calpestare un tratto dell'Overland Track, il più celebre tra i sentieri a lunga gittata della Tasmania. Arrivati ai piedi della Culla, si torna attraverso un altro percorso, l'Horse track, che lambisce il Crater Peak, spuntone dal quale l'omonimo lago si presenta ai massimi gradi di verde-blu. Poi la discesa finale. Il tutto per 5 ore.

Grande escursione, a fatica zero, nel sud ovest, è invece la navigazione, su catamarani da 30 nodi, del Gordon River. Si parte da Strahan, "la più bella piccola città al mondo", dicono là. Si attraversa l'estuario, tra fari, uccelli marini e isolotti, per incunearsi nel fiume e ammirare il regno dello huon pine, conifera endemica che vive più di 2 millenni. Mezza giornata di bellezze in relax, con visite di una rainforest che dichiara 200 milioni di anni e, al ritorno, di Sarah Island, ennesimo paradiso per... convicted, favolosa nelle sue tonalità di verde acido.

L'elenco delle meraviglie potrebbe continuare. C'è Bruny Island, all'estremo sud, con lo splendido "collo" e l'annesso belvedere sospeso nell'aria. C'è Maydena, sommersa da felci e da eucalipti di 95 metri (Giants' Valley). Ci sono le isole del Bass Strait, a cominciare da Flinders e dal suo Strzelecki National Park. Ma al nome dell'esploratore polacco è d'obbligo fermarsi: si è entrati nel dominio salgariano, nel rimpianto per le occasioni sfumate. Sarà per un'altra volta. Forse.