Dubrovnik addio, sarà molto più difficile da raggiungere dall'Italia e dall'Europa. L'entrata nell'Unione Europea della Croazia rischia paradossalmente di tagliare fuori una sua piccola parte, l'estremità sud della costa dalmata, separata com'è, oggi, dal resto del suo Paese, e, di conseguenza, domani, dal grande Mercato Comune. A soffrirne le conseguenze sarebbero la magnifica Dubrovnik, città medievale fortificata di straordinario fascino, e la fascia costiera che la circonda, il lembo meridionale della Dalmazia, una sottile striscia di terra, lunga una cinquantina di chilometri e larga non più di 10.
Dubrovnik-Ragusa, patrimonio dell'Umanità Unesco, è testimonianza di una storia antica, città di indipendenza e di commercio, che da sola vale il viaggio per i suoi panorami, i monumenti e per la dimensione storica e culturale. Ma l'anomalia geopolitica in cui la città stessa s'è voluta incuneare sin dai tempi della rivalità con la Repubblica di Venezia potrebbe rivelarsi una trappola a tre secoli di distanza. Il problema risulta immediato, consultando una carta geografica o Google Maps. La Croazia è spezzata in due. La parte settentrionale (quasi la totalità dei 56 mila chilometri quadri di superficie del Paese) è divisa da quella meridionale da un lembo di terra lungo pochi chilometri che è territorio bosniaco: è l'area di Neum, una delle stranezze geografiche d'Europa, l'unico sbocco della Bosnia Erzegovina sul mare.
Intoppo irrisorio, oggi che sia la Croazia che la Bosnia non sono parte della Ue, e che i controlli alle frontiere dei due Paesi sono minimi e rapidi. Ma quando, dal 1° luglio 2013, Zagabria entrerà di diritto a far parte dell'Unione Europea, le cose cambieranno. La preponderante parte nord della Croazia, che confina con la Slovenia, diverrà la propaggine terminale dell'Unione nei Balcani. Non sarà così per l'area che racchiude Dubrovnik, Cavtat (Ragusavecchia) e la penisola del Peljesac (Sabbioncello), exclave in territorio bosniaco. Là, nei pressi della località di Neum, bisognerà superare due frontiere in 10 chilometri, uscire e rientrare nella Ue. Con prevedibili annessi controlli a tappeto (doppi) su persone e merci e conseguenti lungaggini burocratiche, code e attese.
Un impedimento che alla lunga potrebbe finire per scoraggiare i visitatori. Gli italiani ad esempio, per aggirare l'ostacolo, avrebbero come un'unica soluzione quella di arrivare in aeroporto a Cavtat, cittadina poco più a sud di Dubrovnik o via mare partendo da Bari: situazione quest'ultima appetibile per chi arriva dal centro-sud, non certo per chi proviene dall'Appennino Tosco-emilano in su. Con un aggravio di costi non indifferente. Altra opzione, per italiani e no, quella di arrivare, normalmente, attraverso Slovenia e costa dalmata e poi, dalla parte unita all'Europa, imbarcarsi su un ferry a Ploce, servizio che già esiste; di lì su può raggiungere il Peljesac-Sabbioncello e dirigere verso Dubrovnik, senza passare confini. Chiaro che si allungano i chilometraggi e i tempi: benché la tratta da attraversare per mare sia dell'ordine dei 10 chilometri, vanno conteggiati tempi d'attesa e imbarco. E il prevedibile sovraccarico di traffico che la verisimile maggiore difficoltà di attraversamento del confine porterebbe su questo servizio traghetti di linea e sulla via di accesso in ambo i sensi.
Per questo le autorità stanno da tempo pensando ad un ponte che colleghi i due lembi di terra: lungo 2400 metri, partirebbe dalla costa settentrionale e raggiungerebbe Ragusa, senza dover passare attraverso l'entroterra bosniaco. Il ponte verrebbe costruito sull'estrema propaggine settentrionale del Sabbioncello, che si trova davanti all'estrema costa meridionale del "mainland" croato.
Ma il progetto non ha vita facile. La Bosnia, sicura che il ponte possa minacciare il proprio accesso al mare, ha fatto capire che preferirebbe un corridoio chiuso nell'entroterra di Neum. E anche la Croazia aspetta di ricevere l'ok dalla Ue all'avvio dei lavori e d'altra parte desidererebbe che i costi venissero coperti dai fondi europei. Il tema verrà discusso dalle controparti in sede comunitaria a Bruxelles, il mese prossimo. E se anche le possibilità di arrivare a un accordo ci sono, difficilmente la soluzione del problema si potrà vedere costruita e operativa entro i 10 mesi che mancano all'ingresso croato nell'Unione.
Se la frammentazione del territorio croato è di per sé curiosa, ancor più sorprendente è la vicenda storico-politica che ne è all'origine. Si deve risalire alla fine del Diciassettesimo secolo, quando la pur ricca e prosperosa repubblica di Ragusa doveva fronteggiare la regina dei mari, Venezia. Stretta sul mare dallo strapotere della Serenissima, e su terra dall'Impero Ottomano, Ragusa cedette quel lembo di terra, non particolarmente ricco e poco abitato, ai Turchi, che, occupandolo, schermarono virtualmente la città rispetto alla potentissima rivale. Forte della presenza ottomana e delle proprie stesse mura, la repubblica non cedette mai se non a Napoleone, all'inizio dell'Ottocento. Neum, poi, "confluì" nella Bosnia-Erzegovina, per rimanervi tra l'Ottocento e il Novecento. E se l'unificazione degli stati balcanici cancellò per lungo tempo il confine, il successivo smantellamento della Yugoslavia, seguito alla guerra civile, ha ricreato l'anomalia, sancita dagli accordi di Dayton del 1994. E così oggi, quel colpo di genio strategico dei governanti della città di oltre 300 anni fa, per anni il suo punto di forza, rischia di diventarne il tallone d'Achille.
Dubrovnik-Ragusa, patrimonio dell'Umanità Unesco, è testimonianza di una storia antica, città di indipendenza e di commercio, che da sola vale il viaggio per i suoi panorami, i monumenti e per la dimensione storica e culturale. Ma l'anomalia geopolitica in cui la città stessa s'è voluta incuneare sin dai tempi della rivalità con la Repubblica di Venezia potrebbe rivelarsi una trappola a tre secoli di distanza. Il problema risulta immediato, consultando una carta geografica o Google Maps. La Croazia è spezzata in due. La parte settentrionale (quasi la totalità dei 56 mila chilometri quadri di superficie del Paese) è divisa da quella meridionale da un lembo di terra lungo pochi chilometri che è territorio bosniaco: è l'area di Neum, una delle stranezze geografiche d'Europa, l'unico sbocco della Bosnia Erzegovina sul mare.
Intoppo irrisorio, oggi che sia la Croazia che la Bosnia non sono parte della Ue, e che i controlli alle frontiere dei due Paesi sono minimi e rapidi. Ma quando, dal 1° luglio 2013, Zagabria entrerà di diritto a far parte dell'Unione Europea, le cose cambieranno. La preponderante parte nord della Croazia, che confina con la Slovenia, diverrà la propaggine terminale dell'Unione nei Balcani. Non sarà così per l'area che racchiude Dubrovnik, Cavtat (Ragusavecchia) e la penisola del Peljesac (Sabbioncello), exclave in territorio bosniaco. Là, nei pressi della località di Neum, bisognerà superare due frontiere in 10 chilometri, uscire e rientrare nella Ue. Con prevedibili annessi controlli a tappeto (doppi) su persone e merci e conseguenti lungaggini burocratiche, code e attese.
Un impedimento che alla lunga potrebbe finire per scoraggiare i visitatori. Gli italiani ad esempio, per aggirare l'ostacolo, avrebbero come un'unica soluzione quella di arrivare in aeroporto a Cavtat, cittadina poco più a sud di Dubrovnik o via mare partendo da Bari: situazione quest'ultima appetibile per chi arriva dal centro-sud, non certo per chi proviene dall'Appennino Tosco-emilano in su. Con un aggravio di costi non indifferente. Altra opzione, per italiani e no, quella di arrivare, normalmente, attraverso Slovenia e costa dalmata e poi, dalla parte unita all'Europa, imbarcarsi su un ferry a Ploce, servizio che già esiste; di lì su può raggiungere il Peljesac-Sabbioncello e dirigere verso Dubrovnik, senza passare confini. Chiaro che si allungano i chilometraggi e i tempi: benché la tratta da attraversare per mare sia dell'ordine dei 10 chilometri, vanno conteggiati tempi d'attesa e imbarco. E il prevedibile sovraccarico di traffico che la verisimile maggiore difficoltà di attraversamento del confine porterebbe su questo servizio traghetti di linea e sulla via di accesso in ambo i sensi.
Per questo le autorità stanno da tempo pensando ad un ponte che colleghi i due lembi di terra: lungo 2400 metri, partirebbe dalla costa settentrionale e raggiungerebbe Ragusa, senza dover passare attraverso l'entroterra bosniaco. Il ponte verrebbe costruito sull'estrema propaggine settentrionale del Sabbioncello, che si trova davanti all'estrema costa meridionale del "mainland" croato.
Ma il progetto non ha vita facile. La Bosnia, sicura che il ponte possa minacciare il proprio accesso al mare, ha fatto capire che preferirebbe un corridoio chiuso nell'entroterra di Neum. E anche la Croazia aspetta di ricevere l'ok dalla Ue all'avvio dei lavori e d'altra parte desidererebbe che i costi venissero coperti dai fondi europei. Il tema verrà discusso dalle controparti in sede comunitaria a Bruxelles, il mese prossimo. E se anche le possibilità di arrivare a un accordo ci sono, difficilmente la soluzione del problema si potrà vedere costruita e operativa entro i 10 mesi che mancano all'ingresso croato nell'Unione.
Se la frammentazione del territorio croato è di per sé curiosa, ancor più sorprendente è la vicenda storico-politica che ne è all'origine. Si deve risalire alla fine del Diciassettesimo secolo, quando la pur ricca e prosperosa repubblica di Ragusa doveva fronteggiare la regina dei mari, Venezia. Stretta sul mare dallo strapotere della Serenissima, e su terra dall'Impero Ottomano, Ragusa cedette quel lembo di terra, non particolarmente ricco e poco abitato, ai Turchi, che, occupandolo, schermarono virtualmente la città rispetto alla potentissima rivale. Forte della presenza ottomana e delle proprie stesse mura, la repubblica non cedette mai se non a Napoleone, all'inizio dell'Ottocento. Neum, poi, "confluì" nella Bosnia-Erzegovina, per rimanervi tra l'Ottocento e il Novecento. E se l'unificazione degli stati balcanici cancellò per lungo tempo il confine, il successivo smantellamento della Yugoslavia, seguito alla guerra civile, ha ricreato l'anomalia, sancita dagli accordi di Dayton del 1994. E così oggi, quel colpo di genio strategico dei governanti della città di oltre 300 anni fa, per anni il suo punto di forza, rischia di diventarne il tallone d'Achille.