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UN GIORNO UNA CITTA'

Agra: magia Taj Mahal e spezie

Le cupole, i ricami e i minareti del favoloso mausoleo. Ma anche il Forte e altri piccoli gioielli. E gli imperdibili colori e odori dell'India

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L'immenso portone si spalanca, all'alba, la meraviglia che emerge dalla foschia rosa rinfranca in pochi istanti dalle fatiche del lungo viaggio, dal traffico infernale di Agra, dall'inquinamento che infiamma le narici e la gola, dall'assalto molesto dei commercianti, dalla levataccia, da tutti i piccoli inevitabili contrattempi che un viaggio in India comporta. Il Taj Mahal è esattamente come l'hanno descritto: indescrivibile. Una visione, una preghiera, una poesia, un miraggio. In fondo al giardino persiano curatissimo in cui alberi, siepi e prati disegnano geometrie perfette, i marmi delle cupole e dei minareti che si offrono ai primi raggi del sole sembrano appoggiati sulle nuvole, la visione più vicina all'Eden che la mente umana possa concepire.

I visitatori si assiepano alla biglietteria già alla fine della notte, quando Agra sonnecchia. Una processione muta che si snoda fino alle mura del mausoleo che nel 1983 è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco. È l'ora ideale per visitarlo e fotografarlo, non solo perché l'alba ne esalta i colori, ma perché il silenzio e il raccoglimento rendono l'atmosfera più magica. Poi, man mano che ci si avvicina all'immenso gioiello fatto costruire dal sovrano mogul Shah Jahan per custodire le spoglie della favorita Mumtaz Mahal morta nel 1630 dando alla luce il loro quattordicesimo figlio, si viene travolti dall'atmosfera romantica del luogo che da cinquecento anni incanta i visitatori, il monumento preferito da Freddie Mercury, il luogo dove Julia Roberts torna ogni anno, dopo aver girato ad Agra alcune scene del film Mangia, prega, ama. Non c'è foto che renda merito alle sue proporzioni né ingrandimento che renda giustizia alla raffinatezza dei particolari; il Taj Mahal è una rivelazione, una celebrazione della vita, della morte, dell'amore. E dello struggimento dell'assenza. Per dirla con Tagore: «Qui, su questa terra polverosa, tiene la morte teneramente avvolta nel sudario della memoria».