Leopardo arabo. L'Oman vuole salvarlo così
Immagini di "Spoti", un leopardo arabo, fotografato nel centro di riproduzione della fauna selvatica di Sharajah, Emirati Arabi Uniti. Nella Penisola Araba vivono gli ultimi esemplari di questa sottospecie del felino, (panthera pardus nimr). Più piccola della stragrande maggioranza delle varianti di leopardo asiatiche e africane (20-30 chili, contro 50-80), si nutre prevalentemente di porcospini e roditori. Il suo problema, come in altre parti del mondo, è la frammentazione dell'habitat. Si stima ormai che 50-100 di questi animali vivano nell'Oman, mentre popolazioni ancora inferiori vivono nello Yemen, nell'Arabia e nel deserto israeliano del Negev. L'Oman, in particolare, ha avviato un progetto di monitoraggio delle montagne dove il leopardo vive, prima tappa di un'ipotesi di salvataggio della sottospecie: 25 camera-trap sono state collocate nel deserto, che viene sistematicamente perlustrato. Le tracce che i biologi riescono a trovare - e anche un esemplare "paparazzato" da una delle fotocamere qualche settimana fa, sembrano indicare che i margini per la salvezza del leopardo arabo ci sono. Ora si deve trovare la strategia giusta: una delle ipotesi sembra proprio quella di recuperare gli esemplari ricoverati a Sharajah e reintrodurli: una soluzione apparentemente semplice, che però ha ricevuto il parere negativo degli stessi studiosi del centro di riproduzione: i leopardi di Sharajah sono troppo "domestici", abituati al contatto con l'uomo e incapaci di vivere autonomamente, almeno per ora. E naturalmente c'è l'ostilità della popolazione locale. A cominciare dagli allevatori di cammelli: parlare con loro significa ad essere sommersi di storie di felini che assaltano le mandrie e uccidono animali: "lasciateli negli zoo", è il loro perentorio commento