Kyoto. Spot turistici. Con le geishe
Kyoto. La Firenze del Giappone, è stata defilnita in qualche occasione. Paragone improprio, perché la città medicea è un concentra le proprie bellezze nel centro storico, mentre il downtown della città giapponese, al netto del palazzo imperiale, è il tipico, caotico, affollato downtown asiatico, senza neanche il fascino ipertecnologico di Hong Kong, Shanghai o della stessa Tokyo, più simile a certi assembramenti di prefabbricati delle capitali meno ricche del Sud est asiatico. Ma basta addentrarsi in una delle colline che circondano la città (raggiungibile da Tokyo con i supertreni, via Osaka - Shinosaka, per l'esattezza) per scoprire un mondo dove il tempo sembra esseresi fermato a 1.200 anni fa, tanti sono gli anni della città, che fu capitale prima di Tokyo e dopo la vicina Nara. Una serie di siti e di templi che si moltiplicano a perdita d'occhio - per visitarli ci vorrebbero intere settimane - e che rendono giustizia alla "culla dell'arte" nipponica. Per attirare i turisti nella città, che tre settimane fa è stata sferzata da un violento tifone, che ha allagato e danneggiato alcuni dei siti più famosi e visitati, il comune ha organizzato una campagna promozionale, utilizzando uno dei simboli della città, le geishe, che a Kyoto molto più che altrove nel Sol Levante è ancora facile incrociare per strada. Ecco il sindaco Daisaku Kadokawa con cinque "maiko", letteralmente apprendiste geishe, a distribuire cartelli che recitano: "Siamo vivi e in ottima salute", riferimento sia alla città in sé che alle sue tradizioni, come lo stesso uso delle donne in costume antico. L'autunno è la stagione migliore per visitare Kyoto (e in generale il Giappone): né caldo asfissiante, né freddo (nonostante siamo ad appena 32 gradi Nord e su un'isola, la neve in inverno è fatto normale), i colori del foliage che rendono ancora più zen il contorno di parchi, giardini e specchi d'acqua dei templi shintoisti. Come i più attenti avranno notato, inutile sperare di trovare opuscoli turistici e in generale indicazioni in lingua e caratteri diversi dal giapponese scritto in kanji: il Giappone, sotto questo profilo, è ancora un'isola fiera delle proprie tradizioni. Usciti da aeroporti, stazioni e metropolitana (e non ovunque), le diciture in caratteri arabi svaniscono. E se a Tokyo si possono trovare nelle avenue maestre e in qualche grande arteria secondaria, man mano che ci si allontana dalla capitale la frequenza degli "aiutini" per occidentali cala... Ma niente paura: orientarsi, per uno strano mix di capacità di adattamento del turista, di relativa decifrabilità dell'urbanistica dei siti e di naturale predisposizione alla collaborazione dei locali, che anche quando non parlano l'inglese trovano il modo di essere d'aiuto, la probabilità di perdersi è virtualmente pari a zero