Se Miami strizza l'occhio a Frank Gehry
di PAOLO CASICCILa capitale della movida della costa atlantica ora prova a sedurre con i suoi notevoli contenuti in arte e design, del passato e del presente. Tra la nuova "casa della musica" firmata dall'archistar, le gallerie e le ville Art Deco, a cominciare da quella appartenuta a Gianni Versace, un inedito tour che sa molto di Italia
Al 1116 di Ocean Drive, Casa Casuarina è ormai la terza residenza privata più fotografata d'America, preceduta dalla Casa Bianca e dalla Graceland di Elvis Presley. Nessuno stupore, perciò, se la villa che fu di Gianni Versace è la tappa più attesa dell'Art deco walking tour che Charles Kropke, la guida, sta conducendo per un gruppo della Society of American Travel Writers. Dopo avere esaltato il Brown's e il Tides, il Pelikan (oggi di un altro fashion designer italiano, il patron di Diesel Renzo Rosso) e gli altri hotel storici del primo Novecento tutelati come monumenti grazie alle battaglie degli attivisti negli anni 70, Kropke si lancia in una appassionata ricostruzione dell'assassinio dello stilista.
L'omaggio che ogni giorno intorno alle 11, con 35 gradi all'ombra, le guide tributano a Versace è il riflesso più evidente del fascino che ancora adesso l'Italia esercita su Miami. "Gli italiani …
L'omaggio che ogni giorno intorno alle 11, con 35 gradi all'ombra, le guide tributano a Versace è il riflesso più evidente del fascino che ancora adesso l'Italia esercita su Miami. "Gli italiani …
Al 1116 di Ocean Drive, Casa Casuarina è ormai la terza residenza privata più fotografata d'America, preceduta dalla Casa Bianca e dalla Graceland di Elvis Presley. Nessuno stupore, perciò, se la villa che fu di Gianni Versace è la tappa più attesa dell'Art deco walking tour che Charles Kropke, la guida, sta conducendo per un gruppo della Society of American Travel Writers. Dopo avere esaltato il Brown's e il Tides, il Pelikan (oggi di un altro fashion designer italiano, il patron di Diesel Renzo Rosso) e gli altri hotel storici del primo Novecento tutelati come monumenti grazie alle battaglie degli attivisti negli anni 70, Kropke si lancia in una appassionata ricostruzione dell'assassinio dello stilista.
L'omaggio che ogni giorno intorno alle 11, con 35 gradi all'ombra, le guide tributano a Versace è il riflesso più evidente del fascino che ancora adesso l'Italia esercita su Miami. "Gli italiani dettano la linea", dice Vilma Biaggi, oncologa italoargentina proprietaria del Cadet, altro storico hotel di South Beach, mentre da una Bentley decappottabile indica il suo ultimo acquisto: un ex magazzino nell'area di Wynwood che entro l'autunno, in tempo per Art Basel, sarà trasformato in galleria d'arte e spazio per la musica.
Dici Miami e pensi ai chilometri di spiagge caraibiche immortalati in decine di film e serie TV, ma la metropoli della Florida è impegnata da anni a ritagliarsi l'immagine meno scontata di città delle arti. Dal 2006, con l'apertura dell'Adrienne Arsht Center for Performing Arts, secondo per grandezza solo al newyorchese Lincoln Center, non è più un'eresia associare la città a Broadway. Nel 2011, poi, la New World Symphony, accademia musicale dei talenti, è riuscita nel miracolo di rendere pop la classica. Merito anche della nuova sede firmata da Frank Gerhy, un capolavoro dell'architettura contemporanea dalla facciata trasparente affacciata su una piazza dove un maxischermo rimanda, gratis, i concerti ospitati all'interno. Completano l'offerta culturale più recente il monumentale Perez Museum, tirato su dall'immobiliarista di origini latinoamericane Jorge Perez, dedicato all'arte contemporanea, e il Wolfsonian Museum, fratello maggiore della collezione genovese donata alla Lanterna da Mr Wolfson, mecenate col pallino del Novecento.
Un tour nella Miami che non ti aspetti non può prescindere dalle due aree che più di altre attraggono ormai da anni investimenti milionari. La prima è il distretto dell'arte di Wynwood, un rettangolo di periferia con oltre settanta tra gallerie e musei dove il pezzo forte sono i murales degli street artist di tutto il mondo. Qui ha lasciato un segno, riconoscibilissimo, anche Obey, al secolo Shepard Fairey, il padre del manifesto Home col volto di Obama in quadricromia. Il suo ultimo lavoro è un omaggio a Tony Goldman, l'inmobiliarista e mecenate che regalò i muri della sua proprietà a una trentina di artisti e diede il via alla nuova Wynwood. L'altra area imperdibile è il Design district colonizzato dai marchi del lusso, a partire da quelli italiani. E' qui che ha piantato le tende un altro italiano di successo, Karim Ghidinelli: otto sue opere appartengono alla collezione della Florida International University of Business. Sono oli su alluminio in cui i pensieri di Ghidinelli sul mondo e il potere prendono la forma di enormi inpronte digitali.
Si può arrivare a Miami come Ghidinelli, dopo una vita da globe-trotter in Africa al seguito dei genitori. Oppure, come madame Biaggi, venirci a studiare medicina dopo un'infanzia poverissima, trascorsa nella foresta amazzonica con i missionari, per poi restare folgorati da un pezzo di storia come il Cadet e comprarlo coi soldi del primo lavoro di oncologa. Il Cadet ricorda a chi vi alloggia che proprio in quelle stanze Clark Gable, allora capitano dell'esercito, comandò un battaglione della Seconda guerra mondiale, quando gran parte degli alberghi venivano requisiti dalle forze armate. Nicola Siervo, invece, a Miami è arrivato all'inizio degli anni 90 e ha vissuto l'epopea di Versace. Oggi è socio del Knr Hospitality Group, proprietario, tra l'altro, del raffinato Quattro, dove pranzare con le migliori mozzarella di Miami. Due volte alla settimana, i carichi prendono il volo dalla Campania. "Sono arrivato qui da New York, dove un gruppo di italiani che gestivano il ristorante di successo Boom proposero di affidarmi un nuovo locale, il Bang. Il locale ebbe un grosso successo, ma eravamo ancora all'alba dei trionfi di Miami Beach. Ho visto questa città passare da piccolo villaggio a meta turistica tra le più importanti al mondo". Sorride: "Per oltre vent'anni sono stato un punto di riferimento per gli italiani in vacanza qui. Chi veniva a Miami chiamava me, di sicuro... All'inizio era più facile lavorare nel mio settore. Ogni anno si trasferiscono sempre più italiani in cerca di una chance. Prima venivano ed aprivano ristoranti, ora tantissimi si dedicano all'immobiliare".
In una città dove gli alberghi spesso non sono il mezzo, ma il fine della vacanza, si è imposto anche Ciro Campagnoli, poco meno che quarantenne costruttore bolognese con la passione per le moto e il surf che a Miami è venuto in vacanza e ha deciso di restarci per ristrutturare un albergo un po' dimesso su Ocean Drive. "Tutto l'entusiasmo che l'Italia ha perso l'ho ritrovato qui", dice. Oggi il Sense Beach è un boutique hotel tra i più gettonati, zeppo di arredi provenienti dal Design district e di scatti di Fabrizio Cestari, International photography award a New York nel 2011, categoria advertising.
Ovviamente, tra gli italiani di successo non potevano mancare gli chef. In mezzo ai nomi nuovi della scena locale (Angel Leonformerly del Modern Garden aperto a marzo, Kris Wessel di Oolite e Matthieu Godard del francese Villa Bagatelle), ha ottima fama Beppe Galazzi, lo chef del Fontana, uno dei tre ristoranti dello storico Biltmore hotel a Coral Gables. E, pur senza chef tricolori, ha puntato su ingredienti e sapori italiani anche il Baoli, altro ristorante di tendenza a South Beach. L'Italia, insomma, continua a dettare il gusto.
L'omaggio che ogni giorno intorno alle 11, con 35 gradi all'ombra, le guide tributano a Versace è il riflesso più evidente del fascino che ancora adesso l'Italia esercita su Miami. "Gli italiani dettano la linea", dice Vilma Biaggi, oncologa italoargentina proprietaria del Cadet, altro storico hotel di South Beach, mentre da una Bentley decappottabile indica il suo ultimo acquisto: un ex magazzino nell'area di Wynwood che entro l'autunno, in tempo per Art Basel, sarà trasformato in galleria d'arte e spazio per la musica.
Dici Miami e pensi ai chilometri di spiagge caraibiche immortalati in decine di film e serie TV, ma la metropoli della Florida è impegnata da anni a ritagliarsi l'immagine meno scontata di città delle arti. Dal 2006, con l'apertura dell'Adrienne Arsht Center for Performing Arts, secondo per grandezza solo al newyorchese Lincoln Center, non è più un'eresia associare la città a Broadway. Nel 2011, poi, la New World Symphony, accademia musicale dei talenti, è riuscita nel miracolo di rendere pop la classica. Merito anche della nuova sede firmata da Frank Gerhy, un capolavoro dell'architettura contemporanea dalla facciata trasparente affacciata su una piazza dove un maxischermo rimanda, gratis, i concerti ospitati all'interno. Completano l'offerta culturale più recente il monumentale Perez Museum, tirato su dall'immobiliarista di origini latinoamericane Jorge Perez, dedicato all'arte contemporanea, e il Wolfsonian Museum, fratello maggiore della collezione genovese donata alla Lanterna da Mr Wolfson, mecenate col pallino del Novecento.
Un tour nella Miami che non ti aspetti non può prescindere dalle due aree che più di altre attraggono ormai da anni investimenti milionari. La prima è il distretto dell'arte di Wynwood, un rettangolo di periferia con oltre settanta tra gallerie e musei dove il pezzo forte sono i murales degli street artist di tutto il mondo. Qui ha lasciato un segno, riconoscibilissimo, anche Obey, al secolo Shepard Fairey, il padre del manifesto Home col volto di Obama in quadricromia. Il suo ultimo lavoro è un omaggio a Tony Goldman, l'inmobiliarista e mecenate che regalò i muri della sua proprietà a una trentina di artisti e diede il via alla nuova Wynwood. L'altra area imperdibile è il Design district colonizzato dai marchi del lusso, a partire da quelli italiani. E' qui che ha piantato le tende un altro italiano di successo, Karim Ghidinelli: otto sue opere appartengono alla collezione della Florida International University of Business. Sono oli su alluminio in cui i pensieri di Ghidinelli sul mondo e il potere prendono la forma di enormi inpronte digitali.
Si può arrivare a Miami come Ghidinelli, dopo una vita da globe-trotter in Africa al seguito dei genitori. Oppure, come madame Biaggi, venirci a studiare medicina dopo un'infanzia poverissima, trascorsa nella foresta amazzonica con i missionari, per poi restare folgorati da un pezzo di storia come il Cadet e comprarlo coi soldi del primo lavoro di oncologa. Il Cadet ricorda a chi vi alloggia che proprio in quelle stanze Clark Gable, allora capitano dell'esercito, comandò un battaglione della Seconda guerra mondiale, quando gran parte degli alberghi venivano requisiti dalle forze armate. Nicola Siervo, invece, a Miami è arrivato all'inizio degli anni 90 e ha vissuto l'epopea di Versace. Oggi è socio del Knr Hospitality Group, proprietario, tra l'altro, del raffinato Quattro, dove pranzare con le migliori mozzarella di Miami. Due volte alla settimana, i carichi prendono il volo dalla Campania. "Sono arrivato qui da New York, dove un gruppo di italiani che gestivano il ristorante di successo Boom proposero di affidarmi un nuovo locale, il Bang. Il locale ebbe un grosso successo, ma eravamo ancora all'alba dei trionfi di Miami Beach. Ho visto questa città passare da piccolo villaggio a meta turistica tra le più importanti al mondo". Sorride: "Per oltre vent'anni sono stato un punto di riferimento per gli italiani in vacanza qui. Chi veniva a Miami chiamava me, di sicuro... All'inizio era più facile lavorare nel mio settore. Ogni anno si trasferiscono sempre più italiani in cerca di una chance. Prima venivano ed aprivano ristoranti, ora tantissimi si dedicano all'immobiliare".
In una città dove gli alberghi spesso non sono il mezzo, ma il fine della vacanza, si è imposto anche Ciro Campagnoli, poco meno che quarantenne costruttore bolognese con la passione per le moto e il surf che a Miami è venuto in vacanza e ha deciso di restarci per ristrutturare un albergo un po' dimesso su Ocean Drive. "Tutto l'entusiasmo che l'Italia ha perso l'ho ritrovato qui", dice. Oggi il Sense Beach è un boutique hotel tra i più gettonati, zeppo di arredi provenienti dal Design district e di scatti di Fabrizio Cestari, International photography award a New York nel 2011, categoria advertising.
Ovviamente, tra gli italiani di successo non potevano mancare gli chef. In mezzo ai nomi nuovi della scena locale (Angel Leonformerly del Modern Garden aperto a marzo, Kris Wessel di Oolite e Matthieu Godard del francese Villa Bagatelle), ha ottima fama Beppe Galazzi, lo chef del Fontana, uno dei tre ristoranti dello storico Biltmore hotel a Coral Gables. E, pur senza chef tricolori, ha puntato su ingredienti e sapori italiani anche il Baoli, altro ristorante di tendenza a South Beach. L'Italia, insomma, continua a dettare il gusto.