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Dakar regina del surf. Anche per i suoi abitanti

(afp)
Senegal. Non ci sono più solo i turisti a praticare lo sport della tavola, in uno dei paradisi degli amanti delle onde. Lo sport  immortalato da "Un mercoledì da leoni" e "Point Break" è sempre pù praticato tra i giovani, con florilegio di scuole e professionisti locali che diventano insegnanti
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Era il 1964, "The endless summer" (L'estate infinita) portò il surf sulle luci della ribalta. Nel film di Bruce Brown due giovani californiani partono all'avventura per scoprire i luoghi più belli per farsi dondolare dalle onde sopra la loro tavola. Il primo di questi, è Dakar.

Cinquant'anni dopo, la capitale del Senegal sta diventando un punto di riferimento imperdibile e una fermata obbligata per tutti i possessori di tavola da surf in cerca dell'onda perfetta da cavalcare. Come la potentissima "Ngor Right", nell'isola di Ngor Island che si affaccia sul continente.
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Per la prima volta, però, le acque mosse dell'oceano che si infrangono sulla costa dell'Africa occidentale non sono più solo appannaggio dei turisti. Anche la popolazione locale. "Quando ho iniziato a fare surf, c'erano solo due senegalesi che lo facevano, con un gruppo di emigrati che erano tornati qui" dice Oumar Seye, 37 anni, fondatore della prima scuola del luogo.

Lui è stato uno dei pionieri di questo sport nel Paese che ha 700 chilometri di costa. "Non c'erano club né federazioni, potevamo solo guardare i turisti che si infrangevano con le loro tavole sulle onde. Volevamo farlo anche noi". Seye è nato proprio a Ngor, un'isola di pescatori della comunità etnica 'Lebou'. Da piccolo aiutava lo zio con un chioschetto sulla spiaggia, ma invidiava i surfisti di tutto il mondo che si trovavano lì. Così, a 13 anni, si è tuffato e non appena aveva la possibilità di 'surfare', lo faceva. "Così ho imparato", dice Seye, che oggi partecipa a competizioni e gare, oltre a essere impegnato nella scuola che conta 43 iscritti dai 3 ai 64 anni e in un negozio di abbigliamento che vende equipaggiamento da surf.
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"Sono il primo surfista nero che lo fa per lavoro", dice Oumar Seye, anche se deve organizzare manifestazioni ed eventi per raccogliere sponsor. Benjamin Vercammen ha nove anni ed è uno degli studenti di Seye, fa surf da un anno con suo fratello, Alexander, di un anno più piccolo e malapena grande come la tavola sopra la quale sale con entusiasmo. "Mi piace fare surf, l'alternativa è restare chiuso in casa", dice il piccolo.

Yan Dagassan, della Federazione senegalese di surf, racconta come in realtà non sia affatto nuovo come sport amatoriale tra la gente di Dakar: "È vero che ha origini in Polinesia, ma il surf si fa anche qui da tempi immemorabili con vecchie tavole di legno o con le pagaie delle piroghe". Oggi ci sono otto club con più di 280 membri e un campionato nazionale. Il Senegal ha partecipato anche al campionato africano e si è portato a casa argento e bronzo, classificandosi secondo e terzo.

Nonostante lo sport si sia diffuso negli ultimi anni tra i locali, i suoi costi restano proibitivi e sono ancora un deterrente per molti giovani, mentre per altri è semplicemente qualcosa da guardare, non da sperimentare. In un Paese dove il salario minimo non raggiunge i 60 euro al mese, in pochi possono permettersi di comprare una tavola che costa 600 euro oppure, anche noleggiandola, di pagare lezioni che costano dai 15 ai 25 euro.