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Beirut. Un Central Park chiuso da 25 anni

Horsh Beirut con la città sullo sfondo (afp)
Horsh-al-Snobar, una foresta di pini creata nel Seicento, è l'unico polmone verde della capitale libanese. Devastato dai tempi dell'invasione israeliana, è di fatto inaccessibile ai locali da 25 anni, con tanto di attivisti che reclamano la riapertura. Ma ora salta fuori il progetto di uno stadio olimpico...
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Un parco creato da un emiro nel Seicento, grande 30 ettari, che potrebbe diventare il Central Park della nuova Beirut. Ma è di fatto chiuso da oltre 20 anni, inaccessibile ai locali, che per accedervi devono chiedere un'autorizzazione (non sempre concessa, in generale fatta desiderare per almeno 10-15 giorni) e avere almeno 30 anni di età, o essere genitori/accompagnatori di ragazzini under 10. E' lo status di Horsh Beirut, una vera e propria foresta urbana che oltretutto costituisce i tre quarti di verde pubblico di una capitale che sotto questo profilo non è certo tra le più virtuose, con i suoi soli 0,65 metri quadri di verde pubblico per abitante (secondo i calcoli di uno studio architettonico locale, Habib Debs) è ben al di sotto della soglia raccomandata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

La vicenda è lunga, ed è conseguenza della guerra israelo-libanese degli anni Ottanta. Il parco, al cui ingresso sta…
Un parco creato da un emiro nel Seicento, grande 30 ettari, che potrebbe diventare il Central Park della nuova Beirut. Ma è di fatto chiuso da oltre 20 anni, inaccessibile ai locali, che per accedervi devono chiedere un'autorizzazione (non sempre concessa, in generale fatta desiderare per almeno 10-15 giorni) e avere almeno 30 anni di età, o essere genitori/accompagnatori di ragazzini under 10. E' lo status di Horsh Beirut, una vera e propria foresta urbana che oltretutto costituisce i tre quarti di verde pubblico di una capitale che sotto questo profilo non è certo tra le più virtuose, con i suoi soli 0,65 metri quadri di verde pubblico per abitante (secondo i calcoli di uno studio architettonico locale, Habib Debs) è ben al di sotto della soglia raccomandata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

La vicenda è lunga, ed è conseguenza della guerra israelo-libanese degli anni Ottanta. Il parco, al cui ingresso stazionano guardie che paradossalmente per gli abitanti di Beirut chiudono qualche volta un occhio e lasciano entrare l'eventuale sparuto turista straniero, è di fatto l'unica vera grande area verde in una città cresciuta rapidamente sino ai 4 milioni di abitanti attuali, a danno di giardini e natura. Il parco, principalmente popolato di pini secolari, subì la devastazione del conflitto qunindicinale, cominciato nel 1982: le viuzze sventrate dalle bombe, gl alberi e i muri crollati al suolo. All'inizio del 21mo secolo, tra i progetti della ricostruzione, la municipalità locale ha preso in esame anche il recupero di Horsh-al-Snobar (questo il nome originale, letteralmente "foresta di pini"), ma uno degli errori è stato quello di piantare degli alberelli anziché alberi già adulti. Un altro problema è l'ubicazione dell'area, in una zona di confine tra i quartieri sunnita, scita e cristiano della capitale libanese, a favorire situazioni di conflitto in uno spazio difficile da monitorare e proteggere per le forze dell'ordine.

Il tutto scatena il malcontento della popolazione locale, con tanto di movimento di attivisti che da tempo promuove la riapertura, spesso con manifestazioni in loco che attirano i non pochi jogger che transitano in prossimità di quello che potrebbe essere il loro campo ideale, dovendone restare fuori. E l'ormai risaputo guanto di velluto usato dalla security a favore degli stranieri non fa che accrescere il malcontento.

L'amministrazione locale replica spiegando che semplicemente la foresta non è attrezzata in modo tale da ricevere visitatori in massa. "Con 300 mila metri quadri, che la rendono il polmone di Beirut, Horsh semplicemente non è attrezzata per ricevere visitatori in massa - spiega il capo della municipalità Bilal Hamad - "Non possiamo garantire la sicurezza né l'igiene con le forze della polizia locale", aggunge Hamad precisiando che l'area manca di servizi pubblici e di piste ciclabili. "Immaginare se qualcuno accendesse un fuoco.."

Hamad aggiunge che una gara dovrebbe partire quest'estate per affidare la gestione e la sicurezza del parco a una compagnia privata, con una possibile riapertura in un non precisato periodo del 2016.

"Non c'è alcuna ragione per ricorrere ai privati, l'amministrazione locale ha un avanzo di budget di centinaia di milioni di dollari", protesta Mohammed Ayoub, presidente di Nahnoo, la principale tra le organizzazioni che lottano per la riapertura".

Hamad va però oltre, spiegando che la municipalità, nel medio periodo, ha un piano per creare nel parco un giardino botanico - che verrebbe sviluppato in cooperazione con il Comune di Ginevra - il tutto assieme a un anfiteatro, a uno stadio olimpico, un parcheggio sotterraneo, e senza il taglio di un solo albero.

Ma gli attivisti bollano il tutto come "un crimine" e  aggiungono che la foresta, che giace sulla linea che divideva Beirut durante la guerra civile, e venne appunto devastata durante l'invasione israeliana, deve rinascere, così com'era, per ergersi come spazio di riunificazione. "Dovrebbe riaprire come simbolo di unità, pace e riconciliazione tra i residenti", spiega Johanna Hammour, di Nahnoo.