RAGUSA - C'è un posto in Sicilia dove il profumo degli agrumeti ricopre anche le buche dell'autostrada. C'è una necropoli rupestre dove 3000 anni fa i pescatori si nascosero dagli italici nei canyon scavati dall'Anepo, il fiume che "scompare e riappare". E c'è una torre saracena, conosciuta anche a Vilnius, set delle puntate del commissario Montalbano.
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Questa è la Sicilia del sud est, divenuta famosa in tutto il mondo grazie alla serie tv Rai e scoperta anche dai turisti giapponesi a caccia di "Montalbano San". I siciliani la chiamano la provincia "babba", dove i contadini hanno sempre lavorato la terra, senza mai occuparsi troppo di quello che succedeva in regione. Così l'agricoltura è cresciuta (oggi questa zona fornisce il 60% della frutta e della verdura che si consuma sull'isola) e tradizioni e saperi si sono trasmessi di padre in figlio. Qui le zucchine, le arance, il miele, i formaggi, le ricotte o le mozzarelle sono sempre state a chilometro zero.
È la "bontà del ragusano" che fa ricca questa zona. Nel 2005 Francesco Cannì e Simone Tumino fondano l'associazione culturale Glocal per promuovere la propria terra. Nel 2014, grazie all'aiuto della Regione e del Fondo europeo per lo sviluppo rurale, fanno nascere il progetto "Dalle Torri alle Primizie": otto percorsi per appagare i cinque sensi (circa 30 euro a persona). Per il gusto ci sono le vie del latte (d'asina, vaccino o di capra), dove si possono incontrare le famiglie che producono ricotte e formaggi da generazioni. Si entra in azienda si tocca con mano il caio mentre si riscalda, si ordina qualcosa da riportare nel "continente", consegnato direttamente in albergo.
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Per l'udito c'è il silenzio delle torri saracene, guardiane del sud della Trinacria. Ci si immerge nella macchia mediterranea che circonda la Torre Vigliena, la Torre del Barcello per essere poi sorpresi dal rumore delle onde che si infrangono sotto Torre di Mezzo che domina su Punta Secca, ultimo baluardo di italianità prima che il Mediterraneo riempia tutto. Per la vista c'è il Barocco di Ibla, Scicli, Modica e Ragusa. Ricercato e a tratti opulento, era lo stile dominante quando fu ricostruita l'intera area quasi completamente cancellata dal terremoto del 1693. Per l'olfatto si va in viaggio tra "gli odori della contea" entrando in serre che custodiscono la lavanda pinnata, la menta fruttata o il cappero ibleo.
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Per il gusto c'è tutta la tradizione ragusana: schiaccia, ravioli fatti in casa con la ricotta fresca e ovviamente l'inimitabile cioccolata modicana. Proprio a Modica Carmelo difende la storia del bollito e degli straccetti dall'avanzata degli chef gourmet con la sua "Osteria dei sapori perduti". E se a fine pasto si è un po' appesantiti, basta chiedere di fare un giro sul suo Ape quattro posti. Il tour assomiglia in alcuni passaggi alle montagne russe, ma si toccano con mano le case che i primi ragusani scavarono nella pietra rubando spazio alla montagna. Una volta Francesco e Simone provarono ad esportare la bontà del ragusano alla Fiera dell'italianità di Osaka in Giappone. Dopo 12 mesi tornarono per l'edizione successiva e scoprirono che l'impero d'oriente aveva ricreato ogni loro prodotto. Allora rientrano definitivamente a Ragusa e decisero che sarebbero stati i giapponesi a venire in Sicilia. Perché formaggi e pasta si possono imitare, ma la luce del sole al tramonto o il profumo degli aranci in fiore quello no, non si può copiare.
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Questa è la Sicilia del sud est, divenuta famosa in tutto il mondo grazie alla serie tv Rai e scoperta anche dai turisti giapponesi a caccia di "Montalbano San". I siciliani la chiamano la provincia "babba", dove i contadini hanno sempre lavorato la terra, senza mai occuparsi troppo di quello che succedeva in regione. Così l'agricoltura è cresciuta (oggi questa zona fornisce il 60% della frutta e della verdura che si consuma sull'isola) e tradizioni e saperi si sono trasmessi di padre in figlio. Qui le zucchine, le arance, il miele, i formaggi, le ricotte o le mozzarelle sono sempre state a chilometro zero.
È la "bontà del ragusano" che fa ricca questa zona. Nel 2005 Francesco Cannì e Simone Tumino fondano l'associazione culturale Glocal per promuovere la propria terra. Nel 2014, grazie all'aiuto della Regione e del Fondo europeo per lo sviluppo rurale, fanno nascere il progetto "Dalle Torri alle Primizie": otto percorsi per appagare i cinque sensi (circa 30 euro a persona). Per il gusto ci sono le vie del latte (d'asina, vaccino o di capra), dove si possono incontrare le famiglie che producono ricotte e formaggi da generazioni. Si entra in azienda si tocca con mano il caio mentre si riscalda, si ordina qualcosa da riportare nel "continente", consegnato direttamente in albergo.
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Per l'udito c'è il silenzio delle torri saracene, guardiane del sud della Trinacria. Ci si immerge nella macchia mediterranea che circonda la Torre Vigliena, la Torre del Barcello per essere poi sorpresi dal rumore delle onde che si infrangono sotto Torre di Mezzo che domina su Punta Secca, ultimo baluardo di italianità prima che il Mediterraneo riempia tutto. Per la vista c'è il Barocco di Ibla, Scicli, Modica e Ragusa. Ricercato e a tratti opulento, era lo stile dominante quando fu ricostruita l'intera area quasi completamente cancellata dal terremoto del 1693. Per l'olfatto si va in viaggio tra "gli odori della contea" entrando in serre che custodiscono la lavanda pinnata, la menta fruttata o il cappero ibleo.
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Per il gusto c'è tutta la tradizione ragusana: schiaccia, ravioli fatti in casa con la ricotta fresca e ovviamente l'inimitabile cioccolata modicana. Proprio a Modica Carmelo difende la storia del bollito e degli straccetti dall'avanzata degli chef gourmet con la sua "Osteria dei sapori perduti". E se a fine pasto si è un po' appesantiti, basta chiedere di fare un giro sul suo Ape quattro posti. Il tour assomiglia in alcuni passaggi alle montagne russe, ma si toccano con mano le case che i primi ragusani scavarono nella pietra rubando spazio alla montagna. Una volta Francesco e Simone provarono ad esportare la bontà del ragusano alla Fiera dell'italianità di Osaka in Giappone. Dopo 12 mesi tornarono per l'edizione successiva e scoprirono che l'impero d'oriente aveva ricreato ogni loro prodotto. Allora rientrano definitivamente a Ragusa e decisero che sarebbero stati i giapponesi a venire in Sicilia. Perché formaggi e pasta si possono imitare, ma la luce del sole al tramonto o il profumo degli aranci in fiore quello no, non si può copiare.