Viaggi

Mare, vento, isole con sorpresa. Il fascino della Guadeloupe

Foto Federico Geremei 
Alla scoperta delle Piccole Antille dell'Oltremare francese. Nomi ingannevoli, vulcani, biodiversità e, naturalmente, sabbia e coralli a confinare con un mare da sogno
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In lingua creola si scrive Gwadloup e traslitterando l'arawak dei Caraibi suonerebbe Karukera. La prima variante non la usano però in molti, la seconda abbonda invece soltanto negli opuscoli e sulle insegne. Ce n'è anche una terza per questo concentrato di Piccole Antille: è un territorio francese d'outremer, usiamo dunque Guadeloupe e saltiamo a settemila chilometri dalla Metropole. I nomi ingannano, le forme evocano e le loro combinazioni da mezzo millennio si stagliano, alimentandola, sulla mitologia delle terre tra equatore e tropici.
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Iniziamo dall'isola principale (che è grande come la greca Rodi e dà il nome a tutto l'arcipelago). È una o sono due? Entrambe le cose chè uno stretto passaggio naturale, la Rivière Salée, la taglia a metà. Da una parte si stende la Grande-Terre, una spianata di calcare che si sfilaccia in scogliere e mangrovie, dosando con generosità palme da cocco e canne da zucchero. La Basse-Terre, al di là del canale, è un groviglio di colline, foreste e cascate. A tratti pare un mega-giardino curatissimo, più spesso l'ordine è quello del caos primordiale in cui c'è posto anche per un vulcano. Si chiama la Soufrière, è alto un chilometro e mezzo ed è attivo: l'ultima eruzione risale a quarant'anni fa. È il cuore del Parco Nazionale della Guadeloupe: il settimo più grande di Francia (ed il più grande d'oltremare), uno scrigno di biodiversità arborea e floreale.

La terra basse è dunque la più alta (e quella grande è la più piccola). Confusi? Una spiegazione c'è: i venti contano più di ogni altra cosa per un navigatore  -  Colombo compreso, le prime ancore del Vecchio Mondo le hanno gettate qui i suoi marinai nel 1493  -  e i termini con cui si battezzano i luoghi indicano su quali coste soffiano per primi (in alto) e quelle in cui arrivano con intensità ridotta (in basso). Un'accoppiata di aggettivi che si ripete altrove nell'arcipelago della Guadeloupe, accarezzato e spettinato dagli alisei.

Torniamo alla cerniera liquida che unisce, separandole, le due isole. Un versante è bordato da un reef corallino di trenta chilometri che racchiude la baia del Grand Cul-de-Sac Marin, un ecosistema unico: ricco e vario sulla superficie, spettacolare e prezioso sott'acqua. Tornando all'asciutto e un po' all'interno: è da queste parti che atterrano gli aerei (allo scalo di Pôle Caraïbes), ormeggiano gli yacht e i catamarani tirati a lucido (nella Marina Bas-du-Fort) e salpano i ferry (dalla Gare Maritime). È un hub acqua-aria tenuto insieme  -  a volte congestionato  -  da autostrade, vicoli e svincoli del centro del centro di Pointe-à-Pitre e Les Abymes. Qui prende dunque le mosse e si conclude ogni viaggio alla scoperta di Guadeloupe.
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Se la sua geografia s'impone la storia va scavata e conosciuta. Fino a sei mesi fa il compito era un faccenda per volenterosi e curiosi, disposti a sacrificare un po' di relax, passeggiate, tuffi e cocktail  -  due su tutti, il planteur ed il ti-punch  -  per seguire le orme del passato schiavista. Ora però niente scuse: l'eccellente Memorial ActE, centro di interpretazione ed esposizione, è un compendio di vicende, approfondimenti, storie e testimonianze imprescindibili. Illumina l'abominio delle tratte, rischiara con nuova luce il folklore di queste isole (e di quelle vicine), emana bagliori sempre diversi per il rilancio delle culture locali. Va abbinato alla visita del piccolo Musée Schoelcher, il più antico di tutti, dedicato alla memoria dell'abolizionista Victor Schoelcher.

Il fil rouge si fa così triplo: a quello dell'iconografia da cartolina vista-mare si intrecciano un itinerario tra le vestigia coloniali e l'entroterra più autentico con le sue cinquanta sfumature di verde e quelle, impossibili da contare, di sabbie, rocce e terre.

Sulla Grande-Terre sembra che quasi tutto stia sul perimetro: le spiagge ambite sono sulla costa meridionale (tra Le Gossier e Saint-François, passando per Sainte Anne), i panorami più spettacolari agli estremi (i promontori Grande Vigie e des Châteaux). E l'interno? Molti campi coltivati e due luoghi speciali, le habitation Néron e Mahaudière, dai destini paralleli. Fiorite a metà Settecento come epicentri della lavorazione dello zucchero, hanno visto il declino dopo l'abolizione della schiavitù, sono poi state riconvertite in distillerie e oggi non sono più in funzione.
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Il tour della Basse-Terre lungo la costa alterna calette a falesie, flutti e spruzzi a risacche impercettibili. Un'abbondanza di panorami che stordisce. Quello dal (e del) Fort Louis Delgrès incoraggia raffiche di selfie, tra l'uno e l'altro ci si ricordi però che quel luogo è un monumento in mattoni, strazi e polvere da sparo della resistenza alla rioccupazione napoleonica. Le spoglie di Delgrès giacciono (forse) al Pantheon di Parigi, le sue gesta restano tra quei prati e un suo busto si trova sull'altra costa, a Petit-Bourg. Basse-Terre, il capoluogo, merita una lunga sosta e tutto il tratto da lì a Pointe Noire è una sfida continua tra la voglia di fermarsi davanti alle onde, salire all'interno e continuare con i due mondi ai lati della strada. Quando si passa davanti all'Ilet Pigeon si prenda nota: il toponimo non ha a che vedere coi piccioni, è solo un cognome. Come Cousteau, cui una porzione di questa zona, oggi protetta, è dedicata: un tributo al documentario che il girò mezzo secolo fa con Luis Malle e che valse loro un Oscar. Rientrati (o rimasti) sulla strada si può da qui tagliare verso l'interno  -  lungo la bella Route de la Traversèe e deviare alla ricerca di torrenti e cascate  -  o proseguire verso l'altro tratto di costa, il più fotografato: quello tra Deshaies e Sainte-Rose. Di habitation ce ne sono anche nella Basse-Terre, sono concentrate ai piedi del vulcano ed offrono un profilo storico articolato: Vanibel, Beausoleil e Griveliére.

Dalla vicina Trois-Rivières ci si imbarca per Les Saintes  -  un grappolo di nove isole (sette sono disabitate)  -  che paiono racchiudere tutta la Guadeloupe in pochi, densissimi, chilometri quadrati. E riescono, in quest'operazione, conciliando il basso profilo con l'alto numero di visitatori e crocieristi. Auto elettriche e quadricipiti, qui ci si sposta a propulsione sostenibile. E ricaricabile (con torte, crostacei e spremute di frutta).
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Restano altre due isole. La Désirade è strettissima, lunga e alta sull'Atlantico. Grande (si fa per dire) come Favignana, è ai margini delle rotte più battute ed ancora più protetta (da un parco geologico d'avanguardia) e autentica. Marie-Galante è altrettanto vera, ha un carattere sonnacchioso ma non dimesso, anzi. É l'appendice ideale per rallentare il ritmo incessante di visita che l'isola principale propone e richiede. Mulini e canne con cui si produce il rum  -  quello "agricole", più puro di molti altri di tendenza  -  punteggiano l'interno. I primi sbucano ogni tanto, senza cercarli, e viene la voglia di trovarne altri, mettendo da parte carte e gps: ogni strada del resto parte da una costa e sbuca su un'altra, su rettilinei tra campi o, più spesso, dopo bei saliscendi sinuosi. Se è domenica ed il mese è uno dei primi sei dell'anno con uno di questi percorsi si può raggiungere st Marc ed entrare in un luogo sui generis. In cui assistere  -  lo si segnala per dovere di cronaca con l'oleografia che lascia così spazio, en passant, all'antropologia 2.0  -  ad un combattimento tra galli.

E il rum? Presidia ogni spazio, dai duty free scintillanti alle distillerie meno glam. Compare a tavola, prima di ogni pasto (anche a pranzo) e torna nei ricordi: nei risvegli annebbiati dopo qualche bicchiere di troppo. E in quelli, più incisi, limpidi e permanenti, che la Guadeloupe instilla in ogni viaggiatore.