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Marrakech. Un tuffo nel cuore del Marocco

Veduta della Djemaa El Fna 
Alla scoperta della città nordafricana, dell'immenso fascino della sua medina: un immenso dedalo di edifici, di colori e odori, nel quale è inevitabile (e allo stesso tempo bello) perdersi
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Fuori c'è traffico, rumore e polvere; scooter guidati da donne velate sorpassano taxi sgangherati; bici e pedoni incrociano asini e carretti. Dentro, sotto un tetto di canne di bambù, un'infilata di botteghe coloratissime  si dipana nei vicoli, venditori affabili mostrano tessuti, babbucce, teiere, oggetti in legno, gioielli d'argento, bicchierini di vetro, gabbie con uccellini e tartarughe. A Marrakech si fa sempre indigestione, e non c'entrano couscous e tajine. E' la Medina, la città vecchia, che cattura e sopraffà con la sua luce, le musiche e le grida, gli odori delle spezie.

Piazza Djemaa El Fna è il suo cuore pulsante, enorme palcoscenico in cui si esibiscono cartomanti, erboristi, donne berbere che disegnano complicati e temporanei tatuaggi con l'henné, incantatori di serpenti, musicisti di melodie gnaoua, scimmie al guinzaglio. Tutto il giorno vi si trovano spettacolari carretti che offrono frutta secca e…
Fuori c'è traffico, rumore e polvere; scooter guidati da donne velate sorpassano taxi sgangherati; bici e pedoni incrociano asini e carretti. Dentro, sotto un tetto di canne di bambù, un'infilata di botteghe coloratissime  si dipana nei vicoli, venditori affabili mostrano tessuti, babbucce, teiere, oggetti in legno, gioielli d'argento, bicchierini di vetro, gabbie con uccellini e tartarughe. A Marrakech si fa sempre indigestione, e non c'entrano couscous e tajine. E' la Medina, la città vecchia, che cattura e sopraffà con la sua luce, le musiche e le grida, gli odori delle spezie.

Piazza Djemaa El Fna è il suo cuore pulsante, enorme palcoscenico in cui si esibiscono cartomanti, erboristi, donne berbere che disegnano complicati e temporanei tatuaggi con l'henné, incantatori di serpenti, musicisti di melodie gnaoua, scimmie al guinzaglio. Tutto il giorno vi si trovano spettacolari carretti che offrono frutta secca e spremute, la sera anche piccoli ristoranti mobili che preparano grigliate e insalate.

Alle spalle della piazza, il minareto di 70 metri della moschea della Koutobia domina la città dal 1100. Il suo giardino geometrico in primavera ospita una ricca collezione di rose. Forse il muezzin, che si rivolge alla città cinque volte al giorno dai potentissimi altoparlanti, ha potuto studiare alla Medersa Ben Youssef, la scuola coranica cittadina, in attività fino agli anni Sessanta. Oggi è  Patrimonio Unesco e museo, con un bellissimo cortile cinquecentesco ridondante di stucchi e marmi e, ai piani superiori, celle fredde e strette, dove vivevano gli studenti. Poco lontano spicca il palazzo Dar Menebhi, una splendida residenza moresca con cortili adorni di piastrelle colorate e fontane, sede del Museo di Marrakech, in parte dedicato alla cultura tradizionale e in parte a mostre di arte contemporanea.

Vagando nella Medina, una delle più grandi del Marocco, con qualche volonterosa indicazione dei ragazzini locali e l'aiuto delle scritte sui muri, si arriva al Museo Dar Si Said, l'elegante dimora ottocentesca del fratello di un Visir, oggi Museo delle Arti Marocchine. Il contenitore è quasi più spettacolare del contenuto: i soffitti intagliati nel cedro e decorati con colori naturali, tra cui zafferano e terra rossa di Marrakech, sono di una grazia preziosa. Fuori, il quartiere di artigiani è tranquillo e piacevole. La Medina è una delle più grandi del Marocco e nel suq ci si perde facilmente, ma in un modo o nell'altro tutte le strade riportano a Piazza Djemaa El Fna, dove ci si può rinfrancare con uno spuntino o un the alla menta prima di ripartire per un'altra esplorazione.

Si attraversa la Mellah, l'antico quartiere ebraico, e il mercato dei Ferblantiers, carico di spezie e tinture, per raggiungere ciò che resta del Palazzo El Badii, un tempo residenza del sultano. Oggi si cammina sulle rovine, godendosi le belle vedute sulla città e lo spettacolo delle cicogne che fanno il nido sulle mura, rosse di argilla, e battono seccamente il becco. A inizio Seicento però il palazzo era considerato una delle meraviglie del mondo islamico. Fu distrutto dalla dinastia reale successiva, di cui si possono ammirare i maestosi mausolei presso la porta più antica delle città, Bab Agnaou. Alle Tombe Saadiane, peraltro, si accede solo per un passaggio strettissimo dietro la moschea delle Kasbah, perché a loro volta furono vittime della dinastia seguente, e vennero murate. Qui, tra imponenti mosaici e gattini affamati, il terzo millennio non è arrivato e ci si sente piacevolmente fuori dal tempo. Per continuare a godere della stessa atmosfera vedendo foto d'epoca della città si deve andare alla Maison de la Photographie, un po' defilata in rue Bab Debbagh: una casetta stretta e alta in bianco e blu, tranquilla e profumata. È  un'ottima sosta anche dopo la visita al quartiere dei tanneurs, conciatori, dagli odori così forti da non essere adatto ai deboli di stomaco.

Fuori le mura si estende Gueliz, la città nuova, progettata a inizio Novecento con grandi boulevard e ampi giardini, contrappunto arioso e ordinato della caotica accumulazione della Medina, ma inevitabilmente meno affascinante. Un'oasi chic è il Jardin Majorelle, fondato da un pittore e poi acquistato e riadattato da Yves Saint Laurent e il suo compagno Pierre Berger. Qui ceramiche blu elettrico e giallo canarino circondano cactus, ninfee, bambù, bouganville e spezie di cinque continenti. Ma quel che più ha contribuito a dare a Marrakech la fama di oasi ai piedi del Monte Atlante è la Palmeraie, un palmeto di oltre centomila piante e 8 km piantato all'epoca Almoravide, ovvero intorno all'anno Mille, e irrigato con un'innovativa rete di condutture sotterranee. Il Marocco, che oggi sta lavorando per raggiungere nel 2020 il traguardo del 42% di energia proveniente da fonti rinnovabili, ospiterà nel 2016 la prossima edizione della conferenza Onu sul clima, la Cop 22.

Info visitmorocco.com.