Ascoli Piceno, il fascino di un'antica città di confine
di EMANUELA DE SANTISLe due anime della località marchigiana, storico limite tra Stato Pontificio e terre borboniche: una tutta palazzi e piazze monumentali, tra le più belle d'Italia, l'altra che sembra fondersi con la campagna che la circonda. Tra le attrattive, una tradizione di artigianato ad alto livello che lì non sembra voler abdicare
Dai “vitelloni” ai “basilischi”, da Fellini alla Wertmuller, il bestiario cinematografico della provincia italiana si popola di giovani sfaccendati, disillusi, annoiati, frustrati. A loro vanno aggiunti i “delfini”, la jeunesse dorée della fauna provinciale da grande schermo: belli, agiati, borghesi come Ascoli Piceno, la piccola città che li soffocava e li opprimeva, dove Francesco Maselli girò integralmente il suo film. Al contrario di tante altre città marchigiane, acquerellate con mattoncini rosati, Ascoli è bianca, segnata dalla luminosità del marmo e dal candore poroso del travertino. Antica città di confine – di quà il Papa, di là i Borboni – oggi ha due facce. Una guarda oltre le fortificazioni medievali, quasi uno scorcio di campagna: il vecchio lavatoio vicino ad un moderno parcheggio sotterraneo, la schiena curva del ponte romano di Solestà sul corso infossa…
Dai “vitelloni” ai “basilischi”, da Fellini alla Wertmuller, il bestiario cinematografico della provincia italiana si popola di giovani sfaccendati, disillusi, annoiati, frustrati. A loro vanno aggiunti i “delfini”, la jeunesse dorée della fauna provinciale da grande schermo: belli, agiati, borghesi come Ascoli Piceno, la piccola città che li soffocava e li opprimeva, dove Francesco Maselli girò integralmente il suo film. Al contrario di tante altre città marchigiane, acquerellate con mattoncini rosati, Ascoli è bianca, segnata dalla luminosità del marmo e dal candore poroso del travertino. Antica città di confine – di quà il Papa, di là i Borboni – oggi ha due facce. Una guarda oltre le fortificazioni medievali, quasi uno scorcio di campagna: il vecchio lavatoio vicino ad un moderno parcheggio sotterraneo, la schiena curva del ponte romano di Solestà sul corso infossato del Tronto, Porta Cartara con i Musei della Cartiera Papale, e tutt’attorno una corona di colline nella quale riemergono a sprazzi le tinte tenui e gentili delle Marche. All’interno, le mura chiudono l’altro volto della città, quello della vita quotidiana che si consuma tra la “rrete a li mierghie” – il quartiere a ridosso delle mura antiche – e l’intrico di vicoli e “rue” del centro storico, fino agli spazi ariosi delle piazze Arringo e del Popolo, delimitate da palazzi monumentali, chiese medievali, portici rinascimentali, due ampi slarghi lastricati nei quali la patina dei secoli ha uniformato le diverse architetture in una compatta armonia di forme.Piazza del Popolo è tra le più belle piazze d’Italia: solare, armoniosa, tracciata in archi e colonne diseguali a formare un rettangolo perfetto, chiuso sul prospetto dei campanili e dell’abside della chiesa di San Francesco. Lo storico caffè Meletti è il suo salotto buono, uno dei pochi locali a conservare, dallo scricchiolante pavimento di legno alle sedie di paglia di Vienna, un carattere d’autentico liberty negli arredi e nelle decorazioni d’epoca. Vi si beve ancora l’anisetta con la mosca, liquore zuccherino e demodé, da salotto della nonna, che va centellinato a piccoli sorsi per ritrovare, tra le pieghe del suo vellutato profumo, uno scampolo di atmosfere fine secolo in tono col décor del locale. La Cattedrale, con all’interno il polittico quattrocentesco di Carlo Crivelli, capolavoro dell’arte ascolana, s’affaccia tra le fontane gemelle di piazza Arringo, dove il banco all’aperto di Migliori sforna fumanti cartocci di olive ascolane, verdure panate e cremini fritti a beneficio dei patiti dell’aperitivo con “struscio” o dei transfughi del mercatino antiquario che una volta al mese invade il cuore del centro storico.Ascoli mantiene un legame stretto con il lavoro artigiano. Il Museo dell’Arte Ceramica, nel chiostro di San Tommaso, celebra con circa 300 oggetti rari dal XV° al XX° secolo, provenienti da ogni regione d’Italia, la storia di una città dove questa tradizione è stata vivissima. Nelle vecchie rue ci sono tuttora botteghe di ceramisti in attività come Pietro Paolo Lazzarotti, che realizza piatti ornamentali e da tavola, calici e coppe, decorandoli con nature morte, bouquets, tralci, festoni, motivi floreali e bizantineggianti ispirati ai colori e ai fregi tipici della maiolica locale; oppure Luciano Cordivani, grande vecchio della ceramica ascolana, estroso creatore di una tecnica di incisione che richiede ben tre cotture successive per i suoi pezzi unici: anfore, pannelli, vasi di varia foggia e dimensione.Ad Ascoli, che non ha mai rinnegato il suo carattere conservatore, anche comprare un paio di scarpe diventa un rito di passaggio, un ossequio alle tradizioni di famiglia: prima bottega di calzolaio, poi laboratoio artigiano di scarpette da football per campioni, la Pantofola d’oro è diventata una fabbrica di calzature eleganti, la griffe della moda ascolana, il marchio di mocassini e ballerine che ogni piede ascolano doc è geneticamente predisposto, prima o poi, a calzare. Assieme a Piero Castelli, i cui violini suonano nelle mani dei grandi concertisti mondiali, Giuliano Giuliani è la figura più caratteristica della creatività ascolana. Giuliani vive e lavora tra le colline che circondano la città, in simbiosi con la vecchia cava paterna, in un ambiente simile ad una gigantesca scenografia naturale. Utilizzando i tradizionali arnesi dei cavatori, svuota i blocchi di travertino fino a sprigionarne la luminosità e la trasparenza, cesella la pietra locale in forme plissettate, traforate, sinuose e leggere come ali di farfalla, crea oggetti d’arredo di astratto design oppure ricrea frammenti di fonti battesimali e di altari per le chiese medievali picene. Un po’ scalpellino e un po’ scultore, un po’ artigiano e un po’ artista, incarnazione autentica di quel talento appartato e solitario che abita soltanto la provincia italiana.