Alla scoperta della preziosa capitale dell'Impero Moghul. Dal palazzo gioiello voluto dal sovrano per onorare la moglie defunta alla fortezza, una città che da sola merita il viaggio
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L’alba si sta levando sulla bianca cupola del Taj Mahal, dal 1632 simbolo di amore eterno, dono dell’imperatore moghul Shah Jahan alla sua moglie preferita, Mumtaz Mahal, morta dopo aver dato alla luce il suo quattrodicescimo figlio. Siamo ad Agra, nella parte occidentale dello stato federato dell'Uttar Pradesh, sulle rive del fiume Yamuna, a due ore e mezzo circa di treno da Nuova Delhi. Capitale dell'Impero Moghul dal XVI al XVIII secolo.
India. Agra e il Taj Mahal
(foto di Anna Maria De Luca)
Ventidue anni impiegò Shah Jahan per far si che gli architetti giunti da ogni dove traducessero in linee e forme a lui piacenti i propri pensieri di amore per la sua perduta donna. Ventimila persone, tra cui un architetto italiano, Geronimo Veroneo e mille elefanti lavorarono fino al 1654 alla perfetta geometria delle forme, alla ricerca quasi ossessiva della simmetria di quello che sarebbe diventato patrimonio UNESCO dal 9 dicembre 1983, inserito dal 2007 fra le nuove sette meraviglie del mondo. Cinque sono le parti principali del Taj Mahal: il darwaza (portone), il bageecha (giardino), il masjid (moschea), il mihman khana ("casa degli ospiti", chiamata anche jawab) ed infine il mausoleum, ovvero la tomba di Shah Jahan.
Pazzo di dolore per la perdita della sua Mumtaz Mahal (da cui, per abbreviazione, il nome Taj Mahal), Shah Jahn, un anno dopo l’insostenibile perdita, trovò la forza di dare corso alla promessa fatta in punto di morte: amarla per sempre. Per dare corpo a questo amore, fece arrivare il marmo bianco da Makrana, il diaspro dal Punjab, la giada e il cristallo dalla Cina, i turchesi dal Tibet, i lapislazzuli dell'Afghanistan, gli zaffiri dallo Sri Lanka e la corniola dall'Arabia: fece incastonare ventotto diversi tipi di pietre preziose nel delicato marmo bianco che sarebbe stato la tomba della sua Mumtaz, in modo tale che il Taj potesse vibrare ancora di sfumature nella luce del giorno, come il suo amore. Non gli bastava una struttura perfetta, bellissima: voleva di più per la sua Mumtaz. Desiderava che la tomba stessa continuasse a vibrare di vita, che non fosse solo cristallizzata nel marmo come un blocco di morte.
L’imperatore chiedeva ancora vita per quell’amore, anche oltre la morte. E gli architetti lo accontentarono, creando con le pietre preziose un sottile gioco di luci e ombre sul delicato marmo che cosi, a seconda dell'ora del giorno, assume una colorazione bianca, rosa o dorata. E’l’amore che pulsa ancora, dopo millenni, nella luce di ogni nuovo giorno. Non a caso, Tagore definì il Taji “Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”.
Shan Jahan morì poco tempo dopo la fine della costruzione del Taj Mahal, dopo essere stato deposto dal figlio ed imprigionato. Riposa accanto alla sua amata: ironia della sorte, fu proprio la sepoltura di lui ad interrompere la simmetria perfetta che aveva ossessivamente cercato nel Taj. Il cenotafio di Mumtaz è al centro esatto della struttura, come volle lui. Il suo si trova spostato su un lato, nella parte occidentale. Al di sopra dei cenotafi c'è una lampada, posta agli inizi del XX secolo dal viceré inglese Lord George Nathaniel Curzon (si deve a lui l’opera di restauro iniziata nel 1899 e terminata nel 1908). Attorno ai due sposi, quattro stanze minori ottagonali – quattro è un numero che ricorre spesso nel Taj – poste agli angoli del mausoleo sui lati corti dell’ottagono della base, e quattro rettangolari, ognuna delle quali ha una apertura ad arco verso l’esterno: il quadrato rappresenta il mondo materiale, la cupola circolare (che poggia su un basamento ottagonale composto da otto archi) la perfezione della divinità; la forma ottagonale della struttura è punto di incontro tra materia e spirito, dato che l'ottagono è forma intermedia tra il quadrato ed il cerchio, a rappresentare l'uomo, punto di giunzione tra i due mondi.
Il Taj ha dei meravigliosi giardini divisi in quattro parti (hanno la tipica forma di charbagh mughal), con due canali che si incrociano nel mezzo e specchiano la bellezza del “castello di aria”. Ogni quadrato formato dai canali si divide in altre quattro parti, realizzando sedici aree – in ognuna delle quali furono piantate 400 piante - divise da percorsi pavimentati. E’una visione del giardino come simbolo dell’Eden (come scritto nelle calligrafie sul portale principale che invitano ad entrare nel paradiso). Uscire dal Taj Mahal non è facile, implica un “atterrare” sul pianeta Terra. Per uscire gradualmente da tale sogno, passeggiamo fino al Taj Nature Park: da qui si può godere della visione cominciando a prendere una giusta distanza. Qui molti vengono a meditare al mattino osservando il Taj da lontano, oltre i giardini.
C’è ancora molto da visitare ad Agra, cantata anche in un antico poema epico, il Mahabharata. A due chilometri e mezzo dai giardini del Taj Mahal si apre il Forte, Patrimonio Unesco, fatto costruire dal primo sovrano Mughal come cittadella. Facciamo un passo indietro nella storia: il primo sultano che trasferì la capitale da Delhi ad Agra fu Sikandar Lodi (1487-1517). La dinastia Lodi non ebbe lunga vita: finì con suo figlio, Ibrahim, che nel 1526 fu sconfitto da Babur, il primo sovrano Mughal, nella battaglia di Panipat. Da quel momento, Agra diventò capitale dell'impero Moghul fino al 1658. Il nuovo sultano, Akbar, scelse Agra, sulla riva del fiume Yamuna, come sua capitale e fece cosi costruire la la cittadella oggi nota come Agra Fort, in arenaria rossa. I lavori iniziarono nel 1565 e durarono otto anni: furono realizzati più di cinquecento edifici,come riportato nelle cronache di Abul Fazal, molti punti per caricare e scaricare le merci trasportate attraverso il fiume, passaggi e archi.
Entriamo nel Forte dalla Porta di Amar Singh, al di là del ponte levatoio. Fu fatta costruire da Shah Jahan nel 1665, per commemorare l'audacia di Rao Amar Singh, fratello del sovrano Rajput di Jodhpur e nobile di corte. Attraversando i giardini sulla destra si arriva al palazzo, l'Akbar Mahal. La corte centrale è ad archi e tutto intorno si sviluppano le stanze. Nella parte di destra si aprono gli appartamenti della Principessa Rajput, a sinistra l’harem, in fondo la biblioteca. Il figlio di Akbar, Salim (in seguito diventato Jahangir ovvero signore del mondo) salì al trono all’età di 36 anni e fece decorare il palazzo con stucchi e oro, aggiungendo altre stanze. Camminando nel palazzo incontriamo tre padiglioni di marmo bianco: i due laterali erano delle figlie Jahanara e Roshanara, quello centrale, con i cinque archi, è il Khas Mahal, il palazzo privato di Shaha Jahan. I bagni reali avevano due anticamere di specchi per riflettere la luce delle candele. Tre le torri ottagonali c’era il palazzo di Mumtaz, con cortile, bagni, soggiorno e terrazzi (anche qui si rivela il gusto raffinato di Shah Jahan). Al piano superiore, in riva al fiume, la sala delle udienze private, con splendide colonne in pietra dura. Pare che qui, nel palazzo, Shah Jahan avesse per la prima volta incontrato la sua Mumtaz.
Uscendo dal Forte incontriamo molti bambini che vogliono venderci souvenir di Agra. Hanno occhi svegli e pieni di speranze, sono gentili. Inizio a parlare con uno. Si chiama Aswhin. Ha sette anni e parla sette lingue, compreso l’italiano. Va a scuola e nel tempo libero vende souvenir ai turisti. Cosa vuoi fare da grande, gli chiedo? Lavorare per il gli animali del mio Paese, risponde. E mi parla di un luogo davvero speciale per la conservazione della natura e la protezione degli animali: il WIldlife Sos Sloth Bear Rescue Centre. Si trova a 22 chilometri da Agra. Decidiamo di andarci. Nel centro troviamo volontari impegnati a dare da mangiare agli orsi: è un’organizzazione fondata nel 1995 da un piccolo gruppo di persone intenzionate a creare un cambiamento duraturo per proteggere e conservare la ricchezza del patrimonio naturale, la foresta e la fauna selvatica dell'India. Portano avanti studi sulla biodiversità, attività di ricerca e creazione di alternative e mezzi di sussistenza sostenibili. Tra i bambù e le ambulanze per gli animali, osserviamo che una pianta ha sviluppato in modo circolare i suoi rami, proprio sopra al quadrato di legno dell’ospedale per gli animali. Di nuovo, come nel Taj e come nei templi, la relazione tra la forma sferica riferita al cielo e il quadrato alla terra. Magia dell’India, luogo sacro in cui ogni elemento, naturale o umano che sia, specchia l’immagine inversa dell’atemporale.