Nord-est. Ad oltre 50 anni dalla tragedia che provocò morte e disastro, Longarone, Erto e Casso sono letteralmente rinate. E si offrono ad una forma di turismo di scoperta a passo lent
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L'Italia purtroppo si è abituata a convivere con le catastrofi naturali. Terremoti, alluvioni, disastri causati da una gestione spesso scellerata del territorio causano lutti e gravi danni al patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese. Per scoprire come si può convivere con il ricordo di queste tragedie, coltivandone la memoria, si possono visitare Longarone, Erto Casso e gli altri borghi di pietra lungo l'asse del Piave, ai piedi delle Dolomiti Bellunesi, colpite da una delle più grandi calamità del dopoguerra. Infatti la notte del 9 ottobre 1963, un'ondata di 50 milioni di metri cubi d'acqua, provocata da una frana staccatasi dal monte Toc, scavalcò la diga del Vajont abbattendosi sulla zona, distruggendo i centri abitati e uccidendo 1910 persone.
La vallata del Vajont
A più di cinquant'anni di distanza, Longarone ed Erto - Casso sono rinati, grazie alla testardaggine e alla forza degli abitanti sopravvissuti, e raccontano al visitatore un piccolo miracolo italiano. Là dove l'acqua aveva lasciato distruzione e fango oggi si trova una verde vallata stretta tra i costoni di montagne ripide e selvagge, scarsamente illuminate dal sole. Il principale centro abitato è sempre Longarone, ricostruito negli anni Sessanta, purtroppo all'insegna del cemento, ai piedi della grande diga rimasta praticamente intatta dato che l'ondata di acqua l'ha scavalcata, senza quasi scalfirla. Qui si visita il vortice grigio di cemento della nuova chiesa – costruita sui resti di quella precedente - che conserva al suo interno una Madonna, bellissima, senza naso ne mani, col volto di legno sfregiato e il vestito mangiucchiato dal disastro. Si trovava nella vecchia parrocchiale, prima dell’onda, e l'hanno ripescata a Fossalta di Piave, a ottanta chilometri di distanza da Longarone.
Si può quindi visitare il museo del Vajont, a due passi dalla piazza principale, che si snoda attraverso due scale collegate da un tunnel buio, simbolo della notte della tragedia, a rappresentare il prima e il dopo del 9 ottobre 1963 nella storia della comunità. A Fortogna – qualche chilometro prima di Longarone – si incontra il cimitero di Vajont, con i suoi cippi tutti uguali, come i cimiteri di guerra, e le aggraziate statue. Proseguendo lungo la strada tortuosa e ripida che porta alla diga si arriva al lago, oggi minuscolo e relegato in fondo alla valle dato che gran parte della sua superficie è stata riempita dalla frana che si è staccata dal monte Toc. Per tutto il mese di novembre il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane organizza, il sabato e domenica, visite guidate al coronamento della diga e ai luoghi simbolo del disastro del Vajont.
Lungo il lago si incontrano i borghi di Casso, abbarbicato al sole di fronte al monte Toc, che si rianima in occasione degli eventi organizzati presso lo spazio di Dolomiti Contemporanee, ed Erto, con le sue osterie raccontate dalla penna di Mauro Corona. Il borgo, un tempo paese di contrabbandieri, fabbri abilissimi, osti e anziane misteriose, è una ragnatela di stradine ripide (erte) di sassi, sul quale si affacciano case di pietra grigia, in gran parte disabitate. Tra i due silenziosi paesi una palestra di roccia, frequentata da decine di colorati climber. In autunno, stagione di foliage, è piacevole fare il giro del piccolo lago in bicicletta o in auto, per ammirare i boschi che si colorano di struggenti rossi e gialli. La strada è a tratti sconnessa – venne costruita dopo la diga, per permettere agli ertani di raggiungere i loro campi, al di là del lago – e porta in luoghi silenziosi e bellissimi, feriti dalla tragedia del 1963 ma, nonostante tutto, resistenti, che raccontano di una popolazione che non ha voluto arrendersi. E che proprio per questo motivo va conosciuta.