Una passeggiata invernale, magari notturna, esalta il fascino del centro storico della città siciliana e nella sua storia ricca di maghi e di leggende
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Il fascino barocco di Catania in inverno, assume toni ancora più fiabeschi. Sotto un cielo bianco e freddo, il salotto di piazza Duomo, patrimonio Unesco incastonato tra i gioielli architettonici della città, racconta con il suo elefantino leggende e magia. Sintesi di cultura pagana e cristiana, l’elefantino dal 1239 è il simbolo ufficiale di Catania. In pietra lavica, troneggia al centro della piazza, su un obelisco egizio proveniente da Syene: un obelisco che racconta, nelle sue otto facce, la dea Iside. I catanesi chiamano il loro elefantino (che ricorda molto quello di piazza della Minerva, a Roma) “Liotru”: termine dialettale per indicare Eliodoro o Diodoro, un mago vissuto nell’VIII secolo, capace di trasformare gli uomini in animali. Liotru usava l’efante per spostarsi da Catania a Costantinopoli e per questo i catanesi scelsero di rappresentarlo cosi, in pietra lavica, per scongiurare i pericoli dell’Etna. Versione avallata anche dal geografo arabo Idrisi, nel XII secolo, secondo il quale si tratterebbe di una statua magica costruita in epoca bizantina per allontanare il rischio eruzioni. Storicamente, la versione è diversa: rappresenterebbe la vittoria dei catanesi sui libici. Comunque sia, i catanesi sono affezionati al proprio elefantino, tanto che nel 1862, quando si ventilò la proposta di trasferirlo, ci fu quasi una sommossa.
Attorno all’elefantino, cuore magico della città, si trovano i principali gioielli di Catania: la cattedrale, la fontana Amenano e il palazzo degli elefanti. Nella splendida cattedrale, realizzata sulle rovine delle Terme Achilliane e di un tempio pagano romano, è custodito il corpo di Sant’Agata, adorata dai catanesi. La sua tomba si trova in una maestosa cappella, in fondo alla navata destra, protetta da una cancellata in ferro battuto risalente al 1926, opera di Salvatore Sciuto Patti. Nella parte sinistra della cappella, una porta dorata dà accesso al luogo più sacro per i catanesi, “a cammaredda”, dove sono custoditi il busto di Sant'Agata e lo scrigno con le sue reliquie. Uno dei devoti più ferventi fu il viceré Ferdinando d'Acuña, il cui monumento funebre si trova proprio nella cappella.
Sicilia, il fascino di Catania
La cattedrale fu più volte distrutta e ricostruita in seguito a vari terremoti. Ed è appunto ad uno di questi terremoti, in particolare a quello dell’11 gennaio 1693, che si legano altre due famose leggende catanesi. La prima racconta che il 10 gennaio di quell’anno una fattucchiera si presentò al palazzo del barone don Arcaloro Scammacca per mostrargli una cosa importantissima. I servi non volevano farla passare ma il barone diede ordine che salisse. La fattucchiera raccontò di aver sognato Sant’Agata mentre supplicava il Signore affinché salvasse la città dal terremoto. E che la supplica non poteva essere accolta a causa dei peccati dei catanesi.
“Don Arcaloru, don Arcaloru, dumani. A vintin’ura, a Catania s’abballa senza sonu”, sentenziò la fattucchiera. Il barone andò a rifugiarsi in campagna e il giorno dopo, come da profezia, avvenne il terribile terremoto. La seconda leggenda racconta invece che era stato l’allora vescovo Francesco Carafa a tenere lontano il terremoto, grazie alla forza delle sue preghiere. L’anno successivo alla sua morte, il terremoto ebbe via libera. E distrusse quasi del tutto la città, risparmiando solo l’abside della cattedrale, il castello Ursino e poche abitazioni.
Nella ricostruzione seguita al terremoto del 1693 nacquero la via Uzeda (l’attuale via Etnea, che porta alla basilica della Collegiata, dopo piazza dell’Università) e la via Lanza, oggi via di Sangiuliano. Due anni dopo il terremoto, in onore del viceré spagnolo Paceco de Uzeda, artefice della ricostruzione di Catania, fu eretta la porta Uzeda che da via Dusmet porta a piazza Duomo: nel tipico barocco catanese, alterna pietra lavica e marmo bianco nelle decorazioni. Il Palazzo degli Elefanti, sede del Comune, fu costruito qualche tempo dopo, nel 1741, dal Vaccarini. Anche lo splendido prospetto borrominiano della cattedrale fu realizzato dal Vaccarini tra il 1733 e il 1761. Un secolo dopo, nel 1867, fu costruita la fontana dell’Amenano: la giovane che sostiene la cornucopia che versa acqua, in questi giorni quasi ghiacciata, rappresenta il fiume Amenano, sulle cui rive fu fondata la città greca di Katane. I catanesi la chiamano “l’acqua ‘o linzolu” perché l’acqua, quando cade, assume l’aspetto di un lenzuolo. Alla fontana fa da sfondo il mercato storico della Pescheria: basta scendere le scale per arrivare a piazza Alonzo di Benedetto e ritrovarsi in un turbinio di profumi e sapori da souk arabo, ancora più piacevoli nel freddo dell’inverno. Poco lontano si trova la fontana dei sette canali, nota come “fontana dei sette cannoli” mentre continuando dopo la porta Uzeda, si arriva a villa Pacini realizzata in onore del musicista catanese , nota anche come la villa della Marina, data la sua vicinanza al mare.
Un’altra leggenda avvolge, un poco più lontano della piazza, il grande castello Ursino, che domina il golfo e la città. E’il più insigne monumento medievale di Catania, fatto costruire dall’imperatore Federico II di Svevia. Anche qui c’è mistero attorno al nome. Perché “Ursino”? Linguisticamente potrebbe essere una derivazione di “castrum sinus” cioè castello del golfo, diventato poi castello Ursino. Ma ancora una volta la fantasia dei catanesi ci mette del suo e quindi ricollega il castello a mitici giganti saraceni, chiamati appunto Ursini, che furono sconfitti dal catanesi. O, secondo un’altra versione, da Uzeta, un paladino dall’armatura rossa e nera che ritroviamo, insieme ai protagonisti di altre leggende (i Fratelli Pii, Gammazita e Colapesce) in uno dei candelabri dell’Università. Se volete consocerne le storie, non vi resta che entrare nello spettacolo dei pupi siciliani…