✕

Stele di Rosetta, l'Egitto la reclama al British Museum. "Icona della nostra storia, Londra deve restituircela"

Stele di Rosetta 
La campagna degli intellettuali del Cairo, tra cui l'ex ministro delle Antichità Hawass, in occasione del bicentenario della sua decrittazione. Già raccolte oltre 100mila firme. È a Londra dal 1801, quando gli inglesi la tolsero a Napoleone. Troppo, perché un tribunale di qualunque livello ne decreti la restituzione, che potrebbe avvenire solo su base volontaria
4 minuti di lettura

La Stele di Rosetta, l'iconica lastra di granito che, proprio due secoli fa, consentì a uno studioso francese di decrittare l'antico linguaggio degli Egizi, è la protagonista dell'ultimo, eclatante, caso di dibattito su chi, tra il Paese e la cultura originaria del reperto e il Museo che, per meriti coloniali o altre forme di appropriazione indebita la ospita e la mette in mostra, abbia il diritto di proprietà e di utilizzo del bene.

Il museo in questione, come molti sanno, è nientemeno che il londinese British Museum, dove la pietra forse più famosa del pianeta è l'attrazione preferita dai 6-6,5 milioni di visitatori annui medi che lo hanno scoperto o riscoperto nel decennio pre-pandemia. Il dibattito ha preso corpo, e forse non è un caso, in questo 2022, in cui cade il duecentesimo anniversario in cui Jean-François Champollion cominciò a tradurre il contenuto della stele. Si tratta di un decreto tolemaic…

La Stele di Rosetta, l'iconica lastra di granito che, proprio due secoli fa, consentì a uno studioso francese di decrittare l'antico linguaggio degli Egizi, è la protagonista dell'ultimo, eclatante, caso di dibattito su chi, tra il Paese e la cultura originaria del reperto e il Museo che, per meriti coloniali o altre forme di appropriazione indebita la ospita e la mette in mostra, abbia il diritto di proprietà e di utilizzo del bene.

Il museo in questione, come molti sanno, è nientemeno che il londinese British Museum, dove la pietra forse più famosa del pianeta è l'attrazione preferita dai 6-6,5 milioni di visitatori annui medi che lo hanno scoperto o riscoperto nel decennio pre-pandemia. Il dibattito ha preso corpo, e forse non è un caso, in questo 2022, in cui cade il duecentesimo anniversario in cui Jean-François Champollion cominciò a tradurre il contenuto della stele. Si tratta di un decreto tolemaico del II secolo a. C., scritto in greco antico (ovviamente già noto) e in due diverse versioni, entrambe ancora non decifrate, della lingua egizia, quella più antica che utilizzava i geroglifici, e quella del primo millennio a. C., (penultima fase), il demotico, in sintesi estrema una versione semplificata della precedente, ideogrammi e caratteri ridotti da 6-7mila a qualche centinaio. Ora, sia la Francia, Paese di origine sia di Champollion, che di Pierre-François Bouchard, il capitano napoleonico che la scoprì 23 anni prima, che Londra e il suo museo più frequentato, celebrano il bicentenario di quell'evento, molti esponenti della cultura araba hanno sollevato la questione.

Gli inglesi la soffiarono a Napoleone

"La proprietà da parte del British Museum della stele è uno dei simboli della violenza culturale del mondo occidentale ai danni dell'Egitto - spiega all'agenzia di stampa Associated Press Monica Hanna, egittoloca e preside dell'Arab Academy for Science, Technology & Maritime Transport, università gestita dalla Lega Araba che ha sede al Cairo. La studiosa è la promotrice di una delle petizioni che auspicano il ritorno della Stele di Rosetta nella sua patria d'origine.

Indirizzata a Londra, la protesta avrebbe potuto prendere la via di Parigi - e magari del Louvre - se la campagna d'Egitto di Napoleone avesse preso un'altra piega. Scoperta appunto dai francesi nella città settentrionale di Rashid (Rosetta in francese), sul delta del Nilo, a 65 km da Alessandria, la stele - assieme a numerosi altri reperti antichi - fu consegnata agli inglesi nel quadro dell'accordo di resa che l'esercito di Bonaparte fu costretto a siglare nel 1801. Da allora, è ospitata dal British Museum.

Nella petizione, che per ora ha raccolto 4.200 firme, è scritto che la reliquia è stata sequestrata illegalmente e che costituisce "bottino di guerra". Rivendicazione espressa con tono e parole pressoché identiche da Zahi Hawass, a lungo direttore del sito delle piramidi di Giza e Saqqara, nonché ministro delle antichità durante la presidenza Mubarak e a sua volta autore di una raccolta di firme, che ha raggunto quota centomila.

Hawass tra l'altro contesta il fatto che negli accordi del 1801 l'Egitto non abbia avuto diritto di parola. Fatto questo, che il British Museum ha contestato, in una recente nota, dove dichiara che il trattato firmato oltre due secoli fa include la firma di un rappresentante locale, l'ammiraglio ottomano che combattè al fianco degli inglesi: a quei tempi, l'Egitto era una provincia dell'impero di Istanbul.

Al "British" 100mila reperti da Egitto e Sudan

Il British spiega poi di non aver mai ricevuto richieste ufficiali dal governo del Cairo in merito alla restituzione della Stele di Rosetta, aggiungendo che della pietra si conoscono 28 copie e che 21 di esse rimangono nel Paese dei faraoni.

La pietra come detto è il cardine della moderna egittologia. Vi è trascritto il contenuto di un accordo tra l'allora regnante faraone Tolomeo V e una setta di preti egiziani. Champollion riuscì a tradurla, aiutato dalla sua conoscenza dell'ultima lingua egizia, la lingua copta, che usava in gran parte l'alfabeto greco con reminescenze demotiche. "Gli studiosi del diciottesimo secolo hanno vagato inutilmente alla ricerca di un testo bilingue - racconta Ilona Regulski, che dirige la sezione dedicata alla cultura scritta egizia del British ed è la curatrice della mostra invernale a tema, Hyeroglyphs Unlocking Ancient Egypt (I geroglifici svelano l'antico Egitto), imperniata sul bicentenario della decodifica. 

British Museum (agf)

La Stele di Rosetta è uno degli oltre centomila reperti egiziani e sudanesi ospitati dal museo londinese. La maggior parte di essi è arrivata durante il periodo coloniale britannico, tra il 1883 e il 1953. La crescente sensibilità sulla grande tematica dei rapporti presenti e passati tra la parte più ricca e fortunata del pianeta e le rimanenti sta rendendo sempre più frequenti i casi in cui i grandi musei o gli stessi collezionisti restituiscono opere d'arte o reliquie ai paesi d'origine. E se in alcuni casi, a monte c'è la sentenza del tribunale, in altri si tratta di gesti presi in autonomia, a simboleggiare una volontà di espiazione o di riconciliazione rispetto a un ingiustizia subita anche nel passato non recente. A settembre, il Metropolitan Museum di New York ha restituito all'Egitto 16 reperti antichi, dopo che un tribunale statunitense ne aveva accertato l'illegale arrivo negli Usa. Nella stessa Londra, pochi giorni fa, l'Horniman Museum ha firmato la restituzione alla Nigeria di oltre 70 oggetti antichi, tra cui 12 Bronzi del Benin (originari dell'attuale stato nigeriano di Edo), in ossequio alla richiesta del governo di Abuja.

A livello legale, non esiste a livello internazionale una piattaforma comune per simili dispute. Se non c'è una chiara evidenza che un reperto o un'opera d'arte siano state acquisite illegalmente, spiega Nicholas Donnell, un avvocato di Boston specializzato in materia - è sostanzialmente a discrezione del museo. "Considerati il trattato a monte e il tempo trascorso - aggiunge - quella della Stele di Rosetta sarebbe una battaglia legale molto dura da vincere".

Interpellato da AP, il British Museum ha ammesso di aver ricevuto diverse richieste di rimpatrio di reperti e opere d'arte da più Paesi, senza precisare altri dettagli, né dire se abbia mai restituito un pezzo. Secondo Nigel Hetherington, l'archeologo che guida il forum accademico online Past Preservers, la mancanza di trasparenza del museo ha motivazioni sin troppo evidenti. "Ha a che vedere con il denaro, con la necessità di mantenere rilevanza nel panorama del turismo mondiale e con la paura che, se certi articoli venissero restituiti, il pubblico svanirebbe".

I musei occidentali: "Da noi opere più tutelate e fruibili"

I musei occidentali hanno a lungo giustificato il loro possesso dei tesori appartenenti ad altre aree del globo con la superiore qualità dei loro servizi e con la stessa superiore fruibilità di questi beni che la loro posizione nel cuore dei flussi turistici globali offre. Secondo l'Ong statunitense Antiquites Coaliton, il periodo di violenza e instabilità seguito alla deposizione di Hosni Mubarak ha causato all'Egitto perdite da contrabbando di beni archeologici dell'ordine dei 3 miliardi di dollari nel periodo 2011-2013. Nel 2015, si scoprì che la stessa maschera di Tutankhamun era stata danneggiata dagli stessi addetti, in un maldestro tentativo di riattaccare la barba che si era distaccata.

Ma il governo attuale è tornato a investire pesantemente sul fronte del patrimonio archeologico. L'Egitto ha reclamato con successo migliaia di reperti sottratti in modo indebito, e prima o poi - nonostante i ritardi - li metterà in mostra nel nascente Grand Egyptian Museum, di fronte alle Piramidi, la cui inaugurazione completa è ora prevista per il 2023. 

Secondo Hanna, il diritto di accesso degli egiziani alla loro stessa storia rimane la priorità. "Quanti egiziani possono visitare Londra o New York", lamenta. Le autorità del Cairo, per il momento, non rispondono a domande su quale politica adotteranno riguardo al prezioso cimelio in mostra da due secoli al British Museum. Gli stessi promotori delle due iniziative dubitano che arriverà mai la richiesta ufficiale al British. "La Stele di Rosetta è l'icona dell'identità egiziana" - conclude Hawass - "Userò i media e gli intellettuali per dire al museo che non ha i diritti su quel reperto":