Nuova Zelanda, assaggi di World Cup: sotto il Monte Cook, il match nel campo di calcio più bello del mondo
di Arturo CocchiUn campo di calcio che può a buon diritto essere considerato il più bello del mondo, e come tale è stato presentato. Lo hanno creato, a celebrare l’imminente avvio della Coppa del Mondo femminile, i neozelandesi, che dell’evento sono i co-organizzatori assieme all’Australia. Teatro dell’inizativa, la sterminata prateria della Mackenzie Country. L’area è uno spettacolare plateau, posizionato a 5-600 metri di altitudine, e dominato dal Mount Cook, la vetta più alta dell’Isola del Sud dell’arcipelago situato quasi agli antipodi dell’Italia, che con i suoi quasi 3.800 metri svetta per oltre 3 km sulla spianata, donando al tutto un’aura a metà tra lo scenario andino-patagonico e quello himalaiano. Il tutto su un’isola, la Southern, grande appena due volte l’Irlanda, che a pochi chilometri offre autentici fiordi (Milford e Doubtful Sound su tutti), ghiacciai – che – finché dura – planano direttamente in foreste di felci, a pochi chilometri dal mare, a latitudin…
Un campo di calcio che può a buon diritto essere considerato il più bello del mondo, e come tale è stato presentato. Lo hanno creato, a celebrare l’imminente avvio della Coppa del Mondo femminile, i neozelandesi, che dell’evento sono i co-organizzatori assieme all’Australia. Teatro dell’inizativa, la sterminata prateria della Mackenzie Country. L’area è uno spettacolare plateau, posizionato a 5-600 metri di altitudine, e dominato dal Mount Cook, la vetta più alta dell’Isola del Sud dell’arcipelago situato quasi agli antipodi dell’Italia, che con i suoi quasi 3.800 metri svetta per oltre 3 km sulla spianata, donando al tutto un’aura a metà tra lo scenario andino-patagonico e quello himalaiano. Il tutto su un’isola, la Southern, grande appena due volte l’Irlanda, che a pochi chilometri offre autentici fiordi (Milford e Doubtful Sound su tutti), ghiacciai – che – finché dura – planano direttamente in foreste di felci, a pochi chilometri dal mare, a latitudine paragonabile a quella di Firenze e Genova. In un arcipelago, dove, prima di attraversare il non sempre amichevole Stretto di Cook, si trovano le variazioni dei Marlborough Sound, un dedalo di penisole e canali ricoperto da foresta pluviale subtropicale e circondato da un mare ricchissimo di biodiversità. A nord, nella seconda isola, la Northern, il Paese oceanico cambia ancora volto: vulcani come l’imponente Egmont-Taranaki, città termali avvolte nei geyser, e man mano che ci si avvicina al faro di Cape Reinga, all’estremo settentrione, spiagge che sempre più assomigliano a quelle dei tropici – ma circondate da pascoli come in Irlanda – nonostante ci si trovi “soltanto” sulle coordinate geografiche equivalenti di Napoli o di Palermo.
In Nuova Zelanda sono consapevoli di questa loro unicità, un microcontinente in uno spazio grande come l’Italia, circondato dal Pacifico, e, complice la naturale tendenza di un popolo isolano che vive lontano da tutti e da tutto e ha conseguentemente sviluppato una naturale vocazione turistica, hanno ben pensato di sbandierarla in occasione dell’imminente inizio di uno dei più grandi eventi sportivi dell’estate, ospitata tra il 20 luglio e il 20 agosto prossimi dall’Australia e dalla terra dei Maori, e che in quest’ultima avrà come sedi Auckland, la capitale Wellington e Hamilton nella Northern Island, mentre nella Southern farà tappa a Dunedin.
Il campo, creato ad arte sulla piana dominata dai colori caldi dell’inverno al suo culmine, è stato creato su iniziativa dell’ente del turismo neozelandese, che assicura di aver adempiuto a tutti i possibili doveri, sia sul fronte del rispetto della popolazione indigena locali, che considera Aoraki (il nome nativo del Monte Cook) sacro, che su quello del rispetto dell’ambiente: il prato è stato letteralmente lavorato a mano per sei settimane, in modo tale che il tutto possa essere ricancellato dalla natura che si rigenera come se nulla fosse accaduto.
Tourism New Zealand ha lavorato in sinergia con la iwi – la comunità maori locali e con Dipartimento della conservazione di Auckland affinché l’opera venisse portata a termine nel rispetto del mana whenua, il codice di regole e diritti territoriali dei nativi – e senza impatto sull’ambiente
"Giocare ai piedi di Aoraki è stato importante – ha detto l’Ad di Tourism New Zealand, Rene de Monchy – La montagna rappresenta il più sacro degli antenati da cui Ngai Tahu, la tribù locale discende. E il tutto ci dona un senso di solidarietà, di identità e di scopo comuni”.
Le squadre del match inaugurale – verosimilmente l’unico che verrà disputato al cospetto di tanto scenario – Pukaki e Tekapo, dai nomi dei più conosciuti laghi dell’area – erano composte da 22 ragazzine della regione di Canterbury, di cui la piana – perlopiù disabitata – fa parte. Emma Rolston e Katie Bowen, centrocampiste che militano nelle ferns, le felci, dalla foglia che compare nella maglietta della nazionale neozelandese di calcio, rigorosamente nera come quella degli All Black del rugby hanno dato una mano alle giovanissime su un terreno di gioco regolamentare, da 105 metri per 68.
"La Nuova Zelanda si appresta a diventare la miglior nazione ospitante di una Coppa del Mondo, perché abbiamo così tanto da offrire. Le persone sono incredibili, gentilissime e pronte come poche altre ad accogliere chiunque – ha detto Rolston, e chi ha minima pratica con Aotearoa, la terra della grande nuvola bianca, come la chiamavano i Maori, sa che il 99,9 per cento dei locali farà di tutto perché la predizione si avveri -. “Senza contare che abbiamo il paesaggio più bello che ci sia: e che privilegio giocare qui”.
Ha arbitrato l’incontro Lindsey Robinson, dirigente e responsabile dello sviluppo degli arbitri in New Zealand football. “Sono venuta qui ad arbitrare il gioco nel più bel posto che c’è sulla Terra – ha detto – E sono certa che in campo c’era qualche talento del futuro. Sono estremamente eccitata al pensiero di quante persone verranno in Nuova Zelanda e si godranno il calcio, ma nello stesso tempo il nostro ambiente”,
Immy, 8 anni, della Twizel Area School è stata entusiasta di “aver segnato tanti goal” –, aggiungendo che è stato molto “cool” segnare con Aoraki di sfondo, invece del “solito scenario piatto”.
"Stiamo per ospitare il più grande evento sportivo femminile che esista – con oltre 2 miliardi di persone che vedranno questo show che va in scena nel nostro magnifico angolo del pianeta – conclude de Monchy –. In Nuova Zelanda siamo avvantaggiati dal particolare legame che le persone hanno con il territorio: siamo uno dei popoli più amichevoli e ospitali del pianeta in una delle sue più belle del mondo” . Opinione sicuramente di parte, ma non troppo distante dalla realtà. Provare per credere.