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Vallo di Diano: nella Campania lucana, una terra antica che viaggia a un’altra velocità

Vallo di Diano con la Certosa (foto Visit Vallo di Diano)

 
Un angolo non ancora battuto dal turismo di massa, a ottanta chilometri da Salerno e confinante con la Basilicata, con il claim “Rallenta, ti portiamo lontano”
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«Questa è la casa dove sono cresciuta e sono custoditi i miei ricordi. Qui ho imparato a cucinare e oggi voglio far conoscere le tradizioni della nostra terra a chi viene a farci visita». Anna, insegnante in pensione, ci racconta la sua storia mentre continua a fare la pasta a mano con quel sorriso di chi non si è mai arreso, e l'eco del suo entusiasmo risuona nel borgo medievale di Casalbuono e si fonde con la musica degli anni cinquanta che fuoriesce da una vecchia radiolina. L’ex panetteria di famiglia, proprio sotto la casa, è diventata un luogo conviviale, un “home restaurant” – Anna di Esterina – che accoglie, solo su prenotazione, chi ha voglia di provare attraverso il buon cibo emozioni del passato e soprattutto sente il bisogno di rallentare. Quest'angolo di Campania, non ancora battuto dal turismo di massa, a ottanta chilometri da Salerno e confinante con la Basilicata, infatti, fa parte del Vallo di Diano (una corona di monti che protegge su ogni lato una pianura lunghissim…

«Questa è la casa dove sono cresciuta e sono custoditi i miei ricordi. Qui ho imparato a cucinare e oggi voglio far conoscere le tradizioni della nostra terra a chi viene a farci visita». Anna, insegnante in pensione, ci racconta la sua storia mentre continua a fare la pasta a mano con quel sorriso di chi non si è mai arreso, e l'eco del suo entusiasmo risuona nel borgo medievale di Casalbuono e si fonde con la musica degli anni cinquanta che fuoriesce da una vecchia radiolina. L’ex panetteria di famiglia, proprio sotto la casa, è diventata un luogo conviviale, un “home restaurant” – Anna di Esterina – che accoglie, solo su prenotazione, chi ha voglia di provare attraverso il buon cibo emozioni del passato e soprattutto sente il bisogno di rallentare. Quest'angolo di Campania, non ancora battuto dal turismo di massa, a ottanta chilometri da Salerno e confinante con la Basilicata, infatti, fa parte del Vallo di Diano (una corona di monti che protegge su ogni lato una pianura lunghissima che la gente del posto chiama “la chijana”, la piana) il cui claim è “Rallenta, ti portiamo lontano”. Uno slogan creato da "Visit Vallo di Diano", un progetto della comunità montana Vallo di Diano per la valorizzazione delle aeree interne e per far riscoprire un territorio che sa di quella cultura vera e sana.

A spasso con lentezza

Aggirandosi tra i silenziosi e tranquilli paesi – in totale sono quindici quelli coinvolti – sembra di trovarsi di fronte all'elogio della lentezza, un invito a godere di un’atmosfera rilassante. Ovunque, aleggia il silenzio, interrotto qua e là dal suono dei passi, o dai rintocchi di una campana o un orologio, e così si scoprono bellezze da far invidia a località ben più blasonate. Ad iniziare proprio da Casalbuono, il cui castello medievale che svetta sul cocuzzolo, colpisce per le sue circolari torri angioine, e riporta ai tempi in cui era cruciale possedere una struttura difensiva. A lungo il paese fu la sentinella lungo lo stretto passaggio che tanti invasori furono obbligati ad attraversare, durante la risalita o la discesa verso l’estrema punta dell’Italia.

Polla, Santuario di Sant'Antonio (foto Isa Grassano)

 

Un tempo, ora andato perduto, vi era un fregio di porta che recava l'incisione Nihil Tibi Subitum Sit Sed Totum Antea Inspicias (Non agire frettolosamente, ma prima tutto pondera). Un altro paese di quelli che destano meraviglia è Padula. Il fiore all’occhiello è la Certosa dedicata a San Lorenzo, uno dei più antichi monasteri certosini d'Italia, nonché il secondo più grande in Europa, dopo la certosa di Grenoble in Francia. Si resta subito colpiti dalla facciata maestosa in pietra locale iniziata nel Cinquecento e arricchita agli inizi del Settecento, rispettando i canoni barocchi.

La Certosa cara ai Verga

Tra le guide c’è Giuseppe Verga, il cui trisavolo fu tra i primi custodi dopo l'unità d'Italia e dopo la dichiarazione del bene come Monumento nazionale, autore di La Certosa di San Lorenzo a Padula. Viaggio nella città celeste dei monaci angel" (Editrice Cilento).

«La prima cosa curiosa è che pur essendo immensa - la sua superficie totale supera i 50.000 metri quadrati di cui oltre 30.000 di superficie coperta – ci vivevano solo 32 monaci. In ogni stanza ci si dovrebbe soffermare per ore, per la ricchezza delle decorazioni, dei dipinti o degli affreschi. Particolare la sala del Capitolo, dove si svolgevano gli atti giuridici più importanti sulla vita e il governo della comunità religiosa. Non tutti i padri potevano partecipare alle riunioni che si tenevano in questa sala, erano solo una ventina, e da qui deriva l’espressione “avere voce in capitolo” che significa avere un potere decisionale», dice Verga.

Tra Nettare di Bacco ed elisir antichi

Un piccolo gioiello è la cucina con le maioliche blu e gialle che ricordano i rivestimenti delle cupole della costiera amalfitana, utilizzate, pare, perché facilmente lavabili. L’alimento principale che si cucinava era il pesce, “alimento bianco” ritenuto il più puro anche per il suo significato cristologico (la carne era riservata agli ospiti). Nelle cantine si producevano più di cento quintali di vino all'anno ma poiché la Regola consentiva un consumo moderato di Nettare di Bacco, molta di questa produzione era destinata alla vendita. Oltre al vino erano dediti alla tradizione liquoristica, grazie alla loro conoscenza dell’uso delle erbe. E a questa tradizione che si sono ispirati due giovani del posto, Francesco e Nicola, per dare vita a una piccola realtà imprenditoriale – 1306 – e riprodurre un antico elisir Silentium, con oltre 70 specie botaniche, tra cui elicriso e zafferano, un omaggio alla maestria dei monaci (in vendita nello shop all’ingresso).

Altrettanto preziosa la scala elicoidale simbolo dell’ascesa al sapere costituita da 38 gradini in pietra aperti a ventaglio verso l'alto che si sorreggono tra di loro, senza l'uso di alcuna calce, attraverso un cordolo scavato dagli stessi gradini. Porta alla Biblioteca, una sala che incanta con centinaia di libri e un soffitto interamente affrescato con, tra le altre, la scena allegorica dell’Aurora con il suo carro.

La memoria di Joe Petrosino

Ma Padula è anche la cittadina che ha dato i natali a personalità come Giuseppe “Joe” Petrosino, il poliziotto leggendario emigrato in America, diventato simbolo della legalità e assassinato per mano della mafia a Palermo il 12 marzo 1909. La sua casa è stata trasformata in un museo dove ripercorrere la sua vita, ma anche la sua popolarità attraverso fumetti, libri, film (è in uscita un altro con Leonardo Di Caprio a interpretarlo) e soprattutto attraverso la voce del suo pronipote Nino Melito che spesso accompagna per le visite.

Bibiioteca della Certosa di Padula (foto Isa Grassano)

 

Su Spotify e su tutte le principali piattaforme di podcasting si può anche ascoltare un podcast con le intuizioni geniali di Petrosino, e l’epico viaggio di ritorno in Italia conclusosi tragicamente. Da quassù, inoltre, grazie alla vicina piazzetta panoramica, si può abbracciare, con un solo sguardo, tutta la piana.

E non c’è due senza tre, perché Padula ospita anche il Museo del Cognome - diventato una Biblioteca Affiliata a FamilySearch - in cui le genealogie prendono forma e vengono custodite. Un museo, nato da un’idea di Michele Cartusciello, genealogista, che sembra allestito come le piante che crescono nell'acqua, in una bottiglia di vetro, da cui si possono vedere germogliare le radici. Un modo per recuperare le proprie origini, soprattutto per gli emigrati. E sembra di tornare indietro nel tempo anche soggiornando all’hotel Villa Consilinum, dove tutto riporta all’antica Roma, dagli affreschi alle camere con i nomi in latino.

Teggiano, come ai tempi dei Romani

Tra le altre soste lungo l’itinerario, c’è la città museo di Teggiano, dichiarata patrimonio Unesco, che ha conservato integro il suo impianto urbanistico risalente all’età romana (camminando tra le vie del paese si possono scorgere reperti dell’età romana murati sulle facciate delle case, portali in pietra che recano scolpiti stemmi gentilizi) e ancora risuona l’eco della sua importanza durante il Medioevo. L'imponente Castello, voluto dalla famiglia Sanseverino come fortezza difensiva, certifica l'importanza della città. Viene chiamata anche la “città delle chiese”. Sono ben tredici, tra cui la Chiesa di San Michele Arcangelo, tra le più antiche, e la Cattedrale di Santa Maria Maggiore con un maestoso portale, impreziosito con sculture. Un po’ ovunque poi sentirete parlare di San Cono il patrono, che ha il merito di aver fermato, camminando sulle mura del paese, l’invasione degli Aragonesi. Un nome bizantino che qui portano in tanti (solo al maschile) e questo è anche il nome del protagonista del nuovo romanzo “Sono tornato per te” di Lorenzo Marone, ambientato proprio in zona durante il periodo della Seconda guerra mondiale. Vale una sosta anche il Museo delle erbe, accanto all'antico Convento della SS. Pietà, un tempo spezieria, con rimedi e pozioni di una volta. Nella sezione animali sono esposti degli esemplari di testicoli di toro dai quali si estraeva una sostanza per rafforzare la virilità.

Di borgo in borgo, ci si perde nei ritmi lenti della sua gente, nel rito del caffè al bar al pomeriggioe, ma anche nella loro innata ospitalità. Come all’enoteca Tempere a Sant’Arsenio, della famiglia Pica sul territorio sin dall’Ottocento, per fare aperitivi tra i vigneti e degustare l’aglianico, simbolo della vinificazione in Campania.

Padula, murales dedicati a Joe Petrosino (foto Isa Grassano)

 

Oppure alla “Putia di Kasanna” a Sala Consilina per un assaggio di formaggi che riporta alle antiche attività commerciali ed artigianali del paese, sinonimo di convivialità, dove si trascorreva il tempo al caldo, mangiando salame e formaggio tra una partita di “tressett” e “briscula”. E dopo, d’obbligo una sosta al Masc, il Museo Archeologico, all’interno del cinquecentesco Convento dei Padri Cappuccini: conta oltre 1000 corredi sepolcrali, a partire da quelli del tipo a incinerazione risalenti all’età del ferro (IX secolo a.C.) fino ad arrivare a quelle di età lucana (IV sec. a.C.).

Recuperare la memoria del passato

La scoperta del territorio continua ad Atena Lucana, sopra una collina affusolata, l'insediamento più antico del Vallo (fu abitato dal popolo orientale dei Pelasgi) ma anche il comune con il maggiore tasso di ricettivita?, caratterizzato dai resti di una cinta muraria. Qui si sta cercando di recuperare la memoria del passato - progetto memoria collettiva - legata alla gastronomia e ai luoghi e si sta creando l’archivio di comunità per la digitalizzazione del patrimonio culturale e favorire così gli incontri tra residenti, artisti, studiosi e operatori. Vale la pena, poi, percorrere le sue stradine ed i vicoli gradonati per lasciarsi contagiare dalla quiete e per ammirare l’artistico portale in pietra del XVII secolo della chiesa del protettore San Ciro.

Pertosa, Museo del Suolo (foto Isa Grassano)

 

Ovunque si vada ci si rende conto di come si liberi la mente e si ricarichino le batterie. Ovunque si fa il pieno di emozioni. Così a Pertosa, famosa per le sue grotte sotterranee ma anche per il curioso e unico museo del suolo. All’interno, sono possibili una serie di attività per osservare, toccare, giocare, sorprendersi. Grandi modelli 3D di acari, scorpioni, formiche, millepiedi visibili in vetrine olografiche. Qui si coltiva una varietà di carciofi fra le più insolite della penisola: il carciofo Bianco di Pertosa o del basso Tanagro, caratterizzato da una colorazione tenue (un verdolino chiaro, quasi bianco) e dalla resistenza alle basse temperature, presidio Slow Food. Si può assaggiare, tra le altre cose, da Ba’Aretz, un’oasi di pace, a trecento metri dalle grotte, immerso nel verde lungo gli argini del fiume Tanagro.

La “Porta del Vallo”

Infine Polla, la Porta del Vallo, a Nord, che chiude (o apre, a seconda da dove si arrivi) questo insolito tour. Un gioiello è il Santuario Sant'Antonio, patrimonio Fai, che mantiene una sobria architettura rinascimentale e toni francescani all'esterno e uno stile barocco all'interno. Una volta dentro si resta con lo sguardo all’insù attratti dalle opere pittoriche e scultoree che ornano tutta l'ampia e unica navata: le quaranta tele, dipinte nel 1666, di Michele Ragolia (un cielo dipinto in cui compaiono sia personaggi biblici che persone in abiti locali). Da vedere anche il Chiostro accanto, anch’esso affrescato.

Non solo arte e storia. Il Vallo di Diano offre anche la possibilità di immergersi nella natura al Parco dei mulini di San Pietro al Tanagro (con mulini recuperati e visibili). Il piacere di fare lunghe passeggiate in mezzo ai boschi di cerri, alberi dai lunghi rami che s'intrecciano spandendosi in arditi arabeschi. Basta sincronizzare il ritmo del passo con la respirazione, per essere pervasi da una sensazione di benessere immediata. È un paesaggio che incoraggia la virtù della pazienza e del vivere slow. Attraversandolo vi accorgerete che dentro avete già rallentato. E come canta Franco Battiato... «Per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità». Per andare lontano.

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