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Ravenna, l’archeologia della vacanza mare italiana rischia di sparire. L’appello di Italia Nostra: “Salviamo i capanni balneari”

Capanno balneare a Marina di Ravenna. Foto: Francesca Santarella 
Le costruzioni ultracentenarie sono una tradizione lungo la costa di sabbia e dune, ma la loro esistenza sembra ora in pericolo: ne sopravvivono una novantina. “Vogliono costruire un parco giochi”
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Una tradizione ultracentenaria, che incomincia quanto si iniziano a frequentare le spiagge per prendersi una giornata di svago in famiglia o per curarsi con l’aria di mare: questo e molto altro sono e rappresentano i capanni balneari di Marina di Ravenna – attualmente circa un’ottantina lungo i 5 km di litorale – uno degli ultimi esempi esistenti di architettura spontanea in ambiti naturali di pregio. Qui dove abbondano le valli - le cosiddette Pialasse - e i corsi d'acqua millenari, i cosiddetti "padelloni" sono una tradizione quasi intoccabile, ma la loro esistenza sembra ora in pericolo: il progetto del parco marittimo sul litorale ravennate potrebbe infatti spazzare via anche le ultime storiche costruzioni.


Un provvedimento che sta destando molte polemiche in città e negli ultimi giorni al coro delle critiche si è unita anche Italia Nostra, associazione che già in passato era stata poco tenera nei confronti di un’oper…

Una tradizione ultracentenaria, che incomincia quanto si iniziano a frequentare le spiagge per prendersi una giornata di svago in famiglia o per curarsi con l’aria di mare: questo e molto altro sono e rappresentano i capanni balneari di Marina di Ravenna – attualmente circa un’ottantina lungo i 5 km di litorale – uno degli ultimi esempi esistenti di architettura spontanea in ambiti naturali di pregio. Qui dove abbondano le valli - le cosiddette Pialasse - e i corsi d'acqua millenari, i cosiddetti "padelloni" sono una tradizione quasi intoccabile, ma la loro esistenza sembra ora in pericolo: il progetto del parco marittimo sul litorale ravennate potrebbe infatti spazzare via anche le ultime storiche costruzioni.


Un provvedimento che sta destando molte polemiche in città e negli ultimi giorni al coro delle critiche si è unita anche Italia Nostra, associazione che già in passato era stata poco tenera nei confronti di un’operazione che "stravolgerebbe completamente l'intero assetto paesaggistico e ambientale costiero".

L’unicum su 5 km di litorale

“Spesso queste architetture si trovano al confine tra le esigenze di tutela del paesaggio e della natura e la libera fruizione dell'uso civico, – spiega Francesca Santarella di Italia Nostra, sezione di Ravenna – e (anche nel caso di questi capanni n. d. r.) non di rado si sconfina in eccessi che vanno necessariamente sanati, specialmente quanto il contesto non permette eccessiva pressione antropica o contrasto con il paesaggio”. Paesaggio fatto, tuttavia, anche di fortissimi contrasti, dovuti, proprio in queste zone, agli insediamenti industriali tra i più rilevanti d'Italia.


I capanni balneari, spiega ancora Santarella, resistono in numero assai ridotto, non presentano nella maggior parte dei casi dimensioni non a norma e si trovano in contesti “certamente di pregio ma già fortemente antropizzati. Perché dunque cancellare per sempre l'immagine identitaria e consolidata di questi modesti manufatti che evocano un tempo lontano e spensierato, a favore di modelli ormai uniformati e così distanti dal sentire dei ravennati?”.

Le dune e la pineta della costa ravennate

La costa ravennate, unica nel suo genere con le sue dune e una lunghissima pineta litoranea Riserva Naturale dello Stato, ha mantenuto intatta la sua bellezza nei secoli, e l’auspicio di tutti è che il suo aspetto un po' selvaggio e riservato rimanga inalterato, “nonostante i tentativi di modernizzazione e di fruizione incontrollata del progetto Parco Marittimo, e nonostante il destino - che pare inesorabile - di erosione, subsidenza, ingressione del cuneo salino ed innalzamento dei mari dovuto ai cambiamenti climatici”, precisa Santarella.


L'ordine di abbattimento per gli ultimi storici capanni balneari, secondo l'associazione, sarebbe arrivato non per rinaturalizzare completamente e liberare dalla presenza umana al fine di lasciare la natura indisturbata, ma, "pare, per trasformare una riserva naturale dello stato in un parco attrezzato, quindi l'esatto contrario della protezione ambientale, della tutela e della rinaturalizzazione". I capanni lignei della tradizione, precisa Italia Nostra in un comunicato, "ormai costituiscono un unicum paesaggistico pressoché scomparso ovunque: hanno dimensioni contenute, sono integrati armonicamente nel paesaggio e resistono come esempio di architettura spontanea in un ambito fortemente antropizzato e sottoposto allo sfruttamento turistico-balneare massificato".

Il Parco Marittimo

Una misura del genere si potrebbe insomma capire, conclude l’associazione, per i manufatti allargati abusivamente e in contrasto col paesaggio, come per alcuni capanni da caccia e pesca delle pialasse o lungo i fiumi, "ma non ci sembra sia questo il caso. Attendiamo di comprendere meglio i termini della questione, ma ci chiediamo chi abbia firmato l'autorizzazione paesaggistica alla cancellazione degli ultimi lembi di un paesaggio storico e se la soprintendenza abbia dato riscontro alle indubbie ragioni espresse sia dall'associazione capannisti balneari, sia nell'odg proposto da Lista per Ravenna e votato all'unanimità a settembre 2023".

“All’inizio venivano utilizzati come capanni da pesca, – spiega lo storico Pericle Stoppa, esperto di storia ravennate – e gestiti da due soci, tre soci, o da una famiglia, poi diventarono punto di incontro e deposito di giochi da spiaggia: la cultura del capanno è una realtà davvero molto radicata nella nostra tradizione”. I primi cominciarono a essere regolamentati negli anni ‘20 a Marina di Ravenna e a Punta Parina e negli anni ‘30 fu approvato il primo regolamento affinché fossero omogenei. Da lì in poi hanno i capanni subìto vari interventi di regolamentazione ma la loro presenza sul litorale non è mai stata messa in discussione. “Oggi la situazione è critica – conclude Stoppa - ma io credo che una soluzione debba essere trovata. Non si possono cancellare tradizioni e usanze così radicate, bisogna tenere conto del contesto e della funzione di socializzazione e aggregazione che questi fabbricati hanno sempre avuto. Da parte dei capannisti c’è sicuramente l'intenzione di essere in regola ma anche quella di tutelare questo importante patrimonio culturale, che rappresenta una ricchezza per tutti”.

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