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Colombia, via alla caccia al tesoro da 20 miliardi del galeone affondato 3 secoli fa. “Nel relitto 11 milioni di monete d’oro, smeraldi e preziosi”

In aprile i primi prelievi attorno ai resti del San José, affondato dagli inglesi nel 1708, durante la guerra per la successione al trono iberico. Ritrovata nel 2015 al largo di Cartagena des Indias, contiene l’immenso tesoro coloniale che avrebbe dovuto finanziare il conflitto del re FIlippo V. Un robot si immergerà a 600 metri
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La Colombia ha ufficialmente annunciato che avvierà, in aprile, l’estrazione del tesoro ancora custodito nei fondali dal mitico galeone spagnolo San José, affondato nel 1708 dalla flotta inglese nei pressi delle Isole del Rosario, al largo di Cartagena des Indias nel Nord-ovest del Paese latinoamericano.

Il valore del tesoro in oro, pietre (in particolare smeraldi) e oggetti preziosi, racchiuso nel relitto di uno dei vascelli più grandi dell’epoca è stimato nell’ordine dei miliardi di euro.

Oro e smeraldi per finanziare la guerra

Nel pieno della guerra per la successione al trono iberico, che coinvolgeva tutte le grandi potenze europee (1701-1714), la nave trasportava il suo carico di metalli e minerali pregati estratti nelle colonie verso la corte di re Filippo V, quando, nella notte del 7 giugno 1708, fu affondata dai britannici. Soltanto pochissimi dei membri dell’equipaggio sopravvissero.

Sette anni dopo il ritrovamento del relitto, il governo di Bogotá ha annun…

La Colombia ha ufficialmente annunciato che avvierà, in aprile, l’estrazione del tesoro ancora custodito nei fondali dal mitico galeone spagnolo San José, affondato nel 1708 dalla flotta inglese nei pressi delle Isole del Rosario, al largo di Cartagena des Indias nel Nord-ovest del Paese latinoamericano.

Il valore del tesoro in oro, pietre (in particolare smeraldi) e oggetti preziosi, racchiuso nel relitto di uno dei vascelli più grandi dell’epoca è stimato nell’ordine dei miliardi di euro.

Oro e smeraldi per finanziare la guerra

Nel pieno della guerra per la successione al trono iberico, che coinvolgeva tutte le grandi potenze europee (1701-1714), la nave trasportava il suo carico di metalli e minerali pregati estratti nelle colonie verso la corte di re Filippo V, quando, nella notte del 7 giugno 1708, fu affondata dai britannici. Soltanto pochissimi dei membri dell’equipaggio sopravvissero.

Sette anni dopo il ritrovamento del relitto, il governo di Bogotá ha annunciato l’intento di cominciare a recuperare gli oggetti in ceramica visibili attorno ai resti del galeone, a cominciare dai numerosi pezzi di ceramica, “senza modificare o danneggiare il relitto”, come ha spiegato il ministro colombano della Cultura, Juan David Correa. L’idea è di cominciare a “vedere come reagiscono questi corpi, una volta che vengono fatti riemergere e portati fuori dall’acqua, e poi comportarsi di conseguenza, ha spiegato il ministro, che in questi giorni si trova sulla nave della marina militare Caribe, che sarà la base dell’operazione.

Un robot che lavora a 60 atmosfere

Non è ancora chiaro se in questa fase, saranno già estratti oggetti e pietre di valore. I lavori, il cui costo è previsto superiore ai 4 miliardi di euro, saranno realizzati con l’indispensabile contributo di un robot in grado di operare alla pressione di 60 atmosfere, quante se ne trovano a 600 metri di profondità, nel punto in cui è adagiato il relitto: uno strumento acquistato dal governo di Bogotá nel 2021, e che può sostenere profondità fino ai 1.500 metri. Inutile sottolineare che il punto in cui si trovano i resti del San José è tenuto segretissimo, per proteggerlo da pirati e cacciatori di tesori, visto che – stando alle fonti storiche – si tratta di uno dei più grandi tesori e in generale dei massimi ritrovamenti archeologici di sempre. Unica “traccia”, fino a questo momento, le foto dei fondali, divulgate dalla marina colombiana nel 2022, alla fine di quattro campagne di osservazione e studio: si scorgono cannoni in ghisa, pezzi di stoviglie di porcellana, vasellame, pezzi apparentemente d'oro e una parte della prua, ricoperta di alghe e conchiglie.

Il ministro Juan David Correa a bordo della Caribe (afp)

Ritrovata nel 2015 dalle forze navali colombiane, la San José è inevitabilmente diventata oggetto di contesa internazionale. La Spagna ne ha rivendicato la proprietà, sulla base di una convenzione dell’Unesco; un gruppo di nativi colombiani a sua volta ha ricordato che i tesori contenuti nel relitto erano stati prelevati dalle terre dei loro antenati.

Le rivendicazioni da nativi, Spagna e Usa

Il governo del presidente Gustavo Petro, al potere in Colombia dal 2022, vuole utilizzare le sole risorse del paese per recuperare il relitto e garantire che il suo prezioso carico rimanga nel paese. Ma l'ambasciatore spagnolo in Colombia, Joaquin de Aristegui, ha dichiarato giovedì di aver ricevuto istruzioni di proporre alla Colombia un "accordo bilaterale" sulla protezione del relitto, senza però fornire ulteriori dettagli. Da giovedì partecipa con rappresentanti del popolo indigeno boliviano ed esperti ad un simposio sulle future operazioni di estrazione. Il ministro Correa, da parte sua, ha assicurato che i popoli indigeni della Bolivia si sono detti “pronti a collaborare” con il governo colombiano in questa questione. L'idea è "smettere di considerarlo un tesoro per il quale dobbiamo lottare come se fossimo in epoca coloniale", ha sottolineato.

La nave militare ARC Caribe a Cartagena (afp)

Le controversie sulla “paternità” del relitto e dei suoi beni sono nate molti anni fa. Da quando a fine secolo scorso la società americana specializzata in ricerche sottomarine Sea Search Armada, che allora si chiamava Glocca Morra, sostiene di avere avvistato i resti del san José prima del governo latinoamericano. Un contenzioso davanti alla Corte permanente di arbitrato delle Nazioni Unite, nel quale l’azienda chiedeva la metà del valore del tesoro sommerso, stimata in 10 miliardi di dollari – il che equivale a dire che il tesoro nel suo complesso ne vale 20 miliardi – ha visto però prevalere le ragioni della Colombia, depositaria unica secondo l’Onu dei beni adagiati sul fondale.

11 milioni di monete d’oro nella stiva: perché è plausibile

Secondo quando si crede, nel relitto sarebbero racchiuse 11 milioni di monete d’oro. Avete letto bene, 11 milioni di pezzi nel metallo prezioso, verosimilmente coniati nelle zecche che la Spagna aveva creato nelle città coloniali, Bogotá inclusa. Cifra che può destare persino più impressione dei 20 miliardi complessivi, ma che è assolutamente plausibile. Nel sistema monetario dell’epoca, l’escudo era la base del sistema monetario in oro (al di sotto del quale c’erano tagli in argento e di materiali meno nobili). Erano forgiati con il metallo giallo il primo sottomultiplo dell’escudo (mezzo) e i suoi multipli di 2 (doblone), 4 e 8. Tutti pesavano rigorosamente in proporzione al valore, perché a quei tempi il valore materiale della moneta definiva quello nominale. In altre parole, noto il peso dell’escudo, circa 3,35 grammi, per conoscere quello del doblone basta moltiplicare per due, e così via.

Immaginiamo che gli undici milioni di pezzi siano rappresentati per il tre quarti da escudo e dobloni, con un peso medio di 5 grammi a moneta, e che nel resto ci siano tagli grandi – quello da otto escudo pesa sui 25 grammi – ma anche dei mezzi da 1,7 grammi scarsi, e calcoliamo un peso medio tra i 12 e i 15 grammi. Siamo su un carico complessivo di 75-80 tonnellate.

Dodici volte le monete della riserva di Bankitalia

Le navi più grandi di inizio Settecento – e il San José era in quel gruppo – potevano trasportare 250 tonnellate. Il conto torna anche il termini di valore. Al netto dei possibili surplus di natura storica o anche soltanto numismatica, considerati i circa 450-460 euro che vale oggi una sterlina d’oro da 8 grammi – anche ultracentenaria, purché non particolarmente rara o significativa dal punto di vista storico – siamo sui 4,5 miliardi di euro su un carico stimato nell’ordine dei 20 miliardi di dollari. I Per avere un altro termine di paragone, la riserva aurea di proprietà della Banca d’Italia, che con le sue 2.450 tonnellate, non più di 10 volte il contenuto del San José, e comunque tale da mettere il Belpaese sul podio dei massimi detentori di questo bene rifugio, sono in prevalenza costituite da lingotti. La quota di monetine d’oro è di “appena” 871.713 pezzi, circa un dodicesimo di quelle che l’equipaggio del galeone spagnolo ha cercato invano di portare al suo sovrano. Certo, diventa tutto molto meno affascinante, quando si pensa che tanto patrimonio, costato immani soprusi alla popolazione nativa, serviva – tanto per peccare di originalità – a finanziare una guerra.

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