Nuova Zelanda, ghiacciai in agonia. “Sono 2900 ma i nostri figli non li vedranno”. Norvegia, Alpi e colori caraibici in un solo sguardo: un paesaggio unico svanirà
di Arturo CocchiI ghiacciai neozelandesi si sciolgono e si restringono a ritmo sempre più rapido. Questa la conclusione di un team di scienziati del governo di Wellington, al termine di un accurato screening aereo delle montagne che sovrastano e letteralmente danno forma alle due splendide isole maggiori dell’arcipelago oceanico.
Un gruppo di studiosi del National Institute of Water and Atmospheric Research, l’istituto climatologico neozelandese, ha appena concluso la periodica campagna di monitoraggio dello stato di salute dei ghiacciai e dell’altitudine del limite della neve, analisi che ha luogo periodicamente dal 1970. Lapidaria, la conclusione. L’innevamento (ormai quasi ex) perenne si presenta “distrutto e frantumato a causa della continua perdita di ghiaccio”.
La posizione, remota rispetto alla quasi totalità della restante terraferma, con la sola Australia relativamente vicina, tra Pacifico e Antartide. L’orografia, in particolare quella della Southern Island, con la dorsale delle Alpi meridi…
I ghiacciai neozelandesi si sciolgono e si restringono a ritmo sempre più rapido. Questa la conclusione di un team di scienziati del governo di Wellington, al termine di un accurato screening aereo delle montagne che sovrastano e letteralmente danno forma alle due splendide isole maggiori dell’arcipelago oceanico.
Un gruppo di studiosi del National Institute of Water and Atmospheric Research, l’istituto climatologico neozelandese, ha appena concluso la periodica campagna di monitoraggio dello stato di salute dei ghiacciai e dell’altitudine del limite della neve, analisi che ha luogo periodicamente dal 1970. Lapidaria, la conclusione. L’innevamento (ormai quasi ex) perenne si presenta “distrutto e frantumato a causa della continua perdita di ghiaccio”.
La posizione, remota rispetto alla quasi totalità della restante terraferma, con la sola Australia relativamente vicina, tra Pacifico e Antartide. L’orografia, in particolare quella della Southern Island, con la dorsale delle Alpi meridionali e le sue vette, alte fino ai quasi 3.800 metri del Mount Cook, a pochi chilometri dalla costiera occidentale. Il tutto capace, come in ogni West Coast del pianeta, di innescare moti atmosferici tali da scaricare enormi quantitativi di acqua piovana o neve. Sono alcuni dei fattori che rendono la Nuova Zelanda , e in particolare la sua estremità sudoccidentale, un concentrato ad altissima varietà di ambienti, forme, paesaggi, e in ultima analisi di biodiversità.
Tra queste, il tuttora elevato numero di ghiacciai – se ne contano oltre 2.900 da più di un ettaro, erano 200 in più nel 1970 –, in grande maggioranza nell’Isola del Sud, costituisce un unicum a livello planetario, in particolare su due isole che assieme coprono un’area inferiore ai 270mila kmq, il 10 per cento in meno rispetto all’Italia. Ma se le nevi presunte perenni che addensano i crinali del Cook o del vicino Mount Aspiring – ma anche del vulcano Ruapehu, il monte più elevato (quasi 2800 m.) della Northern Island – sembrano quasi “normali” nei relativi contesti alpini, siti come il Fox Glacier e il Franz Josef Glacier non hanno letteralmente eguali nel pianeta. Le lingue di ghiaccio si spingono fino ad altitudini inferiori ai 5-600 metri a pochissima distanza dal mare, e già questo sarebbe un fatto più unico che raro, alle latitudini temperate medie – il Franz Josef è a 43° 23’ Sud, latitudine paragonabile a quella – Nord - di Livorno o Firenze –. Ma non finisce qui. Ai piedi delle due ripide colate bianche, si trova una delle poche foreste pluviali “temperate” sopravvissute nel pianeta, dove, grazie all’effetto mitigatore dell’oceano che a quote basse garantisce inverni miti, la vegetazione ha forme e colori quasi tropicali, con grandi felci dalle foglie color verde chiarissimo. Qui, come nei non lontani fiordi, come il Milford Sound o il Doubtful Sound, il turista ammrira (straordinari) skyline alpini o addirittura norvegesi ma con colori che sembrano arrivare dai Caraibi.
“In generale, la quota dell’innevamento si è innalzata e negli anni recenti stiamo constatando che questo processo accelera. Ne risulta un trend consolidato di perdita di ghiaccio – ha spiegato Andrew Lorrey, che guida le analisi. Per citare un esempio, gli studiosi hanno osservato che un ghiacciaio, che non era stato osservato dal 2018, ha perso in sei anni un terzo della sua estensione.
Neanche a dirlo, gli studiosi collegano l’inesorabile scioglimento alla progressiva ascesa delle temperature nell’area. Nell’ultimo decennio, la Nuova Zelanda ha vissuto sette dei suoi anni più caldi di sempre. Secondo gli scienziati, neppure il rapido e repentino sovvertimento di questa tendenza salverebbe molti dei ghiacciai della Aotaeroa dei Maori. “Neppure una sequenza di inverni freschi potrebbe cancellare i danni già fatti”, spiega Lorrey, per poi ribadire la necessità "di affrontare il problema dell’aumento dei gas serra, se vogliamo salvare i nostri ghiacciai dallo scioglimento”.
Un problema ovviamente tutt’altro che circoscritto alla terra degli All Black, ma che in un Paese da 5,1 milioni di anime ha un peso specifico tutt’altro che irrilevante. Importante fonte idrica per la popolazione e per i nutrienti che forniscono a laghi e corsi d’acqua, nonché sorgenti indirette di energia elettrica nei vari invasi che alimentano, i ghiacciai sono anche un’importante fonte di ricavo per l’industria del turismo: si stima che ogni anno portino introiti per oltre 50 milioni al locale business dell’ospitalità. “Per noi hanno ancora un valore enorme – conclude il climatologo –, ma dubito che esisteranno ancora abbastanza a lungo perché i nostri figli ne possano beneficiare”.