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Islanda, mareggiata devasta la spiaggia nera di Reynisfjara. Su Instagram era la Braies del Nord

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Un inizio inverno con venti meridionali e caldo anomali, poi un gennaio freddo e senza neve. Violentissime ondate hanno spazzato via intere sezioni del promontorio di basalto che sovrasta il litorale. Ora il mare è avanzato di 50 metri e quello che resta della spiaggia è ricoperto di pietroni e, ovviamente, inaccessibile
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Reynisfjara, la spiaggia nera che si protende – si protendeva - sull’Atlantico all’estrema propaggine sud dell’Islanda, non esiste più. O, quantomeno, non come ce la ricordavamo: dal vivo i più fortunati, in fotografia gli altri. Icona amatissima tra le innumerevoli di cui pullula il paesaggio dell’isola vichinga, era diventata una star di Instagram e Tiktok – sorta di Braies, di Hallstatt, del profondo Nord –. Luogo magico, delimita la sterminata distesa di sabbia lavica che sfuma nell’oceano tra Vík í Mýrdal e Grindavik, per quasi 200 chilometri. La sponda orientale poggia, appunto, su un frastagliato promontorio di basalto, circondato da spuntoni rocciosi che si stagliano dal mare, versione Game of Thrones dei faraglioni di Capri o dei Twelve Apostles della Great Ocean Road australiana. Belvedere che definire ambito suona quasi una diminutio, ora letteralmente cancellato dalla sequenza di violente mareggiate che hanno sferzato nelle ultime settimane la costa del Suðurland, la regio…

Reynisfjara, la spiaggia nera che si protende – si protendeva - sull’Atlantico all’estrema propaggine sud dell’Islanda, non esiste più. O, quantomeno, non come ce la ricordavamo: dal vivo i più fortunati, in fotografia gli altri. Icona amatissima tra le innumerevoli di cui pullula il paesaggio dell’isola vichinga, era diventata una star di Instagram e Tiktok – sorta di Braies, di Hallstatt, del profondo Nord –. Luogo magico, delimita la sterminata distesa di sabbia lavica che sfuma nell’oceano tra Vík í Mýrdal e Grindavik, per quasi 200 chilometri. La sponda orientale poggia, appunto, su un frastagliato promontorio di basalto, circondato da spuntoni rocciosi che si stagliano dal mare, versione Game of Thrones dei faraglioni di Capri o dei Twelve Apostles della Great Ocean Road australiana. Belvedere che definire ambito suona quasi una diminutio, ora letteralmente cancellato dalla sequenza di violente mareggiate che hanno sferzato nelle ultime settimane la costa del Suðurland, la regione meridionale della Terra del ghiaccio e del fuoco.

Attrazione pericolosa

La notizia filtra da alcuni siti nordici, come ArcticPortal.org, ed è immancabilmente rimbalzata sui social network, dove Reynisfjara è una delle destinazioni cult, vuoi per la bellezza, vuoi paradossalmente per la pericolosità: l’imprevedibilità del mix di venti e correnti marine che gravitano nell’area è tale da provocare – anche in condizioni meteo in apparenza rassicuranti – ondate improvvise (le chiamano sneaker waves), tali da indurre non di rado situazioni di panico tra i visitatori, spesso numerosi e costretti ad affannose corse in massa verso monte che per qualcuno si concludono con un bagno imprevisto. A volte ci scappa il morto. Tra le ultime vittime, un bambino di 2 anni, travolto nell’agosto scorso, mentre cercava di mettersi in salvo con i familiari e altre 200 persone, sorprese dalla corrente mentre ammiravano o cercavano di immortalare il tutto, noncuranti degli avvisi di pericolo.

A inizio inverno termometro a +20

Ma quello che è accaduto in questo inizio 2026 va oltre e ha sicuramente a che vedere con il cambiamento climatico. Per buona parte del periodo tardo-autunnale e del primo inverno, l’isola nordica e la sua costa meridionale sono state sferzate da venti fortissimi, associati a temperature superiori alla media di valori a due cifre: termometro oltre i 10 gradi centigradi (positivi), con picchi che hanno sfiorato i 20. A seguire, è arrivato un gennaio freddo ma insolitamente secco e senza neve. Condizioni estreme che hanno infierito su un territorio vulcanico che l'origine recente – geologicamente parlando – e il posizionamento, sulla faglia che separa l’Eurasia dal Nordamerica, rendono estremamente volubile e fragile.

Risultato pratico, la linea di battigia avanzata fino a 50 metri in lunghezza; intere sezioni del promontorio di basalto, con le sue suggestive formazioni a pilastri di roccia a sezione esagonale, letteralmente strappate via dalla montagna e trascinate in mare; quello che resta non più raggiungibile dal litorale, letteralmente invaso da pietroni di grandi dimensioni; lo stesso parcheggio auto messo a rischio. I locali raccontano di non aver mai visto nulla di simile.

Un ambiente di rara bellezza

Reynisfjara è parte dello splendido Katla Unesco Global Gepoark, il parco nazionale dell’estremo sud islandese. Comprende meraviglie quali il Capo Dyrhólaey, promontorio immancabilmente lavico, situato subito ad ovest di Reynisfjara, più alto delle rocce di basalto che la sovrastano a est e anche per questo capace di offrire un’impareggiabile visuale sull’infinito litorale nero che arriva fino a Grindavik, nonché verso l’entroterra di tundra e ghiaccio; ospita inoltre una colonia di pulcinelle di mare. Dell’area fanno parte anche alcune delle più spettacolari cascate dell’isola, a cominciare dalla Skógafoss, altra icona social. Un paesaggio bellissimo e in continuo divenire, per cause geologiche prima ancora che climatiche. In una parola, vulnerabile.

Impossibile prevedere se e come la Braies del Suðurland – al momento transennata e inaccessibile – potrà recuperare l’antico splendore o addirittura evolvere in meglio. Di certo, quanto accaduto in questo scorcio di inverno è l’ennesima riprova – il caso Niscemi è un’altra faccia della stessa medaglia – che lo sconvolgimento climatico non è un’invenzione di qualche ambientalista. E che occorre intervenire molto presto.

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