Marmolada, riapre per l’estate la Capanna di Punta Penia: “Abbiamo spalato neve per cinque giorni”
di Giulia BoeroTre giorni di pale, motoseghe e frese contro quattro metri di neve. Poi, finalmente, la porta che si apre. Da lunedì la Capanna di Punta Penia, il rifugio più alto delle Dolomiti a 3.342 metri sulla cima della Marmolada, è di nuovo operativa per la stagione estiva 2026. A gestirla sarà ancora Andrea Gallo, 29 anni, di Valdagno. Lo scorso anno aveva preso in mano la struttura, raccogliendo il testimone dello storico gestore Carlo Budel, ritiratosi dopo anni di attività. Ad affiancarlo nel progetto quest’anno è Giacomo Friso, il nuovo socio: un giovane poco più che trentenne, laureato in scienze naturali.
La squadra che ha lavorato …
Tre giorni di pale, motoseghe e frese contro quattro metri di neve. Poi, finalmente, la porta che si apre. Da lunedì la Capanna di Punta Penia, il rifugio più alto delle Dolomiti a 3.342 metri sulla cima della Marmolada, è di nuovo operativa per la stagione estiva 2026. A gestirla sarà ancora Andrea Gallo, 29 anni, di Valdagno. Lo scorso anno aveva preso in mano la struttura, raccogliendo il testimone dello storico gestore Carlo Budel, ritiratosi dopo anni di attività. Ad affiancarlo nel progetto quest’anno è Giacomo Friso, il nuovo socio: un giovane poco più che trentenne, laureato in scienze naturali.
La squadra che ha lavorato per liberare l’accesso al rifugio era composta da cinque persone. Gallo e Friso, Aurelio Soraruf, proprietario della Capanna e gestore del Rifugio Castiglioni al Fedaia, Pietro Bonenti e Alberto Nadalet. Sono saliti in elicottero, armati di attrezzi da spalatori, per scavare un varco nello spiazzo davanti all’ingresso, sepolto sotto la neve invernale. Giovedì scorso la squadra ha effettuato il primo rifornimento, restando in quota quattro o cinque giorni per sistemare la struttura e avviare la stagione. Ore di lavoro, fino a quando la nebbia non li ha costretti a scendere a piedi per un tratto, in cerca di un punto dove la visibilità permettesse all’elicottero di recuperarli.
Come si raggiunge il rifugio
Il rifugio si raggiunge da tre vie: la salita classica lungo il ghiacciaio della Marmolada, la ferrata della cresta ovest, oppure la parete sud (riservata agli alpinisti più esperti). Il percorso del ghiacciaio, spiega Soraruf, «è molto tranquillo: la neve porta bene». Diverso il discorso per la cresta ovest, dove «qualche tratto del cavo è ancora sotto neve», rendendo la salita più avventurosa. Ma è la salita classica, quella più frequentata, a raccontare meglio il rischio di un turismo di massa che negli ultimi anni si è riversato sulla Regina delle Dolomiti senza sempre la preparazione necessaria. Si parla di almeno quattro ore di cammino, con tratti di salita alpinistica vera e propria. Una selezione naturale, secondo Soraruf, che già scoraggia chi non è pronto: «Generalmente chi arriva in cima se lo suda, e quindi è ben consapevole di quello che fa». Ma capita anche il contrario: «Fra i tanti, ogni tanto qualcuno meno preparato la prende sottogamba».
Per ora il ghiacciaio è in condizioni ottimali, ma la stagione è appena iniziata: più avanti, quando i crepacci cominceranno ad aprirsi, la prudenza dovrà farsi ancora più stretta. In tutti i casi vale la stessa raccomandazione: prudenza e affidamento alle guide se non si conosce bene la montagna. Il meteo in quota cambia in fretta, e una giornata che parte con il sole può chiudersi nella nebbia in pochi minuti.
La nuova gestione
Gallo non vuole creare troppe aspettative attorno alla riapertura. «Spero che la stagione vada bene», ha detto, sottolineando però un punto a cui tiene particolarmente: anche quest’anno, come nel 2025, il rifugio ricorderà con una messa la tragedia del 3 luglio 2022, quando il distacco di un seracco sulla Marmolada travolse undici persone. Un appuntamento diventato fisso, per non lasciare che la memoria si disperda insieme alla neve che ogni primavera bisogna spalare di nuovo. Il giorno dell’inaugurazione il tempo ha aiutato: «Era una bella giornata, è salita abbastanza gente», anche se, sottolinea Soraruf, la stagione è solo agli inizi.
La gestione resta un’impresa di logistica prima ancora che di accoglienza: portare rifornimenti a quasi 3.350 metri richiede organizzazione e l’esperienza di chi, come Soraruf, conosce la montagna da una vita. Al rifugio si può pernottare e mangiare piatti della tradizione alpina, dolci compresi, sapendo che ogni prodotto che arriva in quota ha un costo - e un peso - diverso da quello di valle. Dietro la gestione resta anche la sensibilità ambientale che Gallo aveva già espresso lo scorso anno, parlando di un rifugio che dopo il crollo del 2022 è diventato osservatorio simbolico dei cambiamenti climatici sulle Dolomiti. Un’eredità che i nuovi gestori sembrano intenzionati a portare avanti, stagione dopo stagione, tra spalate, messe in ricordo e l’ospitalità di chi vive in cima alla montagna più alta delle Dolomiti.