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(ap)

Il Papa in Amazzonia e lo sviluppo sbagliato

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Diversità biologica e culturale, beni comuni, dialogo tra culture, conoscenze ancestrali indigene. Questi i punti principali toccati da papa Francesco nei due discorsi pronunciati ieri in Perù, seconda tappa del suo viaggio in America Latina. Ma i veri protagonisti degli interventi sono stati la foresta amazzonica e i suoi abitanti. Questo polmone verde, che si estende sul territorio di otto Stati Sudamericani su dodici, rappresenta la più grande riserva di biodiversità terrestre del pianeta oltre che il più importante immagazzinatore di CO2 dopo gli oceani.

Non solo, ma è custode di alcune delle civiltà che più di tutte hanno saputo costruire un rapporto proficuo e rispettoso con la natura, abitando un territorio difficile ma anche ricchissimo, che oggi sempre di più rischia di essere sacrificato sull'altare di un'idea errata di sviluppo e di progresso. Solo in Amazzonia vivono circa 400 popolazioni indigene, circa 60 delle quali si stima non abbiano mai avuto contatti con il mondo esterno (i cosiddetti "incontattati", a cui Francesco ha fatto cenno in uno dei suoi interventi). Popolazioni che vivono da millenni in un delicato equilibrio con l'ambiente naturale, capaci da sempre di trarre sostentamento dalla madre terra senza pregiudicare le risorse comuni e la possibilità per le future generazioni di fare lo stesso.

Il Santo Padre ha ricordato come queste comunità, ancora più che in passato, sono oggi minacciate dalle concessioni petrolifere e dalla deforestazione, processi che li espropriano delle loro terre ancestrali e li costringono a cambiare il proprio modo di vivere, spesso al prezzo della loro estinzione. Nei suoi discorsi di Lima e di Puerto Maldonado (città nel cuore dell'Amazzonia peruviana), Francesco si è rivolto in più di un passaggio direttamente agli indigeni, chiamandoli fratelli, esprimendo la necessità di difendere e valorizzare le loro culture, le loro cosmogonie, la loro spiritualità peculiare, fino ad aggiungere che il sinodo dei vescovi dell'Amazzonia, convocato per il 2019, si svolgerà nello spirito di creare una Chiesa amazzonica capace di lasciarsi compenetrare dalla sensibilità dei nativi.

A Lima, parlando alle autorità presenti, tra cui il Presidente della Repubblica, Francesco ha parlato, riprendendo quanto già detto nell'enciclica Laudato Si', di un modello di sviluppo fallimentare che continua a provocare degrado umano, sociale e ambientale, invocando proprio l'ascolto dei popoli indigeni come strada da seguire per "difendere la speranza". Sono loro infatti quelli che mantengono un legame forte con la terra, che conoscono i tempi della natura e che subiscono maggiormente gli effetti di un'economia estrattiva e predatoria. In serata invece, dal microfono di Puerto Maldonado di fronte a una platea con molti rappresentanti di popoli nativi, si è scagliato anche contro l'idea distorta di conservazione che pervade una parte del mondo politico, richiamando invece la necessità del dialogo tra pari perché, ha detto il Papa, abbiamo molto da imparare dalla visione del mondo e dalla sapienza degli indigeni.

L'ecologia integrale è poi tornata a risuonare quando Francesco ha detto a chiare lettere che non si può scindere la crisi ambientale da quella morale e sociale. E se questo è vero nel cuore dell'America Latina, non dobbiamo dimenticarci che lo è tanto più nelle nostre comunità, sempre più spesso lacerate dall'acuirsi delle disparità economiche tra ricchi (sempre meno numerosi e sempre più ricchi) e poveri e da fenomeni migratori la cui causa va cercata, ahimè, proprio nelle politiche economiche dell'occidente del mondo. Dobbiamo cambiare i nostri paradigmi, diversamente non avremo futuro.
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