Qualcuno in Europa lo chiama il fattore "MOR". Le iniziali di due premier: Morawiecki e Orbán. E il riferimento non è mai utilizzato in termini positivi. Perché la Polonia e l'Ungheria sono considerate il buco nero dell'Unione. La crepa che può incrinare il progetto europeista. Le sue ragioni politiche, le sue basi democratiche, i suoi obiettivi sociali e i suoi traguardi economici. Avvicinarsi a questi due capi di governo equivale ad entrare in un cono d'ombra pericolosissimo. Che non riguarda solo l'aspetto reputazionale - che pure è importante - ma la possibilità concreta di governare un grande Paese.
La scelta di Salvini, e il "processo" cui è stato sottoposto il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, per certi versi è sorprendente proprio per questo motivo. Perché sembra rimettere indietro le lancette della Lega in un tempo del mondo che non riesce più a leg…
Qualcuno in Europa lo chiama il fattore "MOR". Le iniziali di due premier: Morawiecki e Orbán. E il riferimento non è mai utilizzato in termini positivi. Perché la Polonia e l'Ungheria sono considerate il buco nero dell'Unione. La crepa che può incrinare il progetto europeista. Le sue ragioni politiche, le sue basi democratiche, i suoi obiettivi sociali e i suoi traguardi economici. Avvicinarsi a questi due capi di governo equivale ad entrare in un cono d'ombra pericolosissimo. Che non riguarda solo l'aspetto reputazionale - che pure è importante - ma la possibilità concreta di governare un grande Paese.
La scelta di Salvini, e il "processo" cui è stato sottoposto il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, per certi versi è sorprendente proprio per questo motivo. Perché sembra rimettere indietro le lancette della Lega in un tempo del mondo che non riesce più a leggere quell'orario. Il segretario leghista, appena otto mesi fa, sembrava aver impresso una svolta europeista con la nascita del governo Draghi. Quel passo, però, sembra cancellato. In discussione, infatti, non c'è banalmente la costituzione di un nuova formazione europarlamentare. Il punto è che il tentativo di costruire un nuovo "gruppone" di destra con i leader di Polonia e Ungheria equivale a rintanarsi volontariamente in una sorta di angolo della conventio ad excludendum. In Italia significa rinunciare a presentarsi concretamente agli elettori con l'aspirazione di concorrere alla presidenza del Consiglio.
Le scelte di Salvini, infatti, appaiono costruite per tutelare i consensi conquistati negli ultimi anni e ora in fase decisamente calante. Ma non per disegnare una destra di governo. Alimenta le viscere della politica ma non la sua razionalità. Il "moderatismo" di Giorgetti diventa così una minaccia. Gli obiettivi sono l'autoconservazione e non la guida di un Paese con le caratteristiche tipiche dell'Italia. A cominciare dal debito gigantesco che ci espone sistematicamente al giudizio dei nostri alleati.
Anche l'operazione per la formazione di questo potenziale nuovo gruppo parlamentare a Strasburgo è una reazione di pancia a Giorgetti ma anche alla "competitor" Meloni. Non a caso molti dei deputati Conservatori - compresi quelli di Fdi - non ne vogliono sapere di entrare nella riserva indiana con Morawiecki, Orbán, Le Pen e magari anche con i neofascisti tedeschi di Afd. Alcuni di loro pensano di potere esercitare un ruolo maggiore quando a gennaio si rinnoveranno tutte le cariche dell'Europarlamento. Ma è un gioco utile per la Polonia e l'Ungheria, non per l'Italia. Anzi, è possibile che se la maggioranza dei Conservatori si opporrà all'operazione (per formare un nuovo soggetto servono deputati di almeno sette nazionalità), sarà lo stesso premier di Varsavia a fare marcia indietro per non ritrovarsi senza carte da giocare.
Qui non è discussione lo scontro tra élite e popolo. Non ci sono i prescelti contro i sottomessi. Banalmente certe posizioni sono incompatibili con l'Ue. Persino istituzioni solitamente prudenti al limite dell'immobilismo, come la Commissione e il Parlamento europeo, si sono schierate con forza contro i governi polacco e ungherese per le pesanti lesioni inferte allo stato di diritto e quindi alla democrazia.
Per essere accettato nel consesso dei governanti europei non bastano solo i voti, servono credibilità e rispettabilità democratica. Il Ppe, il Pse e i Liberali pilotano tutte le istituzioni comunitarie per questo motivo. Il tentativo di conversione verso il popolarismo europeo messo in atto da Giorgetti rispondeva a questo criterio. Fondato sull'esperienza e sull'analisi realistica della situazione. Chi conosce il centrodestra non può dimenticare, ad esempio, che Berlusconi per farsi accettare ha dovuto piegarsi alle regole del Ppe. E quello è solo un primo passo. Il secondo è l'affidabilità sui mercati finanziari. Senza la quale il nostro Paese non può essere amministrato perché quando finirà l'aiuto della Bce dovremo comunque trovare qualcuno che acquisti i nostri titoli di Stato.
Nel 2021, poi, c'è un altro aspetto che le lancette salviniane non vogliono tenere in considerazione: il Covid. La pandemia ha resettato i criteri di giudizio dei cittadini. Vogliono sicurezza, credibilità. Vogliono percepire la sensazione che chi si trova sulla tolda di comando possa davvero risolvere i problemi. Probabilmente la battaglia tra il segretario e il ministro leghista non finirà oggi. Ma il braccialetto con la scritta "Salvini premier", che fino a qualche tempo fa il leader leghista indossava, rischia di diventare soltanto un piccolo souvenir.