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Il Colle e la riforma del Parlamento

Milano, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Prima della Scala (ansa)

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Il presidente della Repubblica sarà eletto da deputati e senatori espressione di un criterio costituzionale che sta per essere archiviato. È una condizione originale che pone un interrogativo: il nuovo capo dello Stato sarà pienamente legittimato anche dopo le elezioni del 2023?
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Negato in via ufficiale, ma ben presente nelle riflessioni di chi guarda al rebus del Quirinale, incombe il tema del Parlamento "tagliato" per un terzo. Non una riforma costituzionale ancora da approvare, come quella del semestre bianco che tanto rumore ha sollevato, ma una revisione già inserita nella Carta. Sarà applicata per la prima volta nel '23, quando Camera e Senato nella nuova legislatura avranno in tutto 600 rappresentanti contro gli attuali 945.

Vuol dire che il prossimo presidente della Repubblica sarà eletto a fine gennaio da un Parlamento espressione di un criterio costituzionale che sta per essere archiviato. È una condizione originale che pone un interrogativo preciso: il nuovo capo dello Stato - votato da non sappiamo ancora quale maggioranza - sarà pienamente legittimato anche dopo le elezioni del '23? Oppure la riforma costituzionale peserà sul Quirinale?

È una questione molto delicata di cui al mo…

Negato in via ufficiale, ma ben presente nelle riflessioni di chi guarda al rebus del Quirinale, incombe il tema del Parlamento "tagliato" per un terzo. Non una riforma costituzionale ancora da approvare, come quella del semestre bianco che tanto rumore ha sollevato, ma una revisione già inserita nella Carta. Sarà applicata per la prima volta nel '23, quando Camera e Senato nella nuova legislatura avranno in tutto 600 rappresentanti contro gli attuali 945.

Vuol dire che il prossimo presidente della Repubblica sarà eletto a fine gennaio da un Parlamento espressione di un criterio costituzionale che sta per essere archiviato. È una condizione originale che pone un interrogativo preciso: il nuovo capo dello Stato - votato da non sappiamo ancora quale maggioranza - sarà pienamente legittimato anche dopo le elezioni del '23? Oppure la riforma costituzionale peserà sul Quirinale?

È una questione molto delicata di cui al momento si preferisce parlare poco. Tuttavia che il problema esista è ammesso a mezza bocca. Infatti si delineano due scenari in vista di gennaio. Il primo prevede un'elezione plebiscitaria entro i primi tre scrutini di un candidato X. Richiede, è ovvio, un accordo preventivo in un ampio arco di forze politiche: all'incirca quelle che oggi appoggiano il governo Draghi, senza escludere Giorgia Meloni che è all'opposizione ma che naturalmente ha il diritto di partecipare a pari titolo alla scelta del presidente della Repubblica (non a caso Di Maio, alla festa di FdI, l'ha definita "più affidabile" di Salvini).

In assenza di tale intesa e di un consenso largo (al netto dei franchi tiratori), il capo dello Stato sarebbe eletto dal quarto scrutinio in poi da una maggioranza ristretta, forse persino troppo. Non sarebbe la prima volta nella storia repubblicana, tuttavia sarebbe la prima volta che i grandi elettori del presidente stanno per essere dismessi sul piano costituzionale. Ne deriva che un'elezione striminzita apparirebbe appena un anno dopo, nel '23, assai stridente con il nuovo assetto del Parlamento.

S'intende, è sempre possibile decidere di chiudere gli occhi e non vedere la questione. La quale tuttavia esiste e qualcuno la solleverà. In altre parole, il prossimo presidente rischia di essere "a termine", con una piena legittimazione destinata a esaurirsi nel '23. Forse è presto perché il punto entri in un dibattito finora confuso e vago, tutto centrato sulle intenzioni attribuite a Draghi nonché, si potrebbe aggiungere, sulla scarsa voglia dei partiti, chi più chi meno, di votarlo con slancio plebiscitario.

Martedì 7 dicembre alla Scala Sergio Mattarella è stato accolto da grida del pubblico inneggianti al "bis", quasi si trattasse di un tenore che ha appena concluso un'aria assai gradita ai propri sostenitori. È un segno da non sottovalutare: riflette lo stato d'animo dell'opinione pubblica, assai lontano dalle manovre e dalle convenienze del palazzo.

Nonostante tutto, pur conoscendo la totale ritrosia di Mattarella al rinnovo del mandato, l'ipotesi non può essere esclusa. Dipende dalla situazione che si sarà creata in gennaio. E dalla condizione economica e sociale in cui si troverà il Paese, sul piano interno e internazionale: potrebbe sconsigliare di rinunciare a Draghi come guida del governo. In quel caso, il tema della riforma del Parlamento e di una verosimile presidenza "a termine" potrebbe imporsi come la via più semplice per sciogliere il nodo gordiano.