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Il tandem contro la paralisi

Mario Draghi durante la riunione del 17 febbraio con i capi delegazione della maggioranza
Mario Draghi durante la riunione del 17 febbraio con i capi delegazione della maggioranza (ansa)

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È la prima prova del rinnovato tandem istituzionale Mattarella-Draghi. La prima occasione per entrambi: il presidente della Repubblica appena rieletto per un altro mandato; il presidente del Consiglio desideroso di inaugurare il secondo tempo del suo governo nel segno di un’agenda ambiziosa in politica sia interna sia internazionale. Mattarella sa che il voto del Parlamento gli garantisce una forza superiore al passato: quei deputati e senatori che gli hanno dichiarato di volerlo ancora al Quirinale, in un certo senso si sono messi nelle sue mani. E sappiamo che essi desiderano una cosa sopra tutte le altre: che la legislatura duri fino all’ultimo giorno utile e quindi si vada a votare nella primavera del 2023.


A sua volta Draghi aveva fatto sapere in modi anche inusuali che sarebbe rimasto a Palazzo Chigi con la necessaria determinazione soprattutto se Mattarella fosse rimasto al vertice della Repubblica. La condizione si è verificata e adesso si capisce per quale ragione il binomio è così importante rispetto alla fragilità del sistema. I quattro voti che hanno battuto alcuni provvedimenti del governo sul “Milleproroghe” confermano quello che si temeva: il rischio maggiore per l’esecutivo non è una crisi formale della maggioranza, che in realtà nessuno vuole. È qualcosa di peggio: la piccola guerriglia quotidiana, lo stillicidio delle sconfitte giorno dopo giorno in Parlamento che costringono il premier e i suoi ministri a rifare di continuo i conti e intanto infliggono loro una perdita d’immagine. L’esatto opposto di quello che serve nell’anno pre-elettorale, un periodo carico di insidie ma anche di opportunità, se si considerano i fondi europei in arrivo e l’interesse politico dei partiti a farne buon uso. Almeno così dovrebbe essere.


Rassegnarsi allo stillicidio significa perdere tempo nei prossimi mesi e accentuare la crisi del sistema. Qualcosa di inaccettabile non solo per Draghi, ma per lo stesso Mattarella. Vorrebbe dire, per quest’ultimo, rivivere il destino amaro che toccò a Giorgio Napolitano: grandi consensi formali e poi sabotaggio pratico. I famosi 55 applausi a scena aperta che hanno salutato la seconda elezione del capo dello Stato, vanno subito messi alla prova.

Ecco perché Mattarella ha dato il suo “nulla osta” a Draghi per la dura reprimenda ai capi delegazione: è un tentativo di far capire ai partiti riottosi che nessuno può pensare di tirare la corda senza conseguenze. Il presidente del Consiglio è pronto a lasciare il suo incarico, se l’unico sbocco è la paralisi. E i partiti rischiano di trovarsi con le Camere sciolte e quelle elezioni anticipate che molti di loro (non tutti) vedono con raccapriccio. Il colloquio preliminare al Quirinale è dunque servito a chiarire il punto: dopo Draghi non c’è un altro giro di valzer. Non c’è un altro “governo del presidente” e tantomeno un governo politico. Dopo Draghi c’è il ritorno al voto.


Il premier ha dunque parlato sapendo di avere le spalle coperte dal presidente della Repubblica, vero “lord protettore” dell’esecutivo. Basterà? Non è detto. Ma Draghi conta su tre certezze che gli permettono di guardare avanti con relativo ottimismo. Primo, nessun partito oggi ha in mente un’alternativa realistica. Secondo, prendersela con Draghi è difficile, ma prendersela all’unisono con i due del tandem è proibitivo. Terzo, la mediazione, che certo sarà indispensabile sui grandi temi del prossimo futuro, è persino aiutata dalla sfuriata di ieri. La “leadership” è essenziale, come è ovvio, purché si accompagni via via al rispetto verso le forze politiche.

 

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