Governo, i partiti alla prova del "metodo" Draghi
di Stefano Folli , di Stefano FolliOra il quadro è più chiaro. Draghi ha detto, in termini piuttosto netti, quello che aveva omesso nell'intemerata di giovedì 17 febbraio alla sua maggioranza. Diverso il contesto, diversi i toni. Nella conferenza stampa, svolta insieme ai suoi "bravi ministri", il presidente del Consiglio ha parlato di dialogo e di rispetto verso le forze politiche e il Parlamento. Sono termini tipici dell'agire politico. Come è logico, gestire una coalizione eterogenea, nata nel segno dell'emergenza, è difficile e spesso frustrante. Draghi aveva il diritto di chiedere, anzi di pretendere dai partiti il massimo della lealtà, così da evitare che in Parlamento siano disfatti i provvedimenti decisi nel Consiglio dei ministri. Aveva tuttavia il dovere di non fermarsi a questo.
Una sfuriata di tanto in tanto può essere salutare: è accaduto innumerevoli volte nel corso degli anni, da noi come in altri Paesi. Peraltro quasi …
Ora il quadro è più chiaro. Draghi ha detto, in termini piuttosto netti, quello che aveva omesso nell'intemerata di giovedì 17 febbraio alla sua maggioranza. Diverso il contesto, diversi i toni. Nella conferenza stampa, svolta insieme ai suoi "bravi ministri", il presidente del Consiglio ha parlato di dialogo e di rispetto verso le forze politiche e il Parlamento. Sono termini tipici dell'agire politico. Come è logico, gestire una coalizione eterogenea, nata nel segno dell'emergenza, è difficile e spesso frustrante. Draghi aveva il diritto di chiedere, anzi di pretendere dai partiti il massimo della lealtà, così da evitare che in Parlamento siano disfatti i provvedimenti decisi nel Consiglio dei ministri. Aveva tuttavia il dovere di non fermarsi a questo.
Una sfuriata di tanto in tanto può essere salutare: è accaduto innumerevoli volte nel corso degli anni, da noi come in altri Paesi. Peraltro quasi sempre gli scatti d'ira restano nel palazzo, al riparo delle spesse mura. Se e quando trapelano all'esterno, vuol dire che quel governo sta per chiudere il suo ciclo. Non è il caso dell'attuale "governo del presidente", come tutti sanno. Un esecutivo privo di alternative che non siano le elezioni anticipate, per cui il rischio non è tanto l'apertura di una crisi classica, quanto il logoramento quotidiano: una forma di paralisi progressiva. Quindi il pugno del premier battuto una tantum sul tavolo è più che comprensibile.
Ma gridare non basta, anzi alla lunga diventa persino controproducente: potrebbe essere scambiato per un segno d'impotenza. Draghi si è reso conto che anche l'attuale maggioranza "d'emergenza" va gestita con sapienza politica. È vero, l'agenda delle cose da fare è scandita dalle urgenze sanitarie, economiche e sociali. Ma i modi e i tempi del programma esigono che le due facce del problema riescano a collimare: da un lato la necessaria leadership del presidente del Consiglio, dall'altro il contributo convergente dei partiti.
Gestire entrambi gli aspetti senza frizioni è il lavoro tutto politico richiesto a una figura autorevole qual è Draghi. Del resto, il fatto che il governo sia stato concepito un anno fa in un clima d'emergenza non significa che non debba avere un respiro politico. Anzi, è proprio tale dimensione che qualche volta sembra mancare e di cui si sente il bisogno.
Lo avvertono gli stessi partiti che altrimenti assecondano le loro debolezze nelle polemiche quotidiane, addirittura nella guerriglia su questioni minori. S'intende: è del tutto legittimo, come è ovvio, che il Parlamento, esercitando le sue prerogative, integri e modifichi taluni provvedimenti inviati dal governo. Assai meno legittimo che la maggioranza dia prova di essere scollata, senza fiducia in se stessa. Ne deriva che le parole pronunciate da Draghi hanno spazzato via molte ombre.
L'aver manifestato la volontà di discutere con le forze parlamentari così da coinvolgerle di più nell'azione del governo, equivale a indicare un orizzonte ampio in cui ognuno può individuare il proprio ruolo. Ci sono interessi rilevanti legati all'attuazione del Pnrr, mentre sullo sfondo si delinea un'ondata di nomine pubbliche a tutti i livelli. L'abilità politica di chi guida il governo - con l'appoggio discreto del capo dello Stato - consiste nell'immaginare un percorso che non offuschi l'immagine del governo e al tempo stesso limiti il nervosismo dei capi partito.