✕

Governo, il caro energia e la rotta tracciata dal premier Draghi

Il presidente del Consiglio Mario Draghi (fotogramma)

Ascolta l'audio

La direzione che segna per uscire dalle secche attuali è chiara: evitare che l'aumento delle bollette si ripercuota sulla competitività delle imprese e sulla capacità di spesa dei cittadini. Sono risposte tattiche, che però vanno inserite in una prospettiva strategica che punta a sanare squilibri decennali e malfunzionamenti endemici
2 minuti di lettura

Draghi di lotta e di governo. In ventiquattr'ore appena il presidente del Consiglio ha mostrato due facce all'apparenza opposte. Durissimo e insofferente con i partiti giovedì 17 febbraio, dopo l'umiliante infilata di votazioni contrarie ai provvedimenti del governo nelle commissioni parlamentari; conciliante e propositivo ieri (venerdì 18), quando ha indossato i panni per lui più abituali dell'uomo che risolve problemi e ha messo la firma assieme al suo "bellissimo governo" sotto provvedimenti "per quasi otto miliardi, senza scostamenti di bilancio", destinati in gran parte a evitare che il caro-energia bruci la ripresa che la fine della pandemia promette di consegnarci.

Ma le due facce di Draghi, a ben guardare, sono una sola. Lo ha spiegato lui stesso, in una conferenza stampa - anche in questo caso dai toni più distesi rispetto alla precedente, nella quale rassicurava polemicamente i troppi e troppo interessati al su…

Draghi di lotta e di governo. In ventiquattr'ore appena il presidente del Consiglio ha mostrato due facce all'apparenza opposte. Durissimo e insofferente con i partiti giovedì 17 febbraio, dopo l'umiliante infilata di votazioni contrarie ai provvedimenti del governo nelle commissioni parlamentari; conciliante e propositivo ieri (venerdì 18), quando ha indossato i panni per lui più abituali dell'uomo che risolve problemi e ha messo la firma assieme al suo "bellissimo governo" sotto provvedimenti "per quasi otto miliardi, senza scostamenti di bilancio", destinati in gran parte a evitare che il caro-energia bruci la ripresa che la fine della pandemia promette di consegnarci.

Ma le due facce di Draghi, a ben guardare, sono una sola. Lo ha spiegato lui stesso, in una conferenza stampa - anche in questo caso dai toni più distesi rispetto alla precedente, nella quale rassicurava polemicamente i troppi e troppo interessati al suo destino che era perfettamente in grado di trovarsi un lavoro da solo - in cui ha detto alle segreterie dei partiti che "il governo e io abbiamo sempre offerto la massima disponibilità. Possiamo rivedere le modalità di confronto, ma teniamo dritta la barra del timone".

Ben dritta in quale direzione? Dove vorrebbe andare il timoniere della nave Italia mentre il mare dei prezzi energetici s'ingrossa, gli scogli dei bonus fiscali concessi un tanto al chilo affiorano pericolosi, e perfino i venti di guerra dall'Est raffreddano un'economia che si sta (o si stava) appena scaldando? Qui Draghi diventa il Draghi a cui siamo più abituati, che guarda alla realtà ineluttabile dei numeri e in base a quelle coordinate traccia una rotta che nelle sue intenzioni bisognerà seguire a lungo: per anni e non solo per settimane.

La direzione che segna per uscire dalle secche attuali è chiara: evitare appunto che il caro bollette si ripercuota sulla competitività delle imprese - quelle imprese che oggi in alcuni casi trovano più conveniente restare chiuse anche se hanno i libri pieni di ordini - e sulla capacità di spesa dei cittadini, specie quelli più poveri che da questi rincari potrebbero ricevere un colpo fatale. Sono risposte tattiche, che però vanno inserite in una prospettiva strategica, nella rotta più lunga che punta a sanare squilibri decennali e malfunzionamenti ormai endemici, come quello del mercato del lavoro.

Strategica, ad esempio, è la decisione di stanziare circa un miliardo l'anno per otto anni alla transizione dell'industria automobilistica verso l'elettrico e per finanziare incentivi a chi acquista veicoli non inquinanti. E strategici, per ora nel loro piccolo, sono anche i 150 milioni per spingere un'industria nazionale dei microprocessori; fondi che - si promette - nei prossimi anni dovrebbero essere di più.

Non è il "whatever it takes" di francofortesca memoria che alcuni avrebbero voluto. Non lo è perché governare l'Italia guidando un esecutivo di emergenza nazionale tenuto finora insieme solo dalla minaccia pandemica non è come condurre il board della Banca centrale europea. E soprattutto perché i conti del Paese e il suo debito pubblico consentono al massimo un "whatever we can", un più modesto "tutto ciò che sarà possibile fare" al posto di "tutto ciò che sarà necessario fare".

Gran parte della maggioranza avrebbe voluto vedere di più, magari mettendo in campo l'agognato scostamento di bilancio. Ma cambiare con un colpo di penna le coordinate sulla carta geografica difficilmente consente di trovare la rotta migliore. Anzi, il più delle volte si rischia di fare naufragio.