Ashleigh Barty, campionessa australiana di tennis, venticinque anni, prima nella classifica mondiale Wta, ha detto basta. Voglio fare altre cose, ho nuovi progetti, mi sono divertita abbastanza: è arrivato il momento di appendere la racchetta al chiodo e inseguire altri sogni. Non ha detto maledetti voi non voglio più fare questa vita insopportabile neanche per un minuto. Come avrebbe potuto dire (e forse ha detto) Andre Agassi. Uno per il quale tutta la carriera può essere riassunta nello sforzo di tenere insieme corpo e testa, combattere la voglia continua di darsela a gambe o di uccidere il padre/allenatore/tiranno.
Per alcuni fortunati, tra i quali forse Ashleigh Barty, obiettivo e passione coincidono. Sono i veri privilegiati: uomini e donne, non solo atleti, che amano quello che hanno e quello che fanno. Gli unicorni della nostra era dello scontento. In cui chiunque pensa di valere più di quello che ha ottenuto, e soprattutto più di quello che…
Ashleigh Barty, campionessa australiana di tennis, venticinque anni, prima nella classifica mondiale Wta, ha detto basta. Voglio fare altre cose, ho nuovi progetti, mi sono divertita abbastanza: è arrivato il momento di appendere la racchetta al chiodo e inseguire altri sogni. Non ha detto maledetti voi non voglio più fare questa vita insopportabile neanche per un minuto. Come avrebbe potuto dire (e forse ha detto) Andre Agassi. Uno per il quale tutta la carriera può essere riassunta nello sforzo di tenere insieme corpo e testa, combattere la voglia continua di darsela a gambe o di uccidere il padre/allenatore/tiranno.
Per alcuni fortunati, tra i quali forse Ashleigh Barty, obiettivo e passione coincidono. Sono i veri privilegiati: uomini e donne, non solo atleti, che amano quello che hanno e quello che fanno. Gli unicorni della nostra era dello scontento. In cui chiunque pensa di valere più di quello che ha ottenuto, e soprattutto più di quello che ha ottenuto chiunque intorno a lui. O almeno così sembra, a giudicare dalla quantità di persone che usano il dito indice sulla tastiera del telefonino per comunicarcelo.
Effetto collaterale dello scontento è l'inefficace desiderio di cambiare vita. Puro velleitarismo occidentale. Lasciarsi alle spalle la mediocrità di un'esistenza qualunque, un compagno o una compagna esteticamente mortificanti, giornate prive di emozioni ed esperienze. Ah le emozioni e le esperienze, le nostre divinità, gli Shiva e Vishnu della nostra generazione...
Fioccano, tra gli inefficaci, progetti mirabolanti: vendere tutto e comprare una barca a vela, lasciare un impiego in banca per aprire un bar sulla spiaggia, affittare furgoni e camper di dimensioni variabili ma identica scalcinatezza. Ci sono gruppi, siti, agenzie che si occupano di questi utopisti del nulla, ne parlo con cognizione di causa.
Per lucignoleria, io parecchie volte al giorno fisso il computer e vedo una spiaggia tropicale, progetto di prendere il cane e partire per l'India per seguire un corso di campana tibetana o esportare la piadina romagnola, come quello lì, quello di Bologna.
Ma un paio di cose differenziano me e la maggior parte dei sognatori seriali di altre vite da Ashleigh Barty. La prima è che lei potrebbe aver guadagnato abbastanza da mettere in piedi una catena di chiringuiti, piantare un'intera regione di vigneti di Brunello di Montalcino da osservare crescere indolente, affacciata dalla finestra di un castello e avere ancora del denaro da spendere per la piadina. Ma soprattutto il non trascurabile fatto che lei, a venticinque anni, ha già una vita da lasciarsi alle spalle per ripartire. Mentre la maggior parte di noi a quell'età sta ancora lì a contarsi i follower.
Insomma: per voler cambiar vita, conviene avercela una, altrimenti che cosa diamo indietro quando ci accattiamo la barca per attraversare l'oceano, o il pulmino per costeggiare il deserto? Ma a prescindere dalla condizione in cui si è, dalla vita che si ha, diciamoci la verità: è davvero possibile cambiarla? C'è qualcuno tra noi che pensa che quel cavallo pazzo della vita possa essere domato, e per di più non una, ma due volte?
Io quando scalpito penso a Valentino Rossi. Voleva andare in moto, e c'è andato fin quando ce n'era. Con tutti lì a dirgli: ma dai, Valentino, non ne hai abbastanza, non è ora di ritirarti, di cambiare vita? E lui niente, continuava a dare il gas alla moto, perché questo era quello che aveva voluto fare fin da bambino. Vincere, certo, ma soprattutto dare il gas.