Perché la Lega è una zavorra per il governo
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniIn questo anno abbondante alla guida della maggioranza di governo più eterogenea della storia repubblicana, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha più volte pubblicamente espresso un concetto: ci sono scelte sulle quali non è accettabile che ci siano divisioni all'interno dell'area di governo.
Matteo Salvini ha espresso a nome della Lega la sua contrarietà e il fatto appare…
In questo anno abbondante alla guida della maggioranza di governo più eterogenea della storia repubblicana, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha più volte pubblicamente espresso un concetto: ci sono scelte sulle quali non è accettabile che ci siano divisioni all'interno dell'area di governo.
Matteo Salvini ha espresso a nome della Lega la sua contrarietà e il fatto appare decisamente sottovalutato. Anche perché arriva da una forza di cui sono note le (passate?) forti simpatie putiniane - speriamo che almeno in questo caso nessuno gridi al maccartismo - e una delle poche a livello occidentale il cui leader non abbia sentito il bisogno di spendere una parola sull'eccidio di Bucha. Il compito è stato delegato al vicesegretario Fontana, forse la gravità dell'evento non era considerata tale da meritare un intervento del leader in persona. Ma c'è sempre tempo per rimediare, volendo.
L'Italia è anche l'unico Paese occidentale nel quale la linea del governo sul conflitto è soggetta a forti scossoni dall'interno, distinguo sulla fornitura di armi all'Ucraina (altro tema su cui Salvini ha espresso dissenso), distanze considerevoli sull'ipotesi di inasprimento delle sanzioni alla Russia (la Lega, peraltro, ha combattuto un'annosa battaglia per eliminarle), divergenze sulla strategia per uscire dal conflitto (qui c'è anche il leader M5S Giuseppe Conte a differenziarsi).
La tesi di Salvini è che l'espulsione dei diplomatici "allontana la pace". La scuola di pensiero è quella di chi sostiene che ogni gesto ostile a Putin sia un disincentivo a un negoziato di pace che, peraltro, la Russia non ha mai dato alcun segnale di voler realmente aprire, se non con vaghe e implausibili dichiarazioni pronunciate mentre l'esercito occupante faceva strage di civili ucraini. L'idea che Putin possa fermarsi grazie a mosse distensive della comunità internazionale è una tesi contraddetta da tutte le azioni reali del Cremlino ma che Salvini, non da solo, ha in qualche modo fatto sua facendo sfoggio di un improvviso "pacifismo" e antimilitarismo.
"Non parlo con leggerezza di armi", ha dichiarato pochi giorni dopo l'invasione, lui che è ritratto in decine di foto mentre imbraccia armi di ogni genere e calibro e che ha sempre incoraggiato l'uso delle armi per legittima difesa: insomma, per il Carroccio è doveroso sparare al ladro che si intrufola in giardino ma è inopportuno difendersi con le armi se si viene invasi dall'esercito di una nazione vicina.
Ma questi, in fondo, sono solo problemi interni di coerenza della Lega, gli stessi che hanno perseguitato Salvini fino in Polonia con la nota vicenda della maglietta putiniana agitata davanti a lui dal sindaco della cittadina vicina al confine ucraino dove il leader della Lega si era recato in "missione di pace".
Il problema del governo italiano è invece quello di affrontare un frangente così difficile con una mancanza di unità evidente, questione che Draghi ha rimarcato nel corso della conferenza stampa di presentazione del Def, dopo aver sollevato al Copasir il tema della necessaria trasparenza nei rapporti delle forze politiche con Russia e Cina, i due Paesi verso i quali il governo gialloverde aveva spostato il baricentro della politica estera italiana.
Ma non c'è solo il caso Russia. Le divisioni su fisco e giustizia, con la Lega ancora in prima fila a contestare i provvedimenti del governo, mettono a rischio anche la realizzazione delle riforme necessarie a incassare le rate successive del Pnrr, cioè l'unico argine ai venti di secessione che soffiano sull'Italia e sull'Europa.
Può anche essere che, a dispetto di questa situazione, il governo arrivi in fondo alla legislatura senza cambiare forma e composizione. Ma il Paese rischia di pagare comunque un prezzo. Senza contare gli enormi interrogativi che la linea della Lega apre sulla prossima legislatura, quando a governare potrebbero essere forze tentate di invertire la rotta su tutti i fronti.