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La felicità nonostante la guerra

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Spesso in questi giorni ci sentiamo in colpa nel godere di piccole gioie: ma senza questi momenti il mondo non andrebbe avanti
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Chiedimi se sono felice. Risponderò soltanto se non lo sono. Non parlerò delle vacanze, della maestosa fioritura dei glicini sui balconi, di un grande uovo di cioccolato al latte. Non menzionerò la leggerezza, i sorrisi, i colori delle nostre esistenze, il calice di vino bianco prima di cena. Perché delle quotidiane fragole che la vita si ostina a offrirci, ci vergogniamo. Le consideriamo irriguardose dell’altrui dolore. Come possiamo ridere, imbellettarci, amare, gioire quando poco lontano da noi, in Ucraina, ogni giorno si muore?
La prossimità della guerra è un motore emotivo potente che scuote le coscienze ma anche i nostri sensi di colpa. La più parte di noi ha così scarsa consuetudine con l’orrore da provarne imbarazzo sulla propria pelle e nei propri gesti.


Al cospetto del buio, la soluzione è una luce spenta?
In carcere, Sandro Pertini, partigiano e presidente della Repubblica, ogni sera, prima di dorm…

Chiedimi se sono felice. Risponderò soltanto se non lo sono. Non parlerò delle vacanze, della maestosa fioritura dei glicini sui balconi, di un grande uovo di cioccolato al latte. Non menzionerò la leggerezza, i sorrisi, i colori delle nostre esistenze, il calice di vino bianco prima di cena. Perché delle quotidiane fragole che la vita si ostina a offrirci, ci vergogniamo. Le consideriamo irriguardose dell’altrui dolore. Come possiamo ridere, imbellettarci, amare, gioire quando poco lontano da noi, in Ucraina, ogni giorno si muore?
La prossimità della guerra è un motore emotivo potente che scuote le coscienze ma anche i nostri sensi di colpa. La più parte di noi ha così scarsa consuetudine con l’orrore da provarne imbarazzo sulla propria pelle e nei propri gesti.


Al cospetto del buio, la soluzione è una luce spenta?
In carcere, Sandro Pertini, partigiano e presidente della Repubblica, ogni sera, prima di dormire, riponeva i pantaloni da galeotto sotto il materasso per averli in ordine la mattina dopo. A Bucha, Iryna Filkina, operaia che sognava di diventare estetista, portava smalto rosso sulle unghie il giorno in cui, rientrando dal lavoro, è stata colpita dal fuoco russo e lasciata morire per strada.
Non c’era vanità in quei pantaloni stirati e nemmeno in quelle unghie dipinte. C’erano resistenza e cura. La dignità passa per il rispetto e per l’amore di sé, non richiede mortificazione.
Per Pasqua ho mandato gli auguri a un amico. Ha risposto che non capiva il senso del mio messaggio: «Non c’è nulla da celebrare di questi tempi». Stavo cucinando per un grande pranzo familiare e d’improvviso il profumo buono della festa si è fatto inopportuno e sguaiato, proprio come me. La penitenza mi avrebbe assolta?


A pochi mesi dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il 25 dicembre del 1914, a Ypres, in Belgio, i soldati inglesi e quelli tedeschi uscirono dalle rispettive trincee, si augurarono Buon Natale e, per quel giorno, deposero le armi. Si racconta che si abbracciarono, si regalarono tabacco e cibo, qualcuno tirò fuori un pallone e giocarono a calcio. La tregua fu effimera e la guerra riprese l’indomani per altri quattro anni. Eppure quel bagliore di umanità parla del nostro insopprimibile desiderio di leggerezza.
Al museo ebraico di New York c’è un candelabro a nove braccia. Proviene dal campo di concentramento di Theresienstadt. Fu intagliato da un blocco di legno trafugato ai nazisti, fu tenuto nascosto e utilizzato, una volta l’anno, per celebrare Hanukkah, a dispetto dei divieti.
Siamo creature fallibili e sciocche, combiniamo disastri e inciampiamo nei nostri stessi passi. Nella nostra pasta scadente tuttavia si trova un seme vitale che germoglia,
malgrado noi, una luce feconda e proterva.


Quella luce è la nostra parte migliore e dobbiamo tenercela stretta. Grazie a lei continuiamo a stirarci i pantaloni, a metterci lo smalto rosso, ad avere voglia di giocare e di abbracciarci. Grazie a lei cantavamo dai balconi durante il lockdown ogni sera alle 18, proprio quando la Protezione civile comunicava il numero quotidiano di morti per Covid.
Non c’è integrità senza leggerezza, senza gioia, senza la nostra caparbia voglia di vivere.
La censura e l’imbarazzo uccidono la solidarietà. L’empatia ha bisogno di luce, di fragole e di sorrisi.
Non vergogniamoci di aprire le finestre, di coltivare la fiducia e la speranza. La consapevolezza richiede equilibrio e onestà.
Sono preoccupata, la guerra mi fa orrore, a volte di notte ho paura e non riesco a dormire. Eppure ogni tanto la felicità fa capolino.

Elasti su Instagram: @quielasti; su Twitter: @nonsolomamma