La pace prima della vittoria
di Alberto Melloni , di Alberto MelloniQualcuno guarda incredulo a ciò che accade nel cattolicesimo italiano e non solo.
È vero che nella omelia domenicale la maggior parte dei parroci predicano contro la guerra in generale, anziché schierarsi "dalla parte dell'Ucraina"? Sì è vero. Anzi è così vero che prima o poi trapelerà l'insofferenza per la grossolanità di chi chiama indulgenza verso l'aggressore la speranza (cristiana) di veder cessare un conflitto giunto al suo ottavo anno. D'altronde se si rimprovera Jürgen Habermas di aver scritto che aiutare l'Ucraina è un dovere, ma sperare di battere Putin un azzardo dettato da un "fervore morale" che potrebbe portare alla escalation che oggi nessuno auspica e nessuno esclude - è inevitabile che i parroci e i vescovi possano essere giudicati portatori sani di neutralismo.
Qualcuno guarda incredulo a ciò che accade nel cattolicesimo italiano e non solo.
È vero che nella omelia domenicale la maggior parte dei parroci predicano contro la guerra in generale, anziché schierarsi "dalla parte dell'Ucraina"? Sì è vero. Anzi è così vero che prima o poi trapelerà l'insofferenza per la grossolanità di chi chiama indulgenza verso l'aggressore la speranza (cristiana) di veder cessare un conflitto giunto al suo ottavo anno. D'altronde se si rimprovera Jürgen Habermas di aver scritto che aiutare l'Ucraina è un dovere, ma sperare di battere Putin un azzardo dettato da un "fervore morale" che potrebbe portare alla escalation che oggi nessuno auspica e nessuno esclude - è inevitabile che i parroci e i vescovi possano essere giudicati portatori sani di neutralismo.
È vero che questa posizione è nutrita dalla testardaggine con cui il Papa continua a parlare di pace anziché di vittoria? Sì è vero. Ma non è solo il magistero papale che rende solida una posizione duramente stigmatizzata dai greco-cattolici ucraini che speravano che il Papa dichiarasse Putin come demonio. C'è infatti qualcosa di più tipicamente cristiano: ben esemplificato dalla generosità con cui la Chiesa sta accogliendo i profughi ucraini - la stessa che ha usato con chi non ha avuto il buon gusto di annegare per tempo, traversando il Mediterraneo.
È vero che questa posizione rafforza il "distinguismo" della Lega e del M5S e potrebbe avere effetti politici nei turni elettorali prossimi venturi? No, anzi. Ridurre l'obbedienza al comando evangelico che raccomanda di prendere la "porta stretta" ai calcoletti della politichetta vuol dire ignorare la forza della Chiesa, che in mezzo a miserie e infamie, ha però una fonte che la rigenera. E vuol dire dimenticare che, come si è visto nell'era Bannon, è quando il patrimonio religioso viene sequestrato con astuzie propagandistiche da una destra che arrivano guai seri, sia per i credenti sia i moderati, mai viceversa.
Ma oggi il Papa non dovrebbe dire altro e diverso? Credo di no: il suo muoversi talora scomposto fra diplomazia e profezia, non ha bisogno di quella "chiarezza" che qualche voce gli ha chiesto da Il Regno. Il Bergoglio-pensiero di oggi è infatti l'effetto di intuizioni e convinzioni solidificate da tempo: dal digiuno per la Siria, da quando parlò della "terza guerra mondiale a capitoli", da quando ha deciso in tempi non sospetti di fare quello che nessun Papa e nessun concilio aveva mai fatto, condannando cioè sia l'uso e sia il possesso delle armi atomiche.
Chi dunque si meraviglia non capisce che la lunghezza d'onda di Francesco è proprio diversa da quella prevalente in Europa e (meno) negli Usa. Il Papa ha usato parole chiare sull'invasione; non ha nascosto la sua distanza da Kyrill - anche se definirlo "chierichetto di Putin" sbaglia nel merito (se mai è il contrario) e nel metodo (il Tg russo ha solo detto che il papa aveva definito "fratello" il patriarca di Mosca e di tutte le Russie). Ma dicendo che ci può essere la pace prima della vittoria, che è disposto ad andare ovunque purché sia salva almeno una vita che andrebbe perduta Francesco dà un contributo politico: per pensare che la pace possa venire solo dopo la vittoria bisogna prepararsi al peggio. E il peggio per la Chiesa non è solo il rischio atomico. È un mondo finalmente tornato bipolare che vede armarsi l'un contro l'altro i pochi che hanno diritti, acqua, cibo, potenza e i molti che non li hanno ma li odiano.
La speranza di una pace prima della vittoria è quel che Paolo di Tarso chiamava il katékon - un tentativo di trattenere l'ultima empietà che non contro Dio, ma contro l'essere umano creato a sua immagine somiglianza.