Nessuno crede davvero che la strategia dei "penultimatum", in cui eccelle Giuseppe Conte e a cui si accosta ormai anche Salvini, possa trasformarsi in un vero e credibile "ultimatum" in vista del 21 giugno.
Come è noto, quello è il giorno in cui il governo Draghi dovrebbe affrontare l'incognita del voto parlamentare sui rapporti con l'Ucraina. In teoria i 5S "contiani" - che non comprendono gli amici del ministro degli Esteri, Di Maio - si preparano allo scontro nel segno del "pacifismo" unilaterale consistente nel disarmare (nel senso di non-armare) l'Ucraina.
Tuttavia si è osservato giustamente che in quei giorni i 5S e la Lega avranno altro a cui pensare, se il voto amministrativo del 12 giugno sarà stato per loro negativo, come si prevede.
In effetti non si è mai vista una crisi di governo aperta da due partiti in declino reduci da una sconfitta. Oltretutto su un tema cruciale come la lealt&a…
Nessuno crede davvero che la strategia dei "penultimatum", in cui eccelle Giuseppe Conte e a cui si accosta ormai anche Salvini, possa trasformarsi in un vero e credibile "ultimatum" in vista del 21 giugno.
Come è noto, quello è il giorno in cui il governo Draghi dovrebbe affrontare l'incognita del voto parlamentare sui rapporti con l'Ucraina. In teoria i 5S "contiani" - che non comprendono gli amici del ministro degli Esteri, Di Maio - si preparano allo scontro nel segno del "pacifismo" unilaterale consistente nel disarmare (nel senso di non-armare) l'Ucraina.
Tuttavia si è osservato giustamente che in quei giorni i 5S e la Lega avranno altro a cui pensare, se il voto amministrativo del 12 giugno sarà stato per loro negativo, come si prevede.
In effetti non si è mai vista una crisi di governo aperta da due partiti in declino reduci da una sconfitta. Oltretutto su un tema cruciale come la lealtà all'alleanza occidentale. Certo, se Conte o Salvini, magari entrambi, avessero la tempra per tradurre in pratica le loro minacce, almeno manderebbero un segnale chiaro ai loro sostenitori. Invece si accontenteranno di poco.
Probabilmente Draghi ribadirà che l'invio di armi italiane a Kiev ha solo scopi difensivi: cioè, non serviranno per attaccare la Russia. Inoltre confermerà che il governo è impegnato a ricercare canali di dialogo quale premessa per una soluzione negoziata.
Come dire che per Lega e 5S la via della ritirata è già tracciata. Del resto, Conte governa solo una porzione dei gruppi parlamentari "grillini". Quanto a Salvini, le cui radici nella Lega sono invece molto più estese e profonde, il suo elettorato non gli perdonerebbe d'aver provocato un'altra crisi insensata.
Detto questo, non c'è dubbio che stiamo assistendo ai primi passi di una campagna elettorale destinata a durare nove-dieci mesi in un clima teso. Alcuni punti sono già chiari, benché le soluzioni non siano a fuoco. Il primo aspetto riguarda il futuro prossimo di Conte e di Salvini stesso.
È verosimile che arrivino al '23 nei rispettivi incarichi e con tutte le loro ambiguità, ma non si può escludere che finiscano per essere messi da parte prima del voto. In tal caso la ricerca di un accordo di coalizione, sia a sinistra sia a destra, sarebbe molto più agevole.
Secondo punto: il più interessato agli sviluppi è oggi Enrico Letta. Il quale ha bisogno che i 5S siano abbastanza deboli e rassegnati al ruolo di vassallo, così da attirare l'attenzione sul Pd "forza tranquilla". S'intende, escludere la riedizione delle "larghe intese" è ovvio prima delle elezioni. Nessuno si rivolge agli elettori promettendo un accordo con l'avversario. Ma saranno poi gli equilibri nel prossimo Parlamento a determinare chi governerà e con chi.
Si arriva quindi al terzo aspetto: la cosiddetta "area Draghi" di cui si parla non da oggi. L'ha riproposta Renzi - prima di lui Calenda - come fattore aggregante del famoso "centro" ispirato all'azione del premier, senza peraltro che questi debba dare alcun sostegno esplicito all'iniziativa.
Al momento - e dando per scontato che la legge elettorale non cambierà - sembra un modo per spingere Letta ad attenuare il legame con i 5S e a cercare invece un accordo con i gruppi sparpagliati che vanno dai renziani a +Europa a un pezzo di Forza Italia e altri.
Resta da capire se il segretario del Pd, che già soffre i 5S, vorrà trattare con questo fronte frastagliato ansioso di sottrargli, anche con un richiamo esplicito a Macron, un pezzo di leadership sull'area centrista.