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Elezioni in Italia e in Francia, sovranisti in affanno a Roma e Parigi

Dai referendum sulla giustizia alle elezioni per il parlamento di Parigi, Salvini e Le Pen vanno male
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C'è un dato che in questa domenica elettorale unisce l'Italia alla Francia: la sconfitta dei populisti. Ovviamente in maniera diversa, anche perché si trattava di due contesti distinti. Ma il tratto è stato comune. Soprattutto il risultato sui cinque quesiti referendari nel nostro Paese è clamoroso. Segna la débâcle di chi li ha proposti. Nel merito e nel metodo. Per Matteo Salvini è un ridimensionamento al perimetro angusto della Lega bossiana. Le aspirazioni del partito nazionale da ieri sono state di fatto archiviate. Ma c'è qualcosa di più.

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C'è un dato che in questa domenica elettorale unisce l'Italia alla Francia: la sconfitta dei populisti. Ovviamente in maniera diversa, anche perché si trattava di due contesti distinti. Ma il tratto è stato comune. Soprattutto il risultato sui cinque quesiti referendari nel nostro Paese è clamoroso. Segna la débâcle di chi li ha proposti. Nel merito e nel metodo. Per Matteo Salvini è un ridimensionamento al perimetro angusto della Lega bossiana. Le aspirazioni del partito nazionale da ieri sono state di fatto archiviate. Ma c'è qualcosa di più.


Il segretario leghista è stato colpito proprio in quella che negli ultimi cinque anni era stata la sua arma. Nella capacità istintuale di innervare il suo populismo nella mobilitazione. In una sorta di connubio tra piazza e rete digitale, tra movimentismo di base e protesta on line. Evidentemente quel canone è venuto meno, si è consumato. Anzi è deflagrato, anche nelle ambiguità mostrate dai Lumbard sulla guerra in Ucraina. Sui loro cedimenti nei confronti della Russia. Ha generato una sorta di sospetto viscerale: impulsivo ma definitivo. Proprio come in Francia nei confronti di Marine Le Pen che, pur non riducendo i suoi voti rispetto al 2017, contrae concretamente il suo spazio di manovra.


In una stagione in cui il successo in politica si rivela costantemente effimero, il Carroccio sta dunque dimostrando di non essere un'eccezione. Ma questa regola, nel caso specifico, è stata amplificata da un errore drammatico: i quesiti sulla giustizia. Il contenuto dei referendum è stato incomprensibile fin dall'inizio. Chi ha raccolto le firme e poi li ha sostenuti, è stato costantemente percepito come un "vendicatore" e non come un riformatore. Il tasso di rancore che ha accompagnato la campagna per il "sì" ha oscurato ogni eventuale ragione. Gli obiettivi, distorti e ingiustificati, sono stati per di più compromessi da un ricorso insensato allo strumento referendario. La Costituzione lo concepisce come una rete di protezione rispetto agli errori del Parlamento. Ma sui grandi temi che coinvolgono il Paese. E non sulla ridotta di una battaglia tra avvocati e magistrati, tra chi si è sentito ingiustamente colpito dalla giustizia e chi no. E i padri costituenti hanno fissato il quorum proprio per evitare che le leggi venissero sottoposte alla tagliola del populismo con l'effetto di tagliuzzare il valore della Repubblica Parlamentare.

Le conseguenze di questi errori ricadono in larga parte sul Salvini. Ma le schegge della sconfitta si conficcano anche negli altri due partiti di centrodestra che quei quesiti (Fdi non tutti e cinque) hanno sostenuto. Ma il paradosso, evidentemente non calcolato, è che il rifiuto netto e inequivocabile opposto dai cittadini italiani rischia di compromettere persino la riforma Cartabia. Inevitabilmente come la Lega ha organizzato la consultazione pur facendo parte dell'esecutivo che stava elaborando una proposta di modifica nella stessa materia, così qualche altro membro della maggioranza potrebbe sentirsi autorizzato a bloccarla in virtù del giudizio espresso dagli elettori.

Quanto alle amministrative, sarà indispensabile aspettare i risultati definitivi. Eppure alcuni primi segnali vanno nella medesima direzione. Il centrodestra in molti comuni si è presentato separato e il partito di Giorgia Meloni ha segnato il territorio ovunque per dimostrare di essere il primo partito e per battere l'"amico Matteo". Secondo alcuni exit poll, però, difficilmente manterranno il vantaggio di 21 sindaci contro i sei del centrosinistra.

Sembra, appunto, che l'umore dei cittadini italiani e francesi sia stato connesso dagli eventi che hanno scosso l'Europa negli ultimi due anni: il populismo desta sfiducia. Senza dubbio il record di astensione Oltralpe deve far riflettere, ma non può essere paragonato a quello dei nostri referendum: banalmente perché la Costituzione assegna in questo caso un valore attivo al non voto. Ma certo la disaffezione nei confronti della politica attraversa anche l'Italia.

I sistemi politici mostrano segni di inadeguatezza in tutta Europa: a Roma è in carica un governo di larghe intese, in Germania per la prima volta c'è una coalizione formata da tre partiti, in Francia c'è il rischio che Macron debba esercitare i suoi poteri senza una maggioranza assoluta. Una situazione che può provocare la paralisi dell'Ue già in affanno. Forse non è un caso che il presidente francese parli di riforma elettorale proporzionale. Al di là delle ricette sui meccanismi di voto, i sistemi politici europei hanno bisogno di adeguarsi. Esattamente come l'Unione ha l'obbligo di abbandonare il principio dell'unanimità. Altrimenti la sfida del XXI secolo per il Vecchio Continente è persa in partenza.