Sono passati più di tre quarti di secolo da quando nel 1946 Winston Churchill con il discorso di Fulton e George Kennan con il “lungo telegramma” da Mosca diedero ufficialmente inizio alla prima guerra fredda. Oggi, dopo una tregua durata bene o male trent’anni, seguita alla scomparsa dell’Urss nel 1991, assistiamo, come conseguenza di lunga durata dell’aggressione russa all’Ucraina, all’inizio della seconda guerra fredda. Una nuova era glaciale, una nuova incomunicabilità nelle relazioni internazionali, stanno occupando la scena politica mondiale. Sconcertante e angosciante novità per i più giovani, e ritorno di vecchi fantasmi per chi ha vissuto gli anni del lungo dopoguerra.
Il conflitto fra Oriente e Occidente, con epicentro in un’Europa che ha bisogno dell’America per la propria sicurezza, sembra quindi riproporsi come un destino, con toni di una durezza inaudita. Ma le analogie sono più superficiali che sostanziali. Se la prima guerra fredda aveva prodotto, a modo suo, un ordine del mondo, per quanto instabile e transitorio, la seconda si presenta invece nel segno dell’incertezza, come un momento particolarmente intenso del disordine che segna la fine della globalizzazione.
In primo luogo, infatti, oggi, a differenza di allora, il mondo non ha assunto una configurazione veramente duale. Molti Stati, tutt’altro che marginali, si mantengono distanti dall’uno e dall’altro contendente, con un protagonismo ben superiore a quello dei “Paesi non allineati” di un tempo. In secondo luogo, dal punto di vista statunitense il vero conflitto è fra gli Usa e la Cina: nel concetto strategico americano è l’Indo-Pacifico, e non l’Atlantico, il baricentro dello scontro egemonico. Il contrasto alla Russia è un fronte importante e urgente, ma non è quello principale. In quest’ottica, anzi, la Nato dovrebbe estendere la propria azione fino a saldarsi col sistema d’alleanze americane in estremo Oriente — il che lascia perplessi i Paesi europei —.
In terzo luogo, il confronto con la Russia verte non più come un tempo sulla corsa tecnologico-nucleare e sulla dimensione ideologica — Putin non ha una “visione del mondo” esportabile in Occidente — : il conflitto è oggi sull’energia, sul controllo delle sue fonti, sulla diversificazione degli approvvigionamenti, sulle strategie di sostituzione del fossile.
E ciò implica la più cruciale delle differenze fra le due guerre fredde: oggi le conseguenze della contesa sono assai più immediate e percepibili rispetto al passato. Le nostre società sono in prima linea, non tanto minacciate da un’apocalisse nucleare, improbabile, quanto da una assai più verosimile crisi economica da carenza energetica e da inflazione, che, anche se transitoria, venendo ad aggiungersi ai disagi del Covid e all’insicurezza enfatizzata dalla guerra, potrebbe avere effetti profondamente delegittimanti e dirompenti sulla tenuta dei nostri sistemi civili e politici.
Non c’era un significativo effetto boomerang, per l’Occidente, nelle logiche e nelle pratiche della prima guerra fredda; oggi, invece, è una possibilità intrinseca all’attuale modalità del confronto strategico. La tenuta sistemica e morale è la vera posta in gioco in questa guerra, che è di attrito e di logoramento ma che per noi risulta più costosa dell’altra.
La prima guerra fredda fu combattuta in un clima di paura (a tratti di isteria), ma anche di fiducia nel progresso e nelle risorse di giustizia e di sviluppo sociale proprie del mondo liberal-democratico. Una fiducia dopo tutto ben riposta. C’è il rischio che questa nuova guerra, che si annuncia lunga e dagli sviluppi militari imprevedibili, sia decisa sul fronte interno da una serie di difficoltà reali che potrebbero portare molti (non necessariamente filo-russi) a chiedersi polemicamente se vale la pena di “soffrire per Kiev”. Su questa ipotesi fa certo affidamento Putin. E la migliore risposta che da parte nostra può venire è di operare concretamente, cioè politicamente, perché la fiducia nella democrazia — nella sua efficienza, nella sua capacità di rispondere alle esigenze pratiche di tutta la società — sia di nuovo l’arma decisiva della guerra, e al contempo il primo strumento della pace.