Quando nel 2019 Greta Thunberg fece il famoso discorso in cui disse, ai potenti della Terra, “la casa brucia!” tutti rimasero molto colpiti; ma quel giorno a Davos, in Svizzera, era una splendida giornata di fine gennaio, la temperatura era attorno allo zero, e insomma, non c’erano incendi in vista. Se una casa stava davvero bruciando, come sosteneva quell’adolescente svedese, non era certo la nostra. Ci furono diversi applausi e tutto continuò come prima o quasi.
Sono passati tre anni e mezzo: le estati stanno diventando torride e infinite, i fiumi sono in secca, i ghiacciai fondono davanti ai nostri sguardi attoniti e forse è ora di riconoscere che la casa che brucia è la nostra casa. Il climate change, come l’amore di una vecchia canzone, is here to stay: il cambiamento climatico è arrivato tra noi e non sarà facile sbarazzarsene.
Finora il tema era soprattutto relativo alla gestione dell’imm…
Quando nel 2019 Greta Thunberg fece il famoso discorso in cui disse, ai potenti della Terra, “la casa brucia!” tutti rimasero molto colpiti; ma quel giorno a Davos, in Svizzera, era una splendida giornata di fine gennaio, la temperatura era attorno allo zero, e insomma, non c’erano incendi in vista. Se una casa stava davvero bruciando, come sosteneva quell’adolescente svedese, non era certo la nostra. Ci furono diversi applausi e tutto continuò come prima o quasi.
Sono passati tre anni e mezzo: le estati stanno diventando torride e infinite, i fiumi sono in secca, i ghiacciai fondono davanti ai nostri sguardi attoniti e forse è ora di riconoscere che la casa che brucia è la nostra casa. Il climate change, come l’amore di una vecchia canzone, is here to stay: il cambiamento climatico è arrivato tra noi e non sarà facile sbarazzarsene.
Finora il tema era soprattutto relativo alla gestione dell’immigrazione, dei profughi climatici. Gente che viene da paesi lontani, facile ignorare il problema. Ma adesso è entrato nelle nostre vite, sta sconvolgendo le nostre abitudini quotidiane, sta mandando in crisi l’agricoltura e l’allevamento e quindi la catena alimentare; e sta infine aumentando le diseguaglianze fra i pochi ricchi che possono difendersi e quindi adattarsi, e tutti gli altri che ne vengono travolti, come del resto prevedeva l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani già nel 2019. E invece no: il diritto alla giustizia climatica appartiene a tutti. E’ il diritto ad essere protetti dal cambiamento climatico mentre la transizione ecologica ne cancella le cause.
E’ un diritto nuovo perché figlio di una emergenza nuova e richiede una visione nuova. La capacità della politica di agire in base a scenari molto più lunghi del prossimo sondaggio. Come sarà l’Italia nel 2030 se il clima continua a cambiare così rapidamente? E dieci anni dopo? In realtà lo sappiamo: i nostri climatologi ce lo hanno detto. Quando è venuto giù un pezzo del ghiacciaio della Marmolada, ci siamo ricordati degli allarmi inascoltati di qualche anno fa: presto di ghiacciai non ce ne saranno più. Ora lo abbiamo capito?
Per questo non è per mera curiosità che dovremmo chiederci: come saranno le nostre città? Come cambierà il modo di vivere? Coltiveremo papaya al posto del grano, in certe regioni ci scorderemo del vino? Dovremo metterci a raccogliere l’acqua piovana per far fronte alla siccità? Il turismo estivo sparirà? Non si tratta di essere apocalittici - gli scienziati non lo sono anzi continuano a dirci che ce la possiamo fare -; ma di essere pragmatici. Avere un Piano. Un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Si chiama proprio così e sul sito del Ministero della Transizione Ecologica l’ultima bozza risale al giugno 2018. Non è mai stato approvato, giace in attesa non si sa bene di cosa. Come accadde per il famoso “Piano pandemico”, che non era stato aggiornato per anni e di cui il Ministero della Salute si ricordò solo dopo l’arrivo del covid.
Quel Piano può essere lo strumento fondamentale per tutelare i più deboli. Va ripreso. Ma non avrà alcun successo senza una transizione ecologica spedita e convinta. Si tratta, è bene dirselo, di cambiare stili di vita, di passare dallo spreco al riuso, dai combustibili fossili alle rinnovabili, dall’agricoltura intensiva al chilometro zero, dal consumo esclusivo alla condivisione. Ne saremo capaci? Saremo capaci di far parte di una rivoluzione gentile ma radicale per salvare il mondo e fare finalmente qualcosa di concreto “nell’interesse delle future generazioni,” come da qualche mese stabilisce la nostra Costituzione? Saremo capaci, come consumatori, nelle nostre scelte quotidiane, di far capire a chi governa che questo tema ci interessa e che faremo ogni giorno la nostra parte? Abbiamo il dovere di farlo.