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Le famiglie e la politica del risparmio

Le famiglie e la politica del risparmio
(ansa)
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Nella “Favola delle api”, libro pubblicato in versione definitiva nel 1729, Bernard de Mandeville, medico e studioso, si divertì a scandalizzare i suoi contemporanei proponendo un modello di società in cui grazie ai vizi privati si sarebbero raggiunte le pubbliche virtù (o benefici). Grazie all’egoismo di ciascuno, teorizzava Mandeville, la società sarebbe stata meglio, al di là delle buone o cattive intenzioni degli individui. Il vizio è il motore del benessere economico e sociale, da cui deriva anche l’espansione della cultura mentre quando Giove decise di punire l’alveare vietando le frodi, questo andò in rovina. La favola era una epitome della teoria dell’eterogenesi dei fini cara all’ illuminismo scozzese.
Ebbene, noi italiani sembriamo essere stati presi di mira da Giove in quanto abbiniamo a rimarchevoli virtù private nel campo del risparmio, deplorevoli vizi pubblici dal punto di vista del deficit pubblico e di investimenti nell’economia, ben al di sotto della media europea da ormai decenni.


Secondo Unimpresa, infatti, da maggio 2021 a maggio 2022 il saldo totale dei conti correnti e dei depositi di famiglie e imprese italiane è passato da 1996 miliardi a 2.101 miliardi. Orbene, nonostante 105 miliardi di euro in più siano una cifra sostanziosa, essa rappresenta un aumento del 5,27% rispetto all’anno precedente ma l’inflazione nello stesso periodo si è attestata al 6,8% annuo. In altre parole, il valore reale del risparmio è diminuito rispetto al 2021.


Tuttavia, la liquidità in mano ai risparmiatori italiani rimane impressionante e, ad esempio, il fatto che le imprese abbiano aumentato i depositi del 7,47% da 387 a 416 miliardi, nonostante i tassi pagati dalle banche siano vicini allo zero, è sorprendente. Se si guarda alle imprese familiari, poi, l’accrescimento è addirittura dell’11,33%.
Peraltro, questo accumulo non dovrebbe essere stato determinato da un rallentamento degli investimenti. Nel 2021 gli investimenti fissi lordi in Italia sono saliti del 17,7% e il rapporto annuale Istat appena pubblicato l’8 luglio ha certificato che il lieve aumento del PIL nel 1° trimestre del 2022 è stato sostenuto dal flusso di investimenti (tra i quali certamente bisogna contare quelli pubblici).


Come si può spiegare allora un tale risultato? E’ probabile che, come ha commentato la stessa Unimpresa, si sia in presenza di un atteggiamento molto prudente di imprese e famiglie che tendono ad accumulare fieno in cascina. Presumibilmente negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’inizio della guerra, pure gli investimenti hanno cominciato a frenare a favore della liquidità o forme di risparmio a brevissima scadenza come i pronti contro termine (+26%).


Bene: questa è la spiegazione immediata. Una considerazione più di policy ci porta però a considerare l’efficienza dei mercati finanziari che sono essenziali per trasformare il risparmio in investimenti. Una borsa e un mercato dei capitali privati (che favoriscano il venture capital e il private equity, ad esempio) ben funzionanti, un trattamento fiscale incoraggiante che preveda crediti d’imposta all’innovazione, sono tutti elementi che contribuiscono a far sì che le virtù private degli italiani si trasformino in benefici pubblici. Un esempio? Abolire il Patent Box (credito di imposta sugli investimenti in know-how) costretti dal bilancio sotto stress per spese come Quota 100 o il Rdc, non è stata una grande mossa. Rendere attraenti gli investimenti sarebbe una delle grandi riforme che un governo dovrebbe prefissarsi. Peccato che persino la costruzione di un termovalorizzatore a qualcuno sembri eccessiva.

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