Nell'annuale partita del clima, che si è appena chiusa a Sharm el Sheikh, tra i poeti schierati dagli attivisti e i silenziosi lobbisti delle compagnie petrolifere, presenti in massa alla conferenza, hanno vinto a mani basse questi ultimi. Probabilmente un mondo stremato dalla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica e dal ritorno dell'inflazione non poteva ottenere di più questa volta. Siamo tutti distratti da altre emergenze. Su Twitter da giorni si parla solo di Elon Musk e Donald Trump; in Qatar inizia un mondiale di calcio segnato da migliaia di morti fra gli operai immigrati e dalla negazione dei diritti civili; perché proprio a Cop 27 avremmo dovuto mostrare il nostro volto migliore?
Cop27, Europa delusa, Timmermans: "Sul clima dovevamo fare di più, accordo insufficiente"
Nell'annuale partita del clima, che si è appena chiusa a Sharm el Sheikh, tra i poeti schierati dagli attivisti e i silenziosi lobbisti delle compagnie petrolifere, presenti in massa alla conferenza, hanno vinto a mani basse questi ultimi. Probabilmente un mondo stremato dalla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica e dal ritorno dell'inflazione non poteva ottenere di più questa volta. Siamo tutti distratti da altre emergenze. Su Twitter da giorni si parla solo di Elon Musk e Donald Trump; in Qatar inizia un mondiale di calcio segnato da migliaia di morti fra gli operai immigrati e dalla negazione dei diritti civili; perché proprio a Cop 27 avremmo dovuto mostrare il nostro volto migliore?
Cop27, Europa delusa, Timmermans: "Sul clima dovevamo fare di più, accordo insufficiente"
Resterà, ovviamente, un accordo raggiunto in extremis che alcuni definiscono piccolo ma non lo è: è semplicemente in ritardo di 31 anni. Tanti ne sono passati da quando per la prima volta, in una riunione internazionale, Robert Van Lierop, l'ambasciatore della Repubblica di Vanuatu (una ottantina di isole nel sud dell'Oceano Pacifico, considerate ad altissimo rischio di sopravvivenza per via dei cambiamenti climatici), pose per la prima volta il tema della creazione di un fondo con il quale i paesi responsabili dell'inquinamento atmosferico e quindi del riscaldamento globale, dovranno risarcire i paesi vittime del cambiamento climatico. La proposta non passò, ma da allora non si è smesso di parlarne e non più solo per le piccole isole minacciate dall'innalzamento dei mari, ma per tutti, perché i danni del cambiamento climatico riguardano lo scioglimento dei ghiacciai, la furia dei tifoni, la siccità e le alluvioni sempre più frequenti. Ne sappiamo qualcosa anche noi.
Ma nella scelta fra combattere le cause del cambiamento climatico oppure risarcire le vittime, la maggior parte dei paesi non ha avuto dubbi: meglio pagare, che cambiare. Come se i soldi potessero risolvere il problema che abbiamo, come se si potesse comprare un clima migliore. È una risposta non solo egoista: è una risposta miope. I danni del clima rischiano di essere incalcolabili come si è visto quest'anno con l'alluvione in Pakistan; e non riguardano soltanto paesi poveri e lontani. Gli effetti si sentono sempre più forti anche da noi, cambiando le nostre vite e la nostra economia. Chi pagherà quel conto? E soprattutto: che senso ha ritardare la transizione ecologica verso un sistema libero dal petrolio e dal gas, per poi essere comunque costretti a cambiare vita, in peggio, per il clima?